domenica 7 ottobre 2018

La superiorità degli scienziati bianchi e occidentali



Basta scorrere rapidamente le liste dei riconoscimenti mondiali più prestigiosi assegnati agli scienziati per ammettere che solo una ristretta categoria è dotata di quel talento e quella dedizione così eccellenti da garantirgli un posto nella storia: sono uomini, sono bianchi e abitano e lavorano in un Paese dell'occidente.
Le eccezioni sono poche e si devono di sicuro a delle sviste o a una distrazione del momento.


Kavli Prize 2014



Oppure basta guardare nelle nostre università per scoprire che ancora una volta sono uomini, bianchi e italiani i più meritevoli di diventare professori ordinari, primari, direttori di dipartimento, presidenti e rettori. Eppure fino al dottorato e all'assegno di ricerca si può scoprire una gran varietà di ricercatori e ricercatrici dalle origini più lontane, che parlano diverse e più lingue, che hanno la pelle e i capelli di tutti i colori possibili.
Eppure tutto questo non li aiuta a scalare la carriera accademica, devono arrendersi al vincitore monocolore.


Delle donne che non sono neppure una minoranza della popolazione con aspirazioni scientifiche ho già scritto in altri post e si è molto parlato in questa tormentata settimana.


Proprio negli stessi giorni ho finito di leggere il libro di Jonathan Marks, Professore di Antropologia all'Università della North Carolina di Charlotte, negli Stati Uniti.


science is racist because of people like you, who continue to permit it to be so

la scienza è razzista a causa di persone come te, che continuano a permettere che lo sia



Che non sia stata una lettura rilassante è facilmente immaginabile.


Il titolo del libro pubblicato nel 2017 è posto in forma di domanda Is science racist?
La risposta dell'autore è articolata in una serie di esempi ben documentati che dimostrano che la scienza – intesa come “la produzione di conoscenza autorevole nel mondo moderno” - “è razzista quando permette agli scienziati che affermano idee razziste di esistere e prosperare istituzionalmente”.

Per Marks “la razza non è la scoperta di una differenza; è l'imposizione di una differenza”.

Il concetto di razza “serve a introdurre una variabile spuria – la biologia o la natura – nelle discussioni che hanno a che fare con l'economia, la politica e la moralità”.

Se le razze “non esistono come categorie di natura”, sono costruite per escludere sistematicamente o inconsapevolmente determinati gruppi di persone da opportunità economiche, sociali e professionali.

Gli scienziati allora ricorrono al senso comune e alle credenze popolari per giustificare le proprie classificazioni opportunistiche: “la scienza è razzista quando abbraccia la conoscenza popolare della diversità umana e la usa come sostituto delle competenze accademiche”.

Per Marks tollerare il razzismo nella scienza è un problema grave perché la contamina con questioni politiche e serve a fornire un razionale corrotto per giustificare le disuguaglianze economiche e sociali.


Eppure è più facile che la comunità scientifica accolga, promuova e premi uno scienziato razzista rispetto a uno scienziato creazionista: “non vogliamo che i letteralisti biblici facciano scienza, perché tenderanno a convalidare le loro convinzioni, e quindi la qualità della loro scienza sarà compromessa; allo stesso modo, non vogliamo che i razzisti facciano scienza, proprio per la stessa ragione”.


Bisogna essere molto cauti nella revisione di lavori scientifici che fanno riferimento a ipotesi e teorie discriminatorie: “se la scienza non è realmente separabile dalla politica, allora la politica dovrebbe essere esaminata con la stessa attenzione che si riserva alla statistica”.


Talvolta le discriminazioni sono subdole e inconsapevoli. Tuttavia, se la scienza si basa sull'obiettività delle sue osservazioni, “nel campo della scienza bio-politica il meglio che puoi sperare è di affrontare e superare i pregiudizi dei tuoi predecessori, rendendo i tuoi pregiudizi il più possibile trasparenti e benigni. Ma se qualcuno ti dice che non c'è alcun pregiudizio, è il momento di controllare il portafoglio, perché stai per essere truffato”.


La parte più debole del libro è quella riservata alla breve analisi delle relazioni tra variazioni genetiche e comportamento ma è certo che gli scienziati razzisti non dovrebbero occuparsi di studi sulle differenze tra gruppi e popolazioni.

La parte più dettagliata del libro è quella relativa ai cattivi esempi. Di seguito riporto in modo sparso la traduzione di alcuni estratti.


La storia della scienza lo dimostra chiaramente: il movimento eugenetico negli anni '20 e '30 non fu una corruzione di idee scientifiche, fu un'implementazione di quelle idee


Il chimico premio Nobel Linus Pauling fu tristemente noto nel 1968: "Sulla fronte di ogni giovane dovrebbe essere tatuato un simbolo che mostra il possesso del gene della cellula falciforme [così da impedire] che due giovani portatori dello stesso gene gravemente difettoso in singola dose possano innamorarsi".


Il biologo Edward O. Wilson è stato per lungo tempo [suo] collega di Harvard e ha ricordato: "Watson, avendo raggiunto la fama in età giovanile, divenne il Caligola della biologia. Gli fu data la licenza di dire tutto ciò che gli veniva in mente e si aspettava di essere preso sul serio ... Pochi osarono chiamarlo apertamente per rendere conto".


Sulla leggenda ampiamente diffusa dei gemelli Jim/James che, separati alla nascita, avrebbero avuto cani, figli e mogli con lo stesso nome:
gli articoli sui “gemelli Jim e i nomi delle loro mogli, dei loro figli e dei loro cani, la deduzione del potere della genetica sul corso della vita, sono stati confezionati e presentati nella sezione "Notizie" della prestigiosa rivista Science per tre volte negli ultimi decenni e tutti dallo stesso giornalista (Holden, 1980, 1987, 2009).
Non dovrebbe esserci anche un minimo di scetticismo nella scienza?”


Per Marks il perseverare del razzismo nella scienza dovrebbe essere considerato “un problema bioetico, che combina la ristrettezza dell'educazione scientifica, l'arroganza di persone altrimenti brillanti e l'appropriazione indebita dell'autorità scientifica”.


L'idea che la scienza sia apolitica è smentita dalla storia. Si pensi anche che i fondi per la ricerca sono assegnati in prevalenza dagli Stati, in base all'interesse per la collettività ma anche alle linee politiche dei propri governi.

È responsabilità di una comunità scientifica integra e indipendente impedire il prevalere di idee nazionaliste o pseudoscientifiche.

In più, come chiarisce Marks facendo l'esempio dei kit per vedere rivelato il proprio DNA – paghi per cedere i tuoi dati e hai in cambio una narrazione romanzata - “la conoscenza e il potere che la scienza apporta non sono lì solo per il pubblico, o almeno per l'interesse nazionale; sono in vendita come prodotti di interesse privato”.

E così “quando la scienza scende a compromessi con la verità, la sua autorità culturale si corrode rapidamente”.

Per Marks ci vorrebbero gli agnotologi, gli storici che studiano la costruzione deliberata dell'ignoranza: “si applica molto bene alla dissimulazione secondo la quale le differenze naturali immaginarie nelle abilità sarebbero alla base delle disuguaglianze sociali”.

Il libro purtroppo non è disponibile in italiano.