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lunedì 14 novembre 2016

Solo l'italiano? Le indicazioni sul bilinguismo nei bambini con disordini dello sviluppo.



Nelle nostre società sempre più multiculturali conoscere più lingue è una scelta, spesso una necessità e in alcune nazioni un diritto.

Ancora oggi capita di affrontare nella pratica clinica opinioni contrarie al bilinguismo. Una di queste, molto resistente al tempo, è che i bambini che presentino disordini dello sviluppo – da un disturbo del linguaggio, alla disabilità intellettiva, all'autismo, alla sindrome di Down – non debbano essere esposti all'apprendimento di più lingue.
Molti specialisti e operatori tendono infatti a raccomandare alla famiglia di usare solo l'italiano, che il bambino può sperimentare in tutti i posti in cui vive e cresce, a svantaggio della prima lingua (o di una seconda) materna o paterna, che viene abbandonata.
Genitori cinesi, albanesi, rumeni, arabi, peruviani oppure di nazionalità miste, da un certo punto in poi dovranno interrompere la comunicazione nella prima lingua (il cinese, l'albanese, il rumeno, l'arabo, il peruviano, ecc.) - che conoscono bene - e parlare solo in italiano - che conoscono più o meno bene - quando è presente il bambino con disordine dello sviluppo (DS).

Si tratta quindi di situazioni cliniche particolari, che seguono una tendenza del tutto opposta a quella dibattuta in ambito scientifico e che postula che i bilingui siano più intelligenti (ora sappiamo che hanno tanti benefici sociali, relazionali e professionali ma sono altrettanto intelligenti dei monolingui).

In questo caso, gli scienziati sono concordi nel promuovere il bilinguismo anche nei bambini con DS ma questa indicazione non trova applicazione pratica.

Per i bambini con DS il bilinguismo non è visto come una priorità ma spesso è controindicato.

Le opinioni e le credenze in ambito sanitario e assistenziale sono prive di valore se non sostenute da risultati scientifici condivisi e addirittura in certi casi possono diventare pericolose.

Cosa sappiamo del bilinguismo nei bambini con disordini dello sviluppo? Conoscere più lingue aggrava le difficoltà di comunicazione verbale?

La rivista Journal of Communication Disorders ha dedicato all'argomento l'ultimo numero, che permette di fare un punto sulle prove scientifiche disponibili, sulle opinioni degli operatori, sulle politiche educative e assistenziali e sulle prospettive future.

Dalle diverse indagini condotte in Canada, negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Olanda emergono, in generale, attitudini positive all'accesso al bilinguismo nei bambini con DS ma pratiche cliniche ed educative non inclusive. Insegnanti, logopedisti, specialisti, amministratori, ritengono auspicabile favorire l'apprendimento di più lingue anche nei bambini con disturbi di linguaggio ma nella pratica non lo fanno. Questa disconnessione è dovuta a proprie routine professionali, a direttive predefinite, alla scarsità di tempo e di strumenti disponibili, all'assenza di operatori multilingue nei centri di diagnosi e di riabilitazione e nella scuola.
Solo se la famiglia ha la possibilità economica di pagare due logopedisti e un insegnante di lingue a casa, allora un bambino con DS potrà avere le stesse opportunità di un bambino con sviluppo tipico di conoscere bene più lingue.

Come riassume Johanne Paradis nell'articolo introduttivo, la ricerca sul bilinguismo nei DS è complessa e deve tener conto di diversi fattori:
- specifici, come l'età di acquisizione (simultanea o sequenziale) e il tempo di esposizione a ciascuna lingua;
- clinici, come il tipo di DS, la gravità dei disturbi di linguaggio, la gravità della disabilità intellettiva;
- metodologici, come le misure di valutazione (dirette o indirette), l'età di valutazione, la lingua esaminata (la prima, la seconda, entrambe), i processi analizzati (vocabolario recettivo, vocabolario espressivo, struttura morfologica e sintattica), i gruppi di controllo (monolingui con DS, bilingui con sviluppo tipico).

Finora sono pochi gli studi che hanno considerato tutti questi fattori mentre mancano del tutto gli studi longitudinali, che permettono di osservare gli effetti del bilinguismo in un bambino con DS che diventa adolescente e adulto.

Più numerosi saranno gli studi, più dettagliate saranno le indicazioni applicative (in riabilitazione e a scuola) e potranno anche esserci delle condizioni in cui il bilinguismo sarà controindicato.

Per adesso quello che si sa è che i bambini con DS possono essere bilingui: can and do become bilingual, scrivono Elizabeth Kay-Raining Bird, Fred Genesee e Ludo Verhoeven nel loro contributo al numero speciale della rivista.
Nell'articolo dal titolo Bilingualism in children with developmental disorders: A narrative review, i tre autori adottano la definizione di bilinguismo come uso regolare di due lingue. Tale definizione, che non si basa sul livello di conoscenza, si adatta bene ai bambini con DS che, per quanto non riusciranno mai ad acquisire  completamente alcuna lingua, hanno la necessità di usare due lingue per crescere e svolgere in modo ottimale le diverse attività della vita quotidiana, nei diversi contesti.
Gli autori presentano una revisione degli studi finora condotti in tre gruppi di bambini bilingui con DS: quelli con Disturbo Specifico di Linguaggio (DSL), quelli con Disturbo dello Spettro Autistico (ASD) e quelli con Sindrome di Down (SD). Si tratta di tre condizioni che presentano difficoltà della comunicazione verbale e/o dell'interazione sociale, che nelle ultime due condizioni possono essere associate a disabilità intellettiva da lieve a severa.

Secondo quanto riportato da Kay-Raining Bird, Genesee e Verhoeven:

  • nei bambini con sviluppo tipico, i bilingui simultanei (esposti a entambe le lingue prima dei 3 anni di età) raggiungono le diverse tappe del linguaggio in tempi analoghi a quelli dei bambini monolingui; i bilingui sequenziali (esposti a una seconda lingua dopo i 3 anni) richiedono più anni per raggiungere gli stessi livelli di competenza dei monolingui. La durata dell'esposizione a ciascuna lingua è un fattore determinante nella formazione del vocabolario e della morfosintassi.

  • nei bambini con DSL, i bilingui simultanei che hanno avuto un'esposizione costante e prolungata alle due lingue dimostrano abilità analoghe a quelle dei monolingui con DSL; i bilingui sequenziali mostrano minori abilità nella seconda lingua rispetto ai monolingui con DSL.

  • nei bambini con ASD, i bilingui simultanei ottengono le stesse prestazioni dei monolingui con ASD ai test di vocabolario recettivo e nella produzione di parole. Il numero totale di parole prodotte in entrambe le lingue è molto superiore a quelle prodotte dai bambini monolingui con ASD. I bilingui sequenziali non differiscono dai monolingui con ASD. Il tempo di esposizione a ciascuna lingua è positivamente correlato con il livello di vocabolario e con le abilità pragmatiche raggiunti. Ci sono effetti negativi quando viene scelta esclusivamente la seconda lingua (quella della nazione di residenza) e abbandonata la prima lingua.

  • nei bambini con SD, i bilingui simultanei e sequenziali acquisiscono competenze verbali analoghe a quelle dei monolingui con DS, almeno nella lingua di maggioranza, e non ne traggono alcuno svantaggio.

Se confrontati con i bambini con sviluppo tipico, i bambini bilingui con DS mostrano le caratteristiche difficoltà di linguaggio di diversa gravità. Tali difficoltà sono le stesse che si osservano nei bambini monolingui con DS.

Se i bambini bilingui con DS vengono confrontati con i bambini monolingui con DS non mostrano difficoltà aggiuntive e questo si verifica nel confronto con ciascuna delle due lingue parlate dai bilingui con DS.
L'età di acquisizione della seconda lingua e il tempo di esposizione a ciascuna delle due lingue sono i fattori che condizionano le abilità verbali e la comunicazione nei bilingui con DS.

La conclusione è quindi forte:

Il bilinguismo non aggrava le difficoltà di comunicazione nei bambini con disordini dello sviluppo.

I bambini con disordini dello sviluppo devono avere le stesse opportunità dei bambini con sviluppo tipico di imparare una seconda lingua, attraverso piani individualizzati per la logopedia e per la didattica.

Non si può - certamente non in questo periodo di restrizione di risorse sanitarie, assistenziali, scolastiche – auspicare una pratica clinica, riabilitativa ed educativa bilingue ma almeno non si deprivi chi ha la fortuna di nascere in un contesto multilingue, solo perché ha un DS.

L'italiano va bene ma senza spegnere la prima lingua!

mercoledì 16 dicembre 2015

A continuing debate on the bilingual advantage: some recommendations from Kenneth Paap.


My conversation with Barbara Treccani started last february with this post in Italian: I bilingui sono più intelligenti? Ma che esagerazione!

In June, I was intrigued by the discussion between two leading groups in the research on the bilingual advantage and I summarized the dispute by matching some excerpts from their last published papers, in this post: Bilingualism and cognitive advantage: Bialystok versus de Bruin.

The journal Cortex promoted a Discussion Forum with the article by Paap and colleagues and then hosted the debate in the Bilingualism Forum.

Some days ago, I shared the post Do bilingual people have a cognitive advantage? by Neuroskeptic on Facebook and the conversation with Barbara Treccani continued.
My questions were: What do you think is the way out? Preregistration as Neuroskeptic says? What are the criteria for continuing the research on this topic?

She was very kind in writing the following answer and in sharing – with the permission of the author - an email by Paap to Klein, Craik and all contributors:

“when the issue of Cortex was published there was a lively debate between the invited contributors. In response to the email exchange between Ray Klein and Gus Craik (shared with us, the other authors), Kenneth Paap sent a long letter in which he summarizes a number of critical points that, I think, respond to your concerns.
I asked Ken for permission to share his thoughts because I believe that they are particularly relevant. Neuroskeptic talks of "depressing reading" about the lack of participation by the main supporters of the bilingual advantage (especially the group from Toronto). I do not get depressed but I am very puzzled. Judging by what I see and hear, we go beyond a simple "bias" towards results that show an advantage for the bilinguals.
Here is the letter:”


"Gus, Ray, and all intererested colleagues,
I applaud the willingness that Gus has shown to debate the issues as the Toronto group has, in the past, repeatedly declined invitations from myself and/or Ray to engage in joint symposiums or to comment on our published articles. In fact two such invitations were declined (not by Gus) by characterizing my work as “belligerent, anti-intellectual, and unprofessional.” The Toronto group has made no comments nor asked any questions when I presented evidence challenging the bilingual advantage hypothesis at Psychonomics in 2012, 2013, 2014 or 2015. Perhaps Toronto doth protest too little.
Gus complains that the “only recommendations I can find in the piece are that more null results should be published.” But Ray explicitly traces many of the recommendations articulated in Hilchey & Klein (2011), Hilchey, Saint-Aubin, & Klein (2015), and Paap, Johnson, & Sawi (2015). To name only a few:

(1) Acknowledge (rather than quibble with the observation) that there is a confirmation bias operating as researchers relegate null results to the file drawer and reviewers and editors give preference to positive results. I think there are “fervent true believers” and I admit that I lean toward “skepticism”. This language seems mild compared to accusations of being “belligerent, anti-intellectual, and unprofessional.”

(2) Stop doing severely underpowered studies with 40 or far fewer participants per language group and acknowledge that all studies with very large samples sizes have yielded null results.

(3) Stop ignoring and provide a response to the 80%+ of published tests that reported null results, especially those that are close replications of seminal studies (as endorsed by Jared, 2015; Morton; 2015; Cortex). Do bear in mind that Ray was quoting the phrase “colossal disregard for evidence”, but regardless of the phrasing there appears to be no reaction from proponents of the bilingual advantage hypothesis to the large-n studies, using many measures of EF, and including highly proficient, balanced, and early bilinguals that show no effects of bilingualism.

(4) Acknowledge (or simply stop citing) that many early reports of bilingual advantages had confounds that may have caused the group differences. Further, do a better job of matching language groups in new studies so that confounding factors need not be “controlled” by the inappropriate use of ANCOVA. I think “scholarly” lapses is actually a gentle way of characterizing some of the inappropriate interpretations of published Group x Trial Type interactions pointed out by Ray’s group or in our articles (and endorsed by Wagermakers, 2015, Cortex). These are not “abusive accusations”, they are specific critiques of analyses and interpretations, and certainly pale in comparison to “belligerent, anti-intellectual, and unprofessional”.

Gus observes that “there are many such positive results in the literature from a number of investigators, relating to children, young and older adults.” No one is ignoring those! The primary purpose of our Cortex target article was to discuss in detail the plausible alternative causes of those positive results. As we have recently enumerated, some very solid appearing results, like Prior & MacWhinney’s bilingual advantage in switching costs, have miserable replication records, viz. 3 replications out of 27 new tests. A large number (but modest proportion) of positive findings does not establish that a phenomena is real. Meta-analyses (of a biased database) consistently show a very small overall effect size and in the most recent case an effect size of zero (von Bastian et al., 2015, Psychonomics).
Gus also notes “an increasing number of largely uncontested reports of brain differences associated with bilingualism”. Both Rays’ group, my group, and the BCBL have acknowledged that there are functional and structural differences in the brains of bilinguals and monolinguals; but we have all pointed out that the reorganization can lead to better, worse, or no change in behavioral performance on tasks that require general EF. More important, studies showing differences in neuroscientific data usually show no differences in behavior. Also, the neuroscientific data is often ambiguous. Three reviews have pointed out specific instances where studies have shown opposing differences in BOLD or structure, but nonetheless interpret the difference as evidence for a bilingual advantage. These brain differences are interesting in their own right, but by themselves neither support nor disconfirm the bilingual advantage hypothesis.
Gus also points out that there are “reports of beneficial effects in some patient populations”. In our response to the comments on our Cortex target article we conclude that this evidence is also mixed: “Six studies have used a prospective cohort design following individuals without dementia at baseline… A study by Wilson et al. (2015) is the only one that resulted in a bilingual advantage. The other studies all produced nonsignificant results (Crane et al., 2009; Lawton et al., 2015; Sanders et al., 2012; Yeung et al., 2015; and Zahodne et al., 2014) with three trending in the direction of a monolingual advantage. Thus, the longitudinal studies show very little support for a bilingual advantage with the exception of the Wilson et al. study. One might note that the Wilson et al. study examined only the number of years of language instruction before age 18, did not measure current language use, only examined the onset of mild cognitive impairment, and found an advantage only on the non-amnestic tests. As we said in our target article, if the prospective studies are weighted more heavily, there is little evidence that bilingualism protects against cognitive decline.”
Finally, Gus suggests that “a more mature response to the contradictions and failures to replicate would be to investigate the conditions under which positive effects are and are not found…” This strategy has been ardently pursued by ourselves (see in particular Paap, Johnson, & Sawi (2014, JCP) and many other research groups for several years. A large section of our Cortex target article is devoted to evaluating this literature. Evaluating this effort led to our conclusion that if bilingual advantages exist they “are restricted to very specific and undetermined circumstances.” I personally think more research in this vein should be conducted, but also point out that Hartsuiker (2015, Cortex), for one, suggests that continuing to do so is a waste of time.
Cheers,
Ken
PS. I hope Ray and Gus have triggered a continuing dialog."


And I hope a continuing dialog will spread to other discussed topics in psychology and neuroscience, to find a way against bias and bad faith.





martedì 2 giugno 2015

Bilingualism and cognitive advantage: Bialystok versus de Bruin.


No doubt, these are great years for disputes in psychology and neuroscience!
After the mirror neurons saga, the neuromania/neurophobia affair and the dyslexia debate, another topic is worthy of attention and will fascinate the readers: bilingualism and its supposed cognitive benefits!

The beginning was a meta-analysis of the published studies from conference abstracts, showing a publication bias towards a bilingual advantage compared to a disadvantage or no effect of bilingualism.

Then, a couple of weeks ago Psychological Science published two Commentaries: a reply by Bialystok et al. and a counter-response by de Bruin et al.

I've selected some passages from these two commentaries, putting them together as in a direct dispute.


I. The Beginning

Cognitive Advantage in Bilingualism: An Example of Publication Bias?
de Bruin A, Treccani B, Della Sala S
Psychological Science OnlineFirst, published on December 4, 2014 as doi:10.1177/0956797614557866

Main statements:

We analyzed conference abstracts presented between 1999 and 2012 on the topic of bilingualism and executive control. Conference abstracts were classified on the basis of their outcome. We observed an effect of result type on publication: Studies were published relatively often (68%) if the data demonstrated a bilingual advantage. In contrast, only 29% of the studies that showed no effect of bilingualism or even a bilingual disadvantage were published.

This difference in publication percentage based on the outcomes of the study could be the result of a bias during several steps of the publication process: Authors, reviewers, and editors can decide to submit or accept only studies that showed positive results.

While we agree that bilingualism should be conceived, a priori, as a positive and desirable achievement, we are also convinced that educational and political debates addressing the relevance of bilingualism should not be promoted by ignoring null or negative results. Instead of selecting exclusively those tasks and results that support current theories, investigators should attempt to include all conducted tasks and reported findings. On the other hand, reviewers and editors should be more open to studies that challenge the existing theories, especially when these are not yet fully established.



II. The Reply

Publication Bias and the Validity of Evidence: What’s the Connection?
Bialystok E , Kroll JF, Green DW, MacWhinney B, Craik FIM
Psychological Science OnlineFirst, published on May 5, 2015 as doi:10.1177/0956797615573759


III. The Counter-response

The Connection Is in the Data: We Should Consider Them All
de Bruin A, Treccani B, Della Sala S
Psychological Science OnlineFirst, published on May 5, 2015 as doi:10.1177/0956797615583443




Bialystok et al. The implication of their argument is that this publication bias invalidates the credibility of the positive published evidence. These are serious charges and need to be carefully scrutinized.

De Bruin et al. We are not part of a camp that is for or against the bilingual-advantage hypothesis and have in fact published a study supporting this hypothesis ourselves (Treccani, Argyri, Sorace, & Della Sala, 2009).


Bialystok et al. Their conclusion, however, is undermined by three errors in reasoning that concern (a) the relation between conference abstracts and published articles.,
[The authors] used conference abstracts as a proxy, but there is no way of knowing how many abstracts that reported positive results and how many that reported negative results were submitted for publication.

De Bruin et al. […] in our article, we sent out a short ad hoc questionnaire to all first authors of unpublished abstracts. Unfortunately, 33 of the 52 authors contacted did not reply or refused to fill in the questionnaire... [...] This suggests that more than half of the null or negative findings had not been submitted.


Bialystok et al. (b) the difference between null and negative findings.
If the main point of the article is to demonstrate that journals prefer to publish articles that show significant effects over those that show no effects, then their point is correct, and no further analyses are needed.
[…] It seems, therefore, that the real purpose of the de Bruin et al. article is to use publication bias as a means of discrediting evidence for bilingual effects on cognition.

De Bruin et al. In our article, we clearly acknowledged that an equal number of disadvantages and advantages should be found if there is no advantage at all.
[…] in the absence of a theoretical motivation for monolingual executive-control advantages, a bilingual disadvantage is likely to be interpreted as the result of a Type I error.


Bialystok et al. (c) the differential effects of bilingualism on verbal and nonverbal task performance.
The finding of fewer cases of published negative results is not bias but rather a reflection of the use of verbal tasks.

De Bruin et al. [...] we did not include conference abstracts that discuss lexical tasks without an executive-control component. We did include executive-control tasks with verbal materials, in which, according to the studies mentioned by Bialystok et al. themselves (e.g., Bialystok, 2009), bilinguals should outperform monolinguals.
However, when we do exclude all studies using verbal materials from our analysis [...] The outcome is not affected by the nature of the materials.


Bialystok et al. [...] a large and growing body of literature not only indicates that these changes are real but also increasingly points to the brain mechanisms by which these changes occur (Green & Abutalebi, 2013).

De Bruin et al. We agree that there are many interesting and compelling data supporting an advantage (e.g., Pliatsikas, Moschopoulou, & Saddy, 2015). Yet evidence for a bilingual advantage is far from accepted wisdom. Indeed, the number of studies challenging such an advantage has recently been increasing (e.g., Lawton, Gasquoine, & Weimer, 2014; Paap, Johnson, & Sawi, 2014).


And to conclude:

Bialystok et al. Not every study of climate change that samples weather conditions from a specific time and place finds that temperatures are rising, but researchers (mostly) accept that climate change is occurring because of global warming.

De Bruin et al. Publication biases may be worsened by researchers’ own prejudices or agenda. Bialystok and her colleagues have doubted the value of null results, asserting that “the considerable literature that reports group differences between monolingual and bilingual participants is greatly more informative than the attempted replications that fail to find significance” (Kroll & Bialystok, 2013, p. 502). [...] We disagree with the logic underlying this supposition.


I highly recommend to read these articles.

On this topic:

sabato 14 febbraio 2015

I bilingui sono più intelligenti? Ma che esagerazione!


Uno studio recente di Angela de Bruin, Barbara Treccani e Sergio DellaSala pubblicato sul numero di gennaio della rivista Psychological Science ha smontato alcune teorie apparentemente acquisite sui benefici del bilinguismo e più in generale sulle distorsioni della comunicazione dei risultati scientifici.

Un lavoro coraggioso, di non facile accettazione da parte dei revisori della rivista stessa e che mette in risalto quattro punti fondamentali:
- è importante analizzare e pubblicare anche i risultati negativi o nulli degli esperimenti condotti per verificare un'ipotesi scientifica;
- l'esagerazione dei risultati è un virus che colpisce molti scienziati (magari per ragioni di sopravvivenza legata alla gara per i fondi di ricerca ma non per questo giustificata);
- la modalità di presentazione dei risultati modifica le opinioni e le scelte del pubblico e ha un impatto sulle politiche educative e di integrazione e proprio per questo non può essere basata su dati parziali;
- più lingue sai più ne giovano la tua comunicazione verbale e le tue relazioni ma - ahimé - non è ancora sufficiente per diventare più intelligente o più abile in compiti sofisticati o addirittura per ritardare l'esordio di demenza.

Ne ho parlato in una conversazione tramite posta elettronica con uno degli autori, Barbara Treccani, ricercatrice e docente di psicologia generale all'Università di Sassari.

Una lunga narrazione attraverso le difficoltà del percorso di pubblicazione, i messaggi che discendono dallo studio, l'analisi critica della letteratura scientifica, l'autocritica, gli strumenti – limitatissimi – di uno scienziato italiano... e Santa Lucia!

Ah la conversazione stava per chiudersi con conseguenze negative ma...


- Psychological Science è stata l'ultima o l'unica rivista alla quale inviato il vostro articolo?
Prima di inviare l’articolo, abbiamo cercato di capire quali riviste potevano essere interessate alla sua pubblicazione, cioè quali riviste accettano contributi di questo genere. Si tratta infatti di uno studio empirico, ma sui generis (non prevede, cioè, il classico esperimento o gruppo di esperimenti). Ci è stata consigliato di inviarlo a Psychological Science. Abbiamo provato ed è andata bene.

- Quanto tempo è trascorso dall'invio del manoscritto alla pubblicazione?
Abbiamo mandato l'articolo il 6 marzo 2014 ed è stato accettato il 7 ottobre 2014 (pubblicato online a dicembre 2014). Abbiamo ricevuto la prima review (con i commenti di 5 revisori!!!) il 23 aprile, fatto le modifiche e inviato nuovamente. Dopodiché l'attesa è stata piuttosto lunga. L'editor ha giustificato l'attesa dicendo che la decisione è stata particolarmente difficile visto che le opinioni dei revisori divergevano considerevolmente: si andava dal totale entusiasmo ("assolutamente sì!") all'opposizione feroce ("un simile articolo non può essere pubblicato!").

E' da notare che queste critiche (e - a dire il vero - anche alcune delle lodi) erano maggiormente incentrate su quanto poteva essere dedotto a partire dai nostri risultati (cioè che gli effetti del bilinguismo sul controllo esecutivo potrebbero essere minori rispetto a quanto suggerito dalla letteratura), piuttosto che sulla bontà del nostro lavoro, la correttezza della metodologia, ecc. Abbiamo riscontrato il medesimo atteggiamento nei commenti contenuti in varie mail che ci sono state inviate dopo la pubblicazione del lavoro.

Le critiche riguardavano le possibili conseguenze negative legate alla diffusione del messaggio contenuto nel nostro articolo: questo messaggio viene addirittura visto da alcuni come qualcosa in grado di ostacolare il multiculturalismo e i processi di integrazione (o persino di promuovere atteggiamenti xenofobi), che sarebbero invece favoriti da quegli studi che mostrano vantaggi cognitivi del bilinguismo. Alcuni dei sostenitori di tale vantaggio sembrano avere una vera e propria fede in esso: si parte dall'assunto che il vantaggio ci sia - a loro appare come un dato incontestabile, assodato - e ciò che si propongono è semplicemente di dimostrarlo, e non più di valutare se sia effettivamente un fenomeno reale, robusto e non sia spiegabile da altre variabili in gioco.

If you make a theory, for example, and advertise it, or put it out, then you must also put down all the facts that disagree with it, as well as those that agree with it. Richard P. Feynman

Questo, come dicevo, è evidente nei commenti di alcuni revisori del nostro lavoro e nelle lettere che ci sono giunte da altri (scienziati e non). Tra questi, vi sono anche alcuni colleghi che ci hanno confessato di aver ricevuto messaggi adirati da parte di ricercatori che lavorano nel settore, proprio perché ritenuti responsabili della pubblicazione di studi che, non avendo evidenziato un vantaggio dei bilingui, gettano ombra su quei lavori che stanno invece facendo “buona pubblicità” al fenomeno (l'unico altro argomento in grado di dar luogo a simili reazioni - aggiunge uno dei colleghi- sono gli articoli che deviano dalla "dottrina dei mirror neurons"). Ovviamente, in questo caso si tratta solo di notizie riferite (non ho avuto modo di esaminare i messaggi in questione), ma sono compatibili con l’atteggiamento che abbiamo talora riscontrato direttamente anche noi.

Noi siamo convinti che la possibilità di esprimersi in due o più lingue sia qualcosa di estremamente positivo: permette di comunicare con un maggior numero di persone, favorendo più ampi contatti e sviluppando la capacità di comprendere culture diverse. Una maggiore diffusione del bilinguismo è dunque un risultato assolutamente auspicabile e non sono giustificati, sulla base delle evidenze a nostra disposizione, i pregiudizi che alcuni genitori o altre figure educative hanno nei confronti dell’apprendimento di una seconda lingua (si vedano, ad esempio, le convinzioni circa un possibile ritardo nello sviluppo linguistico in bambini bilingui). E’ inoltre certamente possibile che il bilinguismo (non necessariamente o non solo a causa dell’innesco dei processi che permettono di gestire due lingue) abbia delle conseguenze su meccanismi cognitivi non linguistici: come tutte le abilità umane, anche il bilinguismo necessariamente avrà un impatto a livello più generale, cioè anche sui meccanismi non direttamente coinvolti.

Tuttavia, siamo anche convinti che non si possano promuovere politiche volte alla diffusione del bilinguismo filtrando i risultati negativi o nulli e selezionando solo i risultati che mostrano un vantaggio dei bilingui.

Termino facendo una precisazione relativa alla situazione italiana. Molti ritengono che questo tipo di ricerca possa incoraggiare l’insegnamento delle lingue straniere (es. della lingua inglese), aspetto così trascurato in Italia. Leggo anche molti articoli che sottolineano, citando questi lavori, che i nostri bambini potranno diventare più “intelligenti” grazie all’apprendimento di un’altra lingua. Va però ricordato che nella gran parte delle regioni italiane il monolinguismo praticamente non esiste (tant’è che è ben difficile condurre questo tipo di ricerche qui: manca il gruppo monolingue di controllo). Moltissime persone parlano un dialetto oltre all’italiano. Secondo la teoria alla base di questo tipo di ricerca è il fatto di alternare continuamente tra due idiomi a sviluppare le capacità di controllo, e ciò dovrebbe avvenire indipendente dal fatto che tali idiomi siano stati classificati come “lingue” vere e proprie.

- In un importante editoriale pubblicato su BMJ, Ben Goldacre (BMJ 2014;349:g7465) fa il punto sulle evidenze che provano come siano gli stessi accademici i primi responsabili dell'esagerazione con cui la stampa riporta le notizie scientifiche. I comunicati stampa inviati dai laboratori universitari alle agenzie di stampa contengono già, oltre ai risultati sperimentali, frasi tanto entusiastiche quanto irrealistiche sull'impatto di quei risultati. Questa forzatura accade non solo nel rapporto tra scienziati e giornalisti ma anche nel rapporto tra scienziati che condividono lo stesso ambito di ricerca. Difatti, nel vostro studio avete scelto di analizzare gli abstract presentati alle conferenze scientifiche, che dovrebbero essere il luogo delle dispute e delle discussioni. Eravate consapevoli, durante lo svolgimento del lavoro di questo terzo messaggio fondamentale del vostro studio cioè quello di promuovere l'analisi critica nelle comunicazioni tra scienziati?
Decisamente sì. Tra i motivi che ci hanno inizialmente spinti ad approfondire la questione vi era senz'altro il desiderio di far chiarezza su una credenza, quella relativa al vantaggio dei bilingui nei processi di controllo inibitorio, che noi stessi abbiamo contribuito a creare. Come sottolineiamo all'interno dell'articolo pubblicato su Psychological Science, "We ourselves are guilty".

Nel 2009, io e uno degli autori dell'articolo (Sergio Della Sala) abbiamo pubblicato i risultati di un esperimento che suggeriva che i partecipanti bilingui da noi analizzati avessero effettivamente maggiori capacità di controllo inibitorio rispetto ai monolingui (Treccani et al., 2009).




I partecipanti a questo esperimento, tuttavia, avevano eseguito altri tre compiti basati sul controllo inibitorio, ma in questi altri compiti non erano emerse differenze tra bilingui e monolingui. Questi ultimi risultati (nulli) non sono stati pubblicati.

L'articolo di Psychological Science contiene dunque un mea culpa.

A questo proposito, invito a leggere un altro interessante mea culpa (Klein, 2015) da parte di uno degli autori del lavoro che ha dato inizio agli studi nel settore (Bialystok et al., 2004). L'altra ragione che ci ha spinti a far chiarezza sono proprio le discussioni (ufficiose) avute con i colleghi durante varie conferenze scientifiche. Nella maggior parte degli studi sul bilinguismo riportati in tali conferenze veniva messo in luce un vantaggio cognitivo dei bilingui. Malgrado ciò, in queste conversazioni informali, molti colleghi dichiaravano di aver svolto studi in cui non avevano trovato alcuna differenza.

Abbiamo cercato di approfondire (sempre in maniera abbastanza informale), inviando per e-mail ad alcuni gruppi di ricerca una richiesta di informazioni circa eventuali esperimenti non pubblicati in cui non erano state riscontrate differenze. Abbiamo ricevute ben poche risposte. A questo proposito è utile sottolineare che lo studio pubblicato su Psychological Science prevedeva anche un questionario inviato a tutti gli autori degli abstract di conferenze analizzati. In tale questionario venivano richieste informazioni circa il motivo per cui il lavoro non era stato pubblicato (es. il lavoro non era stato accettato dalla rivista a cui era stato inviato, gli autori stessi avevano ritenuto che lo studio fosse sufficientemente buono e non meritasse la pubblicazione o, al contrario, ritenevano che, dati i risultati, lo studio non sarebbe stato accettato, ecc..).

Anche in questo caso, abbiamo ricevuto ben poche risposte. In realtà abbiamo addirittura ricevuto un esplicito rifiuto a partecipare all'indagine proprio da parte di Ellen Bialystok, cioè una delle principali ricercatrici in questo ambito (possiamo anche dire colei che ha dato avvio a questo tipo di ricerca) e che è a capo del gruppo di ricerca più produttivo. Il rifiuto era accompagnato da una spiegazione delle sue motivazioni (fondamentalmente, lei non riteneva utile e sensata questo tipo di indagine). È ovvio che non abbiamo dunque potuto avere le informazioni di cui avevamo bisogno ed è altrettanto ovvio che, in questo settore, ci sono dei grossi ostacoli all'analisi critica nelle comunicazioni tra scienziati.

- Il secondo messaggio concerne l'importanza della pubblicazione anche dei risultati scientifici negativi per non incorrere nell'amplificazione degli effetti di risultati parziali e non replicati. Ti è capitato di incorrere nell'effetto 'file drawer' in un precedente studio, com'è andata?
Come dicevo poc'anzi, questo nostro lavoro parte proprio da un caso di file drawer di cui siamo responsabili. L’esperimento da noi pubblicato nel 2009 si basava su un compito di priming negativo spaziale. In questo compito abbiamo trovato interessanti differenze tra monolingui e bilingui (tra l’altro non necessariamente nella direzione di un effettivo “vantaggio” di questi ultimi). I partecipanti all’esperimento eseguivano però tre altri compiti in cui non abbiamo trovato differenze.

Il nostro articolo riporta solo l’esperimento nel quale le differenze erano significative.

Che dire... abbiamo pensato che gli altri compiti non fossero sufficientemente sensibili, che coinvolgessero altre abilità nelle quali le differenze tra bilingui e monolingui sono meno evidenti rispetto alle funzioni di controllo inibitorio o, semplicemente, che si trattasse di un errore di II tipo. In effetti, tra questi compiti vi era anche un compito Simon, cioè il compito per il quale, nel famoso studio di Bialystok et al. (2004), venivano riportate differenze tra bilingui e monolingui incredibilmente ampie: l’ampiezza dell’effetto, d di Cohen, andava da 1,8 a 2,99!!! (un effetto che potremmo definire miracoloso).


E’ forse per il fatto che tali differenze erano così marcate che l’articolo di Bialystok e collaboratori ha fatto tanto clamore e ha stimolato l’enorme mole di studi che hanno fatto appunto seguito alla sua pubblicazione. Le differenze riportate da Bialystok et al. sono talmente ampie che sarebbero bastati un pugno di partecipanti per poter ottenere con una buona probabilità differenze significative (quindi era da escludersi o da ritenersi poco verosimile l’ipotesi di una bassa potenza del nostro esperimento).

Tuttavia, in studi successivi (taluni svolti dalla stessa Bialystok), simili differenze tra bilingui e monolingui nel compito Simon non sono state più riportate. A dire il vero, non si sono neppure più riscontrate differenze nell’ampiezza dell’effetto Simon (vantaggio delle prove compatibili su quelle incompatibili): quando sono state trovate, le differenze riguardavano altri aspetti, quali, ad esempio, il tempo di reazione complessivo (dunque l’interpretazione stessa del vantaggio dei bilingui è cambiata).

In ogni caso, non era così chiaro quello che ci si doveva aspettare e, visto che si trattava di uno short paper, abbiamo optato per discutere il solo esperimento che mostrava l’effetto. Successivamente, tuttavia, abbiamo condotto un nuovo esperimento che utilizzava lo stesso compito di priming negativo spaziale in cui avevamo trovato differenze tra bilingui e monolingui, ma non siamo riusciti a replicare l’effetto del bilinguismo.

A questo punto, era doveroso fare chiarezza sulla questione.

Devo dire che ad insistere particolarmente sulla necessità di far chiarezza è stato uno dei miei co-autori: Sergio Della Sala. Sergio è molto sensibile al problema, dato anche, io credo, il ruolo che riveste all’interno di Cortex (se ne può parlare o è considerata pubblicità?). Questa rivista negli ultimi anni si sta appunto impegnando nel cercare di fare in modo che tutti i risultati dei “buoni” esperimenti siano pubblicati, indipendentemente dal risultato (significativo o meno). Si veda a questo proposito il nuovo tipo di articolo da loro introdotto, cioè i registered reports.

Devo dire che il problema del file drawer non si è posto per altri lavori a cui ho partecipato. In effetti quello del 2009 è stato l’unico “quasi esperimento” che ho condotto.

I miei esperimenti riguardano aspetti come la selezione della risposta, il response priming, la rappresentazione delle conoscenze, l’elaborazione spaziale, l’elaborazione implicita vs. quella esplicita, e in genere mi interessa capire i meccanismi alla base di questi processi - non mi occupo di differenza tra gruppi. In questi esperimenti, imperano dunque le variabili entro i soggetti e solitamente li pianifico in modo tale da non avere risultati nulli: se non mi aspetto un effetto significativo in una certa condizione (o comunque ho il dubbio che potrei non trovarlo), affianco a questa condizione una condizione di controllo in cui mi aspetto senz’altro l’effetto, in modo da ottenere comunque un’interazione significativa.

Sono soddisfatta quando riesco ad escogitare un disegno sperimentale relativamente elegante, che dia comunque informazioni nell’immediato, qualunque sia il risultato (anche i risultati nulli informano, ma il tipo di informazione che danno è ovviamente diverso e va letto alla luce di tutti gli altri dati disponibili ottenuti in altri studi). Lo ammetto, è questo il tipo di ricerca che mi diverte di più.

- Il primo messaggio del vostro lavoro è che la teoria del vantaggio cognitivo del bilinguismo si sia finora fondata su una distorsione che ha portato a pubblicare su riviste scientifiche la maggior parte dei risultati positivi (il 68%) e una minima parte dei risultati negativi (29%) precedentemente presentati ai congressi. Per vantaggio cognitivo si intende la dimostrazione che i bilingui siano più abili dei monolingui a svolgere dei compiti che richiedono funzioni cognitive superiori (controllo, inibizione dell'interferenza, memoria di lavoro). Avete ulteriori dati al riguardo?
In questo momento non mi sto dedicando ad altri studi empirici sull’argomento. Il primo autore del lavoro pubblicato su Psychological Science (Angela de Bruin) sta però svolgendo il suo dottorato di ricerca su questa tematica. Non mi pare che, per ora, abbia avuto successo nel trovare significative differenze tra bilingui e monolingui. Si tratta tuttavia semplicemente di un singolo lavoro. In ogni caso, proprio in questi mesi stanno uscendo numerosi articoli che esaminano in maniera critica la questione in una prospettiva più ampia. A questo proposito, consiglio la lettura dell’articolo di Raymond Klein a cui accennavo sopra (Klein, 2015) e dei lavori di Kenneth Paap (Paap, 2014, Paap, Johnson, & Sawi, 2014).

the early (pre-2011) evidence in favour of a BEPA [Bilingual Advantage= congruent RT for monolinguals minus that for bilinguals] may have been generated by a dual-edged publication bias: for papers whose narrative is consistent with that of an exciting series of studies by a world-famous expert and against papers reporting null results. Raymond M. Klein

- Puoi descrivere il tuo laboratorio e gli strumenti di lavoro?
Beh... diciamo che attualmente non ho un vero e proprio laboratorio. Collaboro con vari gruppi di ricerca a cui mi devo obbligatoriamente appoggiare per poter accedere a spazi, strumenti, materiali. Da novembre 2012 faccio parte del Dipartimento di Storia, Scienze dell'Uomo e della Formazione dell'Università di Sassari e sto ancora cercando di organizzare il laboratorio di psicologia sperimentale (dovremo in realtà partire con i primi esperimenti a breve). Mi dedico comunque prevalentemente a studi comportamentali, quindi mi bastano una stanza, un computer e un software per la programmazione ed esecuzione di esperimenti che prevedono la registrazione dei tempi di reazione. In generale, i partecipanti ai miei esperimenti sono adulti, neurologicamente intatti, ma ho effettuato anche lavori con pazienti (sempre adulti) con lesioni cerebrali.


- Quanti fondi di ricerca hai a disposizione ogni anno?
Attualmente nessuno. Per ora, i miei colleghi a Sassari usufruiscono dei fondi di ricerca distribuiti prima della mia assunzione. Per ottenere fondi mi dovrò dar da fare con i vari bandi e progetti regionali, nazionali, europei. Al momento non ho molto tempo da dedicare a questo genere di cose. Ovviamente, tuttavia, senza fondi non posso sperare in una anche minima autonomia di ricerca.

P.S. So che con quest’ultimo commento mi gioco la tua simpatia e stima (e forse anche l’amicizia in fb), ma leggendo la parte finale dell’articolo di M. Konnikova [Isbilingualism really an advantage?] mi sono cadute le braccia.

In questa parte finale, lei dichiara che la differenza tra bilingui e monolingui non sembra risiedere tanto nelle capacità dimostrate durante lo svolgimento di determinati compiti, quanto nell’abilità di contrastare il declino cognitivo dovuto all’età. In questo, le differenze tra bilingui e monolingui sarebbero notevoli.

Ora, le ragioni per cui i bilingui dovrebbero essere maggiormente protetti dal declino sono le medesime che li dovrebbero avvantaggiare nei compiti di controllo inibitorio. In effetti, i due fenomeni - se di due fenomeni distinti possiamo parlare - vengono indagati con strumenti simili e dai medesimi gruppi di ricerca, dunque è chiaro che gli stessi problemi (tra cui, appunto, il pubblication bias) potrebbero affliggere anche questi studi (così come – diciamolo – gli studi in molti altri settori).

In realtà, nella nostra indagine noi non abbiamo escluso i lavori che coinvolgevano anziani e le nostre considerazioni riguardano dunque tutta la letteratura sugli effetti cognitivi non linguistici del bilinguismo (potenziamento cognitivo in individui giovani-adulti e/o rallentamento del declino in anziani).

È chiaro che il messaggio non è arrivato completamente.

Ciò è un preoccupante indice del fatto che questo tipo di fallacia può interessare anche persone che sono abituate ad analizzare criticamente i fatti.

Leggere quella parte dell’articolo mi ha fatto pensare ad un aneddoto della mia infanzia. Non ricordo esattamente l’età, ma ero piuttosto grandicella. Ciononostante, ero ancora molto ingenua e tendevo a credere ciecamente a tutta una serie di fenomeni magici. Rimasi molto male quando un’amica di Milano mi disse, divertita, che c’erano bambini della nostra età che ancora credevano a Babbo Natale. Anche se da noi, a Brescia, Babbo Natale “non passava”, io ero appunto convinta che Babbo Natale esistesse e si occupasse di altre zone d’Italia. In ogni caso, mi ripresi subito (il credo a cui ero più legata non era stato direttamente colpito) e risposi: “Come possono crederci? E’ ovvio che Babbo Natale non esiste … per fortuna da noi a portare i regali è Santa Lucia!” (mia madre, seduta lì accanto, si scompisciò dalle risate – non gliel’ho ancora perdonato).



Solo la generosità nell'approfondimento delle risposte di Barbara mi ha permesso di perdonarle questa critica – ahimé fondata - all'adorata Konnikova.



Bibliografia
Bialystok, E., Craik, F. I., Klein, R., & Viswanathan, M. (2004). Bilingualism, aging, and cognitive control: Evidence from the Simon task. Psychology and Aging, 19, 290–303.
Klein, R. (2015). Is there a benefit of bilingualism for executive functioning? Bilingualism: Language and Cognition, 10,, 29-31
Paap, K. R. (2014). The role of componential analysis, categorical hypothesising, replicability and confirmation bias in testing for bilingual advantages in executive functioning. Journal of Cognitive Psychology, 26, 242–255.
Paap, K. R., Johnson, H., Sawi, O (2014). Are bilingual advantages dependent upon specific tasks or specific bilingual experiences? Journal of Cognitive Psychology, 26, 615-639.
Treccani, B., Argyri, E., Sorace, A., & Della Sala, S. (2009). Spatial negative priming in bilingualism. Psychonomic Bulletin & Review, 16, 320–327.