sabato 11 agosto 2018

Videogiochi, niente panico!



Non passa settimana che non giunga un allarme sui devastanti effetti che le nuove tecnologie producono per ragazze e ragazzi.
Lo scrivevo anche qui.




Puntualmente il grido di dolore arriva anche da qualche esperto - clinico, insegnante, scienziato - sulla base di esperienze personali, aneddoti, luoghi comuni e ...proprie paure generazionali lasciate in libertà.

Di chi fidarsi?

Gli psicologi Amy Orben, Pete Etchells e AndyPrzybylski hanno scritto ieri un articolo sul Guardianelencando tre avvertenze che possono aiutarci a leggere con senso critico le notizie sull'impatto delle nuove tecnologie e per esteso tutte le notizie scientifiche.




1. Trovare buone prove è più di una semplice ricerca su internet
Ottenere una visione d'insieme delle evidenze, specialmente in un dibattito acceso e complesso è difficile. Accademici, funzionari pubblici e altri soggetti interessati devono riconoscere che inserire alcune parole di interesse in un motore di ricerca fornirà una visione intrinsecamente distorta dello stato attuale del campo.

Il motore di ricerca ci restituisce quello che vogliamo sapere – dato che noi inseriamo come parole per la ricerca solo quelle che confermeranno la nostra opinione (ad es. “videogiochi” e “violenza” ma non “videogiochi” e “benessere”, oppure “cellulari” e “danni al cervello” ma non “cellulari” e “benefici sul comportamento”) – e quello che è stato più cercato o che è più pubblicizzato.

Le informazioni che stai utilizzando provengono da un sito web non verificato o da un articolo scientifico pubblicato?

Se sì, si tratta di un articolo pubblicato, chi ha condotto lo studio? Hanno conflitti di interesse?
Lo studio è stato eseguito correttamente e i dati e i materiali possono essere trovati su Internet?
Queste sono le domande che dovremmo usare per verificare qualsiasi evidenza ci venga fornita, indipendentemente dalla fonte.

A volte tendiamo a fidarci ciecamente di guru e eminenti scienziati – noi italiani addirittura cantanti, attori, personaggi della tv - e per pigrizia rinunciamo a porci queste domande fondamentali che tengono in allenamento il pensiero critico.


2. Il “tempo sullo schermo” è un concetto privo di significato
Il dibattito pubblico viene forzato se riteniamo che l'uso della tecnologia abbia un principio attivo simile a quello dei farmaci, in cui ogni grammo aggiuntivo ha un effetto evidente su ogni persona.

Bisogna stare quindi attenti ai proclami sui tempi massimi di esposizione e anche alle generalizzazioni per tutti i dispositivi.

L'uso della tecnologia è incredibilmente diversificato e, se fingere che sia un concetto unitario può essere conveniente, rende impossibile interpretazioni sensate. Dieci minuti di conversazione con un nonno su Skype non avranno lo stesso effetto di guardare dieci minuti di video su YouTube o di passare 10 minuti a guardare i pettegolezzi delle celebrità. Ciò è ulteriormente complicato dal fatto che gli effetti di un qualsiasi uso della tecnologia dipenderanno dall'utilizzatore, dalla sua storia, dalle sue motivazioni, dai suoi atteggiamenti e molto altro ancora.


3. Le buone ricerche sull'argomento sono poche
Nella maggior parte dei casi gli studi scientifici condotti fino a ora sono viziati da un ridotto numero di soggetti, da una selezione pilotata del campione, da questionari non correttamente strutturati, da come vengono definiti i comportamenti e gli effetti negativi, da analisi statistiche approssimative, da associazioni di variabili che possono essere incidentali e non permettono di stabilire alcuna relazione di causa-effetto tra un determinato dispositivo e un particolare comportamento.

Solo perché le prove non ci sono ancora non significa che studi oggettivi e solidi non saranno pubblicati in futuro. Ma essendo intrappolati in questa situazione, crediamo che evidenziare con chiarezza l'attuale mancanza di prove sia vitale; basare le decisioni politiche su prove di bassa qualità o tendenziose sarebbe un fiasco per la politica e per la scienza.

La situazione non è nuova, se pensiamo che gli stessi allarmi erano stati cavalcati quando furono pubblicati i primi fumetti (ho raccontato i protagonisti negli ultimi paragrafi di Le origini di Wonder Woman). La storia ci ha dato delle pacate e fattuali risposte, confermando le tesi e le ricerche degli scienziati onesti e scrupolosi e smentendo quelle catastrofiche di chi era spinto da secondi fini.

Per Orben, Etchells e Przybylski la situazione attuale non è rassicurante.
Se non abbiamo prove sufficienti e se non comunichiamo queste prove con onestà ed efficienza, le persone ben intenzionate finanzieranno, pubblicizzeranno e sosterranno campagne fuorvianti che non hanno alcuna possibilità di raggiungere i loro obiettivi dichiarati. Ma dobbiamo assolutamente trovare un modo se vogliamo uscire dal ciclo apparentemente infinito di panico morale sulla più recente follia sociale.

Da noi siamo a cicli continuo di panico su diversi temi sociali ampiamente strumentalizzati dalla politica...


Solo qualche giorno fa attraverso il Daily Telegraph, la pluripremiata neuroscienziata e baronessa Susan Greenfield, non nuova a invettive infondate contro le nuove tecnologie, affermava che le reti sociali digitali stanno rendendo i bambini incapaci di comunicare tra loro e, non solo, prediceva che il loro uso porterà a uno stadio di sviluppo cognitivo corrispondente ai tre anni.
Nel corso degli anni la scienziata britannica, che nel 2013 ha creato una propria azienda privata, la Neuro-Bio, per la ricerca sui biomarcatori nelle malattie neurodegenerative, ha raccolto numerose critiche da parte di altri scienziati proprio per la sua disinvoltura nel fare affermazioni allarmanti per la società senza fornire prove scientifiche con una validità almeno sufficiente. In tal modo è diventata la beniamina delle associazioni che promuovono la disconnessione dal mondo digitale.

Anche da noi qualche scienziato di tanto in tanto si lascia andare all'onda allarmista.


È capitato a Ilaria Capua - virologa e attualmete professore all'Università della Florida - quando ricopriva la carica di Vicepresidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati*. L'obiettivo del suo allarme, lanciato nella trasmissione televisiva Geo il 24 febbraio 2015, era il videogioco Grand Theft Auto V.

Nel suo intervento però non citava evidenze sperimentali sugli effetti negativi dei videogiochi – di fatto non ci sono - ma un aneddoto personale e un'indagine del filosofo Umberto Galimberti sulla frequenza d'uso, concludendo sui gravi rischi del loro utilizzo nei bambini e negli adolescenti.

Aggiungeva una considerazione interessante: è “un mondo che noi genitori non conosciamo”.

Proprio questa non conoscenza è alla base delle paure di tanti ultraquarantenni per le nuove tecnologie.

La risposta irrazionale è di invocare la proibizione quando si dovrebbe rendere obbligatoria l'educazione digitale, a tutte le età.

Dal 2015 abbiamo dimenticato gli effetti negativi di Grand Theft Auto V e poi quelli di Pokemon Go. Ora siamo nel vivo degli allarmi per Fortnite e durerà fino al prossimo videogioco...







*Ilaria Capua è stata parlamentare nella lista Scelta Civica con Monti per l'Italia dal 5 marzo 2013 al 28 settembre 2016.
Erano gli anni crudeli di Stamina, della truffa di Vannoni e collaboratori, della politica piegata alla pseudoscienza. Il decreto Balduzzi (Luigi Balduzzi, Scelta Civica) entrava in vigore il 25 marzo 2013, sarebbe stato approvato quasi all'unanimità alla Camera (504 voti favorevoli, 1 contrario, 4 astensioni, 85 assenti tra cui Capua) e al Senato (259 voti favorevoli, 2 contrari, 6 astensioni, 36 assenti) e divenuto legge il 22 maggio 2013: avrebbe destinato 3 milioni di euro alla sperimentazione di Stamina, come cura compassionevole.