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venerdì 6 gennaio 2017

Come sta la Psicologia? Una conversazione con Carlo Umiltà


La Psicologia è in crisi? Nel 2016 il dibattito è stato molto acceso nel mondo scientifico anglosassone e si è articolato attraverso i mezzi tradizionali – pubblicazioni su riviste scientifiche – e sui social network.
Il tema, affrontato da diverse prospettive, è attualissimo stando anche ad alcuni articoli delle ultime settimane:

- l'apertura di un Registered Replication Report per sottoporre a verifica l'effetto SNARC (in determinate condizioni sperimentali, i tempi di reazione a numeri piccoli sono più rapidi se la risposta è data con la mano sinistra, mentre se i numeri sono grandi i tempi di reazione sono più rapidi se la risposta è data con la mano destra); 

- un articolo di Ferguson, Brown e Torres su Current Psychology, che mette in evidenza tutti gli errori e i falsi miti contenuti nei manuali di psicologia;

- una recensione del libro di Michael Lewis sui due grandi psicologi Tversky e Kahneman, che mette in risalto la fallacia di quest'ultimo (Premio Nobel per l'Economia nel 2002): alcuni capitoli del suo libro Thinking, Fast and Slow - Pensieri lenti e veloci nell'edizione italiana - danno troppo credito a studi ed effetti psicologici non replicati.


Carlo Umiltà è Professore emerito di Neuropsicologia all'Università di Padova. A giugno del 2016, l'Università di Bologna lo ha insignito della Laurea ad honorem in Neuroscienze e Riabilitazione Neuropsicologica.
Ancora una volta ha risposto con generosità a tutte le domande che gli ho inviato, fornendo molti punti fermi e ulteriori spunti per la discussione.
Sì perché devo a lui un'altra Conversazione del 2014 - La neuromania e gli inganni – sui rischi della naturalizzazione delle scienze umane e altre storie.
Ecco di seguito le sue risposte alle mie 11 domande.

1) Frodi, articoli ritrattati, effetti non replicati, studi ammiccanti e seduttivi: come sta la Psicologia?
La Psicologia sta male e le neuroscienze cognitive stanno peggio. Invito tutti a leggere Button et al. (2013, Nature Reviews/Neuroscience) e Eklund et al. (2016, PNAS) per rendersene conto. Questa drammatica situazione ha avuto origine da tre cattive pratiche. La prima è stata di comportarsi come se la potenza di un test di inferenza statistica avesse influenza soltanto sugli errori di “secondo tipo”. La seconda è di avere trascurato, particolarmente negli studi di neuroimmagine, l’effetto gravemente inflazionante sugli errori di “primo tipo” che hanno i confronti multipli. La terza è la ricerca affannosa “a posteriori” di un qualche test di inferenza statistica che attesti la “significatività” dei risultati ottenuti. Se si può concedere la buona fede nel primo caso, è impossibile concederla negli altri due.

2) Il Reproducibility Project nato nel 2011, promosso e coordinato da Brian Nosek, Johanna Cohoon e Mallory Kidwell, dopo aver replicato 100 studi sperimentali e correlazionali ha ottenuto gli stessi effetti e con analoga grandezza solo in una percentuale compresa tra il 36% e il 47%. Più forte è il risultato originale, anche in termini statistici, più è probabile si ottenga lo stesso effetto negli studi successivi fatti alle stesse condizioni. Un po' poco. Ma allora, quanto c'è di vero nei manuali di psicologia?
Nessuno sa quanto ci sia di vero nei manuali di psicologia. Dovremo, più o meno, ricominciare tutto da capo, evitando gli errori fatti finora. Soprattutto, bisogna dimenticare la follia di pensare che un risultato, per essere pubblicabile, debba essere “originale” e sanzionare severamente l’uso dell’inferenza statistica come frenetico tentativo di trovare un modo di dimostrare che il risultato trovato è “significativo”.

3) Ci sono due aspetti metodologici all'origine dell'enorme problema della riproducibilità: uno riguarda l'analisi statistica che spesso è debole, l'altro la sistematica tendenza a non pubblicare i risultati negativi, viziando alla fine gli effetti sperimentali che possono risultare ingigantiti. Come si possono affrontare questi problemi?
L’analisi statistica non è “spesso debole”, molto frequentemente è falsa. Bisogna convincersi che applicare metodi statistici “discutibili” equivale a falsificare i risultati. Se applico un metodo di inferenza statistica dopo l’altro e mi fermo soltanto quando ne ho trovato uno che “funziona”, in realtà sto falsificando i risultati della ricerca. La via di uscita è pubblicare soltanto lavori pre-registrati, indipendentemente dai risultati poi ottenuti. Le pubblicazioni hanno due scopi: il primo, e più comune, è di attestare la capacità di un ricercatore di fare correttamente ricerca (e, perciò, di essere in grado di insegnare a farla). Questo tipo di pubblicazioni è importante perché permette di selezionare i docenti più capaci. Tuttavia potrebbero essere benissimo confinate in riviste “archiviali” e potrebbero consistere prevalentemente nella conferma di risultati già acquisiti. L’altro scopo è di fare progredire le conoscenze. E’ a questo tipo di pubblicazioni che dovrebbero essere riservate le riviste più prestigiose e solo per esse l’originalità dei risultati dovrebbe essere un criterio importante di selezione.

4) Per Jason Mitchell non c'è alcuna rilevanza scientifica a pubblicare i risultati negativi degli esperimenti né gli studi che non replicano gli effetti sperimentali originali, anzi chi si dedica a questo tipo di verifiche minaccerebbe pubblicamente l'integrità dei propri colleghi. È così?
No, non è così. La replicabilità è una caratteristica irrinunciabile dei risultati scientifici. Per sapere se un risultato è replicabile o meno c’è una sola via: ripetere la ricerca originale.

5) Se i risultati di uno studio non sono replicati da altri autori, le opzioni per il ricercatore dello studio originale sono di ammettere o negare gli errori. Le conseguenze nel primo caso potrebbero mettere in pericolo la sua posizione accademica - soprattutto se è a tempo - la sua reputazione oppure la sua disponibilità di fondi di ricerca attuali e futuri. Questo può indurre a difendere a oltranza i propri dati a scapito di una discussione davvero costruttiva per la scienza?
È inevitabile che un ricercatore cerchi di “difendere” i risultati della propria ricerca e, soprattutto, l’interpretazione che ne ha proposta. È altrettanto inevitabile che altri mettano alla prova l’attendibilità di quegli stessi risultati e ne propongano interpretazioni alternative. I progressi scientifici emergono proprio da questa dialettica. È meno inevitabile, anche se accade frequentemente, che queste dispute scientifiche si trasformino in dispute personali. Le dispute, quando diventano personali, impediscono il progresso scientifico e spingono a perpetrare frodi (vedi la mia risposta alla prima domanda). Questo è un rischio che va a tutti i costi evitato e il lavorare in gruppo rende più facile evitarlo. Certo che quando sento colleghi dire che i loro articoli sono come loro figli, mi preoccupo. Per difendere i propri figli si è disposti a tutto. Per difendere i propri articoli è lecito usare solo l’arma dell’evidenza empirica e dell’acume intellettuale.

6) Susan Fiske ha accusato di “terrorismo metodologico” chi critica gli studi scientifici sui social network. Un suo editoriale su Observer ha creato una forte discussione. L'articolo è stato pubblicato il 31 ottobre. Secondo Fiske le critiche degli “avversari” devono essere espresse in forma privata oppure in commenti moderati. In realtà questo tipo di revisione su diversi social media, successiva alla pubblicazione, si sta rivelando importante e utile.
I post su Blog, Facebook e Twitter da parte di scienziati, studenti o altre figure competenti che criticano nel merito e nel metodo un nuovo studio pubblicato hanno un ruolo nel dibattito scientifico?
Si, certo che ce l’hanno. Tutte le critiche hanno, se ragionevoli, un ruolo importante, direi essenziale, di stimolo all’approfondimento delle conoscenze. Se queste critiche, per quanto distruttive, sono espresse in forma moderata, svolgono meglio il loro ruolo di stimolare un dibattito costruttivo. Tuttavia, il “modo” di esprimerle mi sembra molto meno importante del loro contenuto. Per quanto riguarda il “luogo” dove rendere pubbliche le critiche, direi che le riviste scientifiche che assicurano un adeguato processo di “referaggio” sono preferibili. E ciò perché le critiche che appaiono in queste riviste sono già state vagliate da alcuni esperti, che le hanno trovate, quanto meno, interessanti. Tuttavia, ritengo che non sia il “luogo” dove la critica appare a fare la differenza. Ciò che conta è l’evidenza empirica e la logica dell’argomentazione.

7) In verità anche le critiche a Fiske sono state dello stesso tenore, agguerrite, sintomo di una tensione molto forte tra l'approccio conservatore di molti accademici e l'urgenza partecipativa alla discussione scientifica promossa attraverso i nuovi media. Questa tensione rischia di estremizzare il confronto senza approfondirne i temi in questione, contrapponendo l'arroccamento di intoccabili a una deriva di discredito. Eppure una via intermedia sembra funzionare bene su Twitter ed è la moderazione reciproca, l'attenzione degli scienziati più pratici del mezzo che si impegnano a riportare le diverse interazioni sul comune obiettivo di un confronto scientifico costruttivo. Quanto è importante esporsi, entrare nel dibattito pubblico, per gli scienziati? Quanto è importante che gli studenti, i dottorandi, apprendano anche l'abilità di discutere senza essere intimiditi?
Sono convinto che gli scienziati debbano partecipare al dibattito pubblico, particolarmente quando questo riguarda la distribuzione dei fondi pubblici per la ricerca. Non devono, però, cadere nella tentazione di enfatizzare il valore dei risultati ottenuti e di promettere molto di più di quanto possano mantenere. Una visione eccessivamente ottimistica dei risultati delle neuroscienze cognitive è stata recentemente propagandata nel campo delle neuroscienze cognitive. Si è fatto credere al pubblico che, a partire dai primi anni ’90 del XX secolo, le nostre conoscenze sui rapporti fra mente e cervello siano progrediti in modo vertiginoso. Di fatto, le nostre conoscenze in questo campo, relativamente agli aspetti di interesse generale, non specialistico, non sono molto superiori a quelle di 100 anni fa, più o meno. Una eccessiva esaltazione dei risultati ottenuti, oltre a peccare di onestà verso coloro che le nostre ricerche, in ultima analisi, finanziano, è anche controproducente. Come dice il proverbio, “le bugie hanno le gambe corte” e l’amara verità presto emerge.

8) Questa discussione non riguarda solo la ricerca psicologica: analoghe critiche si stanno sviluppando per la medicina, la biologia, la genetica,... Si tratta di una fase dell'evoluzione della scienza?
Certamente le stesse critiche hanno investito, con qualche anno di anticipo, la genetica. La mia impressione è che il problema riguardi tutte le discipline che condividono le procedure di inferenza statistica e, quindi, si trovano ad affrontare gli stessi problemi e anche ad adottare le stesse scorciatoie per evitarli (non, purtroppo, per risolverli). L’inferenza statistica basata sul rifiuto/non rifiuto dell’ipotesi nulla è stata introdotta agli inizi del XVIII secolo. Il metodo rivale, il metodo bayesiano, risale a circa 50 anni dopo. E’ chiaro che quando, quasi 300 anni dopo, ci si trova ad affrontare il problema di eseguire centinaia di migliaia di confronti in una sola ricerca (neuroimmagini, genetica) sia necessario esplorare nuove vie.

9) Ha degli effetti a livello pratico questa discussione? Sta cambiando il modo di condurre le diverse fasi di una ricerca sperimentale?
Io direi proprio di si. L’enfasi sulla potenza delle procedure di inferenza statistica, l’importanza data alla “grandezza dell’effetto”, la sempre maggiore popolarità dei metodi bayesiani e, soprattutto, l’introduzione degli articoli pre-registrati, sono tutti indizi del fatto che il sistema possiede i modi per autocorregersi e sta cominciando a farlo.

10) Sono da riscrivere i manuali di psicologia?
Non lo so e dubito che qualcuno sia, allo stato, in grado di rispondere a questa domanda. E neppure mi sembra una priorità riscrivere i manuali. Come è sempre accaduto, i manuali seguiranno, pur con un certo ritardo, i progressi delle conoscenze.

11) Da cosa giudica un ricercatore promettente?
Una buona ricerca implica l’esecuzione di queste fasi: individuazione di un problema che valga la pena di essere affrontato (bisogna conoscere la letteratura), trasformare il problema in una ricerca eseguibile e in grado dare risposte sensate al problema (bisogna conoscere il disegno sperimentale e l’inferenza statistica), eseguire gli esperimenti (bisogna avere già eseguito esperimenti simili), analizzare i risultati (bisogna conoscere l’inferenza statistica), scrivere il rapporto finale (l’articolo) che rende pubblici i risultati ottenuti (bisogna conoscere la letteratura e sapere scrivere in inglese). Un ricercatore è promettente se dimostra di fare progressi in tutte le fasi, anche se non contemporaneamente.


Sul tema: I sette vizi della psicologia e il Manifesto di Chambers (6/8/2017)

lunedì 11 aprile 2016

Se batto le mani non faccio rumore

Una conversazione con Lorenzo Pia sull'anosognosia per l'emiplegia

 

La coscienza - l'esperienza soggettiva di sé, la consapevolezza delle proprie percezioni, dei propri pensieri, delle proprie emozioni -, è quello stato della mente che diamo quotidianamente per scontato e che non riconosciamo di perdere o aver perso.

È fondamentale quando dobbiamo prendere decisioni, quando ci troviamo in situazioni nuove o a dover svolgere azioni nuove o complesse e anche quando, mentre svolgiamo azioni automatiche, commettiamo un errore o c'è una variazione che richiede di aggiustare quello che di solito facciamo senza renderci conto.

Gli studi neuropsicologici sono stati determinanti nel farci comprendere che siamo dotati di gradi diversi e diverse componenti di coscienza. Accade, quindi, che a causa di un danno cerebrale specifico in una regione del lobo parietale destro, non siamo più consapevoli degli oggetti o delle porzioni di immagini nell'emispazio sinistro (neglect percettivo-attentivo o neglect rappresentazionale). Neppure ci accorgiamo di lasciare il cibo nella parte sinistra del piatto o di non raggiungere un posto situato alla nostra sinistra, in un percorso noto. Restiamo però consapevoli che il nostro linguaggio è corretto e comprensibile, che le persone che ci circondano sono quelle di sempre, che la nostra memoria, a parte qualche lacuna, è abbastanza affidabile,...

Si tratta di un'ulteriore dimostrazione dell'irrinunciabilità e della validità dello studio rigoroso dei casi clinici come metodo scientifico al pari della sperimentazione in laboratorio.

Nel 1914 il neurologo francese Joseph Babinski introdusse il termine anosognosia per designare la negazione di una malattia: un fenomeno che mi sembra degno di nota, e che propongo di approfondire”. Tale fenomeno era stato osservato a partire dal 1885 da Von Monakow, Anton, Pick e Zingerle in associazione a diverse patologie neurologiche. Tuttavia, già in Seneca si ha una prima descrizione di negazione della cecità: “Questa folle donna ha improvvisamente perso la vista. Non solo, ora ti dico una cosa incredibile, ma vera. Ella non sa di essere cieca.” (Lettera IX, citata da Bisiach e Geminiani in un capitolo del libro Awareness of Deficits after brain injury, del 1991).

.
L'anosognosia per l'emiplegia è caratterizzata dalla negazione di un'emiparesi dell'arto inferiore e/o superiore.

Un caso di emiplegia.
The Salpêtriére, Paris.

Quello che segue è un estratto dell'esame neuropsicologico di un caso clinico pubblicato da Anna Berti, Elisabetta Làdavas, Andrea Stracciari, Clara Giannarelli, Antonella Ossola nel 1998. Si trattava di una paziente di 80 anni, destrimane, che per un ictus nell'emisfero destro, che aveva causato una lesione sottocorticale frontoparietale, manifestò: emianopsia sinistra, neglect extrapersonale sinistro, una completa emiplegia dell'arto superiore sinistro, una grave emiparesi dell'arto inferiore sinistro, una densa anestesia dell'arto superiore sinistro.

Dove ci troviamo?
- In ospedale.
Perché si trova in ospedale?
- Sono caduta e ho battuto la gamba destra.
Come vanno il braccio sinistro e la gamba sinistra?
- Mi fanno un po' male.
Riesce a muovere il braccio sinistro?
- Certo.
Riesce a toccare il mio dito con la sua mano sinistra (dopo aver posizionato il suo dito nell'emispazio visivo destro della paziente)?
Non segue alcun movimento.
Allora, ha toccato il mio dito?
- Sì.
Può battere le mani, per cortesia?
- Non siamo mica a teatro!
Lo so ma volevo vedere se riusciva a farlo.
La paziente solleva la mano destra e la porta nella giusta posizione per battere le mani, perfettamente allineata alla linea mediana del tronco, muovendola come se stesse effettivamente battendola sulla sinistra. La paziente sembra assolutamente soddisfattadella sua prestazione.
È sicura che sta battendo le mani? Non sento alcun rumore.
- In ogni cosa che faccio non faccio mai rumore.
Come sta la mano sinistra?
- Molto bene.

L'assenza di consapevolezza del deficit motorio rimane anche quando la persona verifica che non ci sono gli effetti dell'azione che l'arto paretico avrebbe dovuto svolgere.

Lorenzo Pia, Marco Neppi-Modona, Raffaella Ricci e Anna Berti nel 2004 hanno dimostrato che l'anosognosia per l'emiplegia è presente in circa il 30% dei pazienti con lesione dell'emisfero destro ed emiplegia.

Nel 1955 Edwin Weinstein e Robert Kahn, nel libro Denial of illness: Symbolic and physiological aspects, avanzarono l'ipotesi che l'anosognosia fosse un meccanismo psicologico di difesa, che permetteva al paziente di sopportare la perdita di funzionalità di un arto. Tuttavia, questa ipotesi, che richiede una qualche coscienza dell'emiparesi per negarla, è stata esclusa attraverso ripetute dimostrazioni dell'assenza di consapevolezza esplicita ed implicita nei pazienti emiplegici e anosognosici per il deficit motorio.
Inoltre, non spiega perché siano tipicamente i pazienti con lesione dell'emisfero destro a negare l'emiplegia.

Altre ipotesi hanno fatto riferimento a un'amnesia selettiva, allo stato confusionale post-ictus, a una deafferentazione sensoriale, a un deficit da neglect spaziale, a confabulazione.

Allora, diventa cruciale comprendere a che livello è il danno che causa l'anosognosia per l'emiplegia.

A tale scopo, ho posto alcune domande a Lorenzo Pia, Professore Associato di Psicologia all'Università di Torino e Coordinatore del gruppo di ricerca SAMBA (SpAtial, Motor & Bodily Awareness).

Pia lavora da diversi anni con Anna Berti sui temi multicomponenziali della coscienza.
È anche esperto di pallacanestro, fine gustatore di vini e molto attivo su diversi social network.

È stato generoso e rapidissimo nelle risposte, non ripagato dalla mia lentezza nella stesura del post.


1. Nel recente lavoro pubblicato su Neuropsychologia con Alessandro Piedimonte, Francesca Garbarini, Tiziana Mezzanato e Anna Berti, avete dimostrato che nei pazienti emiplegici anosognosici risulta preservata l'intenzione di movimento. Per arrivare a tali risultati, che continuano una lunga e innovativa ricerca, avete misurato in modo ingegnoso gli effetti del programma motorio sulla percezione visiva, in due condizioni (bimanuale e unimanuale). Come funzionava la procedura nei soggetti di controllo e come il movimento influenzava la loro percezione?
- Ai soggetti sani, come ai pazienti, è stato sottoposto un paradigma di movimento apparente noto per mostrare un bias nella scelta dell’effettore da utilizzare per indicare la direzione del movimento (es. se il movimento apparente è verso destra si risponde con la mano destra).



2. E nei soggetti con emiplegia senza anosognosia?
- Questi pazienti non mostrano il bias sopracitato in quanto non programmano più movimenti avendo “imparato” della loro paralisi.

3. Qual è stato il risultato sorprendente nei pazienti con emiplegia e anosognosia?
- Gli anosognosici, come i soggetti sani, mostrando il bias di risposta consistente con il movimento apparente. I punto cruciale è che i primi non si muovono.

4. Quindi la non consapevolezza di un'emiplegia libera un'illusione di movimento che a sua volta altera il modo di percepire il mondo oltre ad alterare i movimenti dell'arto non emiplegico, come hai dimostrato nelle precedenti ricerche assieme ai tuoi collaboratori?
- Esattamente, l’effetto mostra che l’intention programming system è risparmiato e funzionante come nei soggetti sani che, effettivamente, si muovono.

5. Quali sono le spiegazioni possibili e in che modo lo studio dei pazienti con anosognosia per l'emiplegia rivela il legame complesso e dinamico tra azione e percezione? A che livello l'azione può influenzare la percezione?
- Azione/programmazione e percezione sono strettamente dipendenti e si influenzano reciprocamente. Queste relazioni esistono sia a livello implicito che esplicito.

6. L'illusione soggettiva di movimento dell'arto paralizzato nel paziente emiplegico anosognosico è sufficiente a mantenere e consolidare l'anosognosia? O meglio è alla base stessa dell'anosognosia? Quindi, se si ha la percezione soggettiva che il braccio paralizzato si muova non si può ritenere che sia paralizzato.
- In parte si, esattamente come in un soggetto sano che non pensa di non potersi muovere.

7. Oppure l'anosognosia per l'emiplegia è una forma di confabulazione?
- Noi riteniamo di no, l’anosognosia è una reale esperienza soggettiva del programma motorio.

8. L'esperienza soggettiva è più forte di quella oggettiva? E quindi, l'emiplegico anosognosico, a dispetto dell'assenza degli effetti concreti del movimento del suo arto paralizzato (ad es. il fallimento nel prendere una tazza, spostare un libro, premere un interruttore, infilare una manica) permane convinto di usarlo. Può attribuire inconsapevolmente alcune azioni compiute con l'arto non empilegico a quello leso?
- In parte si l’esperienza soggettiva, a volte, è talmente potente da cancellare quella oggettiva.

9. Comprendere meglio i meccanismi sottostanti all'emiplegia con anosognosia sarà fondamentale per disegnare interventi riabilitativi efficaci. Quali sono i prossimi sviluppi delle tue ricerche in questo campo?
- Gli sviluppi futuri riguardano principalmente l’esame sempre più dettagliato delle componenti cognitive sottendenti la cognizione motoria (es. intenzione, conseguenze sensoriali, etc) nonché l’integrazione di queste componenti con la rappresentazione del corpo.

10. Quali sono le ricerche nelle quali sei impegnato in questo momento?
- Rapporto tra consapevolezza di agire e consapevolezza corporea.

11. Puoi descrivere il tuo laboratorio e gli strumenti di lavoro?
- Nei nostro gruppo di ricerca utilizziamo metodiche comportamentali che fisiologiche (EEG) o di neuroimaging (TMS; fMRI). Lavoriamo sia su soggetti sani che su pazienti neurologici

12. Quanti fondi di ricerca hai a disposizione ogni anno?
- Pochissimi!!!!


Se prendiamo come riferimento il modello del controllo motorio (Blakemore, Wolpert e Frith, 2002; Haggard, 2005), ora si fa chiara la risposta alla domanda relativa al livello al quale si manifesta l'anosognosia per l'emiplegia.

Modello semplificato del controllo motorio,
modificato da Anna Berti.


Il paziente con anosognosia per l'emiplegia ha quindi l'intenzione di svolgere un movimento, formula il piano per l'esecuzione del movimento, fa previsioni sugli effetti di quel movimento ma non è in grado di confrontare correttamente gli effetti concreti dell'azione con le previsioni, perché la lesione ha danneggiato il comparatore. Risulta così una falsa consapevolezza di continuare a usare l'arto leso, che spiega la convinzione dei pazienti di aver per davvero eseguito il movimento richiesto.

La conclusione affascinante è che la coscienza motoria si costruisca nel momento in cui si formulano le intenzioni e i piani e non al termine dell'azione e sulla base dei suoi effetti.

 

sabato 12 marzo 2016

Ci vediamo domani in Piazza del Popolo.

Una conversazione con Cecilia Guariglia



Una delle sindromi più affascinanti della neuropsicologia è il neglect o eminegligenza spaziale unilaterale. Si tratta di un disturbo tipicamente causato da lesioni dell'emisfero destro del nostro cervello (per ictus, traumi, tumori, malformazioni), che includono il lobo parietale.
Nel neglect il paziente usualmente trascura la parte controlesionale dello spazio (dato che la lesione tipica è nell'emisfero destro, lo spazio negletto è alla sinistra del paziente). Quindi tutto quello che si trova a sinistra non viene percepito, rappresentato, afferrato.
Il neglect è diagnosticato dal neuropsicologo dopo un accurato esame clinico e psicometrico.
Esistono diversi tipi di neglect che possono presentarsi associati in uno stesso paziente oppure dissociati l'uno dall'altro, a seconda della localizzazione e dell'estensione della lesione:

  • percettivo-attentivo, manca la consapevolezza per gli oggetti e gli stimolivisivi o uditivi presenti nell'emispazio sinistro raggiungibile (spazio peripersonale). Le prove classiche per individuarlo sono i giudizi percettivi e le descrizioni di scene (non richiedono risposte motorie) oppure i test di bisezione o cancellazione, la copia di disegni, l'osservazione quotidiana - ad es. quando il paziente mangia, prende solo il cibo nella metà destra del piatto - (non richiedono risposte motorie)
  • rappresentazionale, manca la consapevolezza per tutti i dettagli presenti nella metà sinistra di una scena (o figura o mappa) immaginata (spazio immaginativo). Le prove per identificarlo sono l'evocazione di un ambiente ad es. una stanza o una piazza (non richiedono risposte motorie), il disegno spontaneo o a memoria (richiedono risposte motorie) oppure l'osservazione del paziente durante gli spostamenti lungo un percorso.
  • coproreo, manca la consapevolezza per l'emilato sinistro del proprio corpo (spazio personale) e così il paziente può arrivare a trascurare e non usare il suo stesso braccio sinistro, che non ha nessuna difficoltà di movimento.

Il neglect non dipende da un deficit visivo o uditivo, motorio o di memoria, ma dal fatto che i contenuti dell'emispazio sinistro non raggiungono la consapevolezza (ad es. nel descrivere i negozi di Corso Italia ad Arezzo, se ho alle spalle via Roma ignoro Luisa Spagnoli e via dicendo ma elenco Banca Etruria ecc., mentre se mi metto di fronte a via Roma trascuro Banca Etruria con i manifestanti di questi giorni e via dicendo ma elenco Luisa Spagnoli).

Un processo che ha a che fare non con la dimensione spaziale ma con quella temporale è la memoria prospettica, il ricordarsi di ricordare.

Sappiamo bene che la memoria retrospettiva riguarda tutti i nostri ricordi del passato, è il nostro archivio personale.
La memoria prospettica riguarda invece i ricordi del futuro, cioè tutte quelle azioni o intenzioni che abbiamo pianificato e che dovremo svolgere in un dato momento (ora, giorno, mese, anno), è la nostra agenda personale.
È ancora poco studiata, anche per le difficoltà metodologiche che comporta, e sarà, quindi, importante comprenderne meglio il funzionamento.



Ho parlato di neglect e memoria prospettica – di spazio e tempo - con Cecilia Guariglia, riferimento internazionale per gli studi sulla rappresentazione spaziale e sulla navigazione ambientale.
Guariglia è Professore Ordinario di Psicologia all'Università La Sapienza di Roma, Responsabile del Laboratorio di Neuropsicologia dei Disturbi VIsuo-spaziali e della Navigazione – Di.Vi.Na. - presso la Fondazione Santa Lucia IRCCS e Direttore della Scuola di Specializzazione in Neuropsicologia della Sapienza.

Inoltre, tengo ad aggiungere che Cecilia è nata a Salerno, è una cittadina attiva e social.
Ed è stata davvero generosa e rapidissima nei nostri scambi di messaggi per vari mezzi.


1. A 37 anni dalla prima descrizione del neglect rappresentazionale (Bisiach e Luzzatti 1978), assieme a Giorgia Committeri, Laura Piccardi e Gaspare Galati, hai esaminato in un ampio gruppo di persone colpite da ictus nell'emisfero destro le caratteristiche differenziali del neglect: percettivo e rappresentazionale. Quali sono gli aspetti innovativi che avete dimostrato e che legame c'è tra Piazza del Popolo e la giunzione temporo-parietale destra?
Lo studio dei correlati neurali del neglect rappresentazionale è il punto di arrivo di una serie di studi sul neglect rappresentazionale iniziata negli anni ‘90. Dopo che con una serie di studi su casi casi singoli e di gruppo avevamo dimostrato la doppia dissociazione tra sintomi, questo studio dimostra che aree cerebrali distinte sono alla base delle due forme di neglect. In particolare, dimostra che il neglect rappresentazionale deriva da una lesione della giunzione temporo-parietale, un’area che negli ultimi anni è stata dimostrata essere coinvolta nella rappresentazione egocentrica dello spazio. La rappresentazione egocentrica è la rappresentazione dell’ambiente che utilizziamo per eseguire spostamenti nell’ambiente e seguire percorsi.

Fig. 1 A) Behavioural assessment of representational neglect for places.

2. Per quali ragioni è importante distinguere tra neglect percettivo e rappresentazionale, per lo spazio e per gli oggetti? L'accesso alla consapevolezza degli stimoli disposti lungo un asse orizzontale è determinato da diversi schemi di riferimento. Ci sono diverse aree del cervello che elaborano queste informazioni e che, se selettivamente danneggiate, danno origine a diversi tipi di neglect?
Domanda complessa che richiede una risposta in più punti. Cercherò di essere sintetica, a patto che mi si perdoni l’eccessiva semplificazione e il trascurare alcune informazioni.
Innanzitutto, io credo che la distinzione non vada fatta tra spazio ed oggetti, ma tra tipi diversi di spazio. La distinzione a cui mi riferisco era già stata descritta da Peterson e Zangwill e da Halligan e Marshall ed è essenzialmente una distinzione “funzionale” basata sull’ “uso” che facciamo dello spazio. C’è uno spazio “navigazionale” che è l’ambiente in cui viviamo e ci muoviamo, l’ambiente dello studio in cui mi trovo ora, ma anche quello dell’edificio che contiene lo studio, della città in cui si trova l’edificio, etc. etc. E’ uno spazio la cui rappresentazione è finalizzata a permettere all’individuo di raggiungere le proprie mete seguendo il percorso ottimale.
C’è poi uno spazio di reaching o peripersonale che è costituito da tutto ciò che si trova ad una distanza raggiungibile dall’individuo senza che questi modifichi la sua posizione nell’ambiente (per intenderci la scrivania a cui sono seduta, la libreria alla sua destra e il classificatore posto sotto la scrivania). E’ questo uno spazio la cui rappresentazione è finalizzata a permettere all’individuo il raggiungimento e la manipolazione di oggetti.
Questi due tipi di rappresentazione non sono diversi solo dal punto di vista funzionale (in uno ci spostiamo/navighiamo, nell’altro prendiamo e manipoliamo oggetti), ma richiedono anche elaborazioni in parte diverse. Oltre alle informazioni visive ed acustiche, la rappresentazione dello spazio navigazionale elabora anche informazioni vestibolari, optic flow, informazioni metriche e temporali sulle distanze percorse, ed informazioni propriocettive relative agli spostamenti dell’individuo nell’ambiente, mentre la rappresentazione dello spazio di reaching elabora informazioni sui movimenti degli arti superiori e i movimenti fini delle mani, nonché informazioni tattili su tessitura e temperatura degli oggetti.
Una lesione cerebrale può danneggiare in modo selettivo la rappresentazione dello spazio navigazionale ed in questo caso l’individuo ha difficoltà ad immaginare i luoghi familiari, come Piazza del Duomo o la propria casa, ma non gli oggetti. Se invece la lesione danneggia la rappresentazione dello spazio di reaching, l’individuo avrà difficoltà ad immaginare oggetti ma non luoghi.
Per quanto riguarda gli schemi di riferimento, io credo che alla base di ogni tipo di rappresentazione dello spazio, inclusa quella dello spazio corporeo, ci sia sempre un frame di riferimento egocentrico basato sulla midline soggettiva; la rappresentazione dello spazio navigazionale, però, integra questo frame di riferimento con le mappe cognitive (rappresentazioni allocentriche dell’ambiente).
I diversi tipi di rappresentazione dello spazio, richiedendo l’elaborazione di tipi diversi di informazioni, sono elaborate da sistemi diversi ed in gran parte segregati anche a livello neurale, la cui lesione corrisponde a forme distinte di neglect.

Fig. 2 e VLSM. Coloured patches show voxels above the
FDR-corrected z-thresholds for the three assessed forms of
neglect. pTPJ= Posterior Temporo-Parietal Junction, MFG=
Middle Frontal Gyrus, AG= Angular Gyrus, SMG= Supra-
marginal Gyrus, STG= Superior Temporal Gyrus, MTG=
Middle Temporal Gyrus.

3. Dal punto di vista cognitivo, se esiste un neglect per lo spazio percepito e un neglect per lo spazio immaginato allora il meccanismo sottostante non è unico oppure c'è un rapporto più complesso tra percezione, immaginazione e attenzione?
A mio avviso c’è un rapporto complesso e non una dicotomia percezione/immaginazione. Attenzione, percezione ed immaginazione sono processi modulati dalle intenzioni dell’individuo: pensa ad esempio alla capacità che abbiamo di ignorare stimoli quando siamo concentrati in un compito o a quante volte non “vediamo” un particolare di una scena perché attratti da qualcos’altro. La dicotomia, casomai, è tra navigazione ed azione. Infatti, un paziente con neglect rappresentazionale può descrivere correttamente ciò che c’è sulla destra e sulla sinistra di una piazza se il compito è contare quante panchine ci sono, ma negligere quelle alla sua sinistra quando gli si chiede di sedersi su quella più vicina. Viceversa, un paziente con neglect per lo spazio di reaching (quello che nei nostri articoli chiamiamo neglect percettivo) ignora le panchine a sinistra quando gli si chiede di contare quante ce ne sono in una piazza, ma potrebbe andare a sedersi su quella a sinistra se è la più vicina.

4. Una persona che ha un'immagine a metà di Piazza del Popolo, può spostarsi in autonomia?
Sia le osservazioni cliniche che gli studi sperimentali (Guariglia e coll, 2005; Nico e coll., 2008; Palermo e coll., 2012) ci hanno dimostrato che i pazienti con neglect rappresentazionale commettono molti errori quando si spostano (ad es., ignorano le svolte a sinistra) e possono “perdersi” anche in ambienti familiari perché non elaborano correttamente le mappe cognitive. Invece, i pazienti che non hanno neglect per lo spazio rappresentazionale, ma solo per lo spazio di reaching di solito non si perdono.

5. Esistono percorsi riabilitativi specifici per il neglect rappresentazionale?
Purtroppo non solo non esistono ancora percorsi riabilitativi specifici, ma anche la valutazione di questo deficit è oggi “negletta”. Infatti, la maggior parte dei protocolli di valutazione neuropsicologica non prevede prove per la valutazione del neglect rappresentazionale o prevede solo prove di rappresentazione di oggetti (O’Clock Test o Disegno a memoria di oggetti).
 

6. Passando a un altro studio che hai condotto assieme a Liana Palermo, Maria Cristina Cinelli, Laura Piccardi, Paola Ciurli, Chiara Incoccia e Laura Zompanti, avete studiato se esiste il cosiddetto 'vantaggio femminile' anche nella memoria prospettica. Dai vostri risultati è emerso che le donne sono più brave degli uomini a 'ricordarsi di ricordare'?
Effettivamente nel nostro studio le donne hanno una memoria prospettica “event-based” migliore degli uomini, ma non differiscono dagli uomini nelle capcità di memoria prospettica “time-based”. Con un esempio, uomini e donne sono altrettanto bravi a ricordare di fare una telefonata dopo 5 minuti, ma le donne sono più brave a ricordare di fare una telefonata quando vedono un telefono.

7. Quali sono le ipotesi interpretative possibili: biologiche, esperenziali?
Domanda da Nobel! Posso non rispondere, così evito di dire “cappellate”? Scherzi a parte, la differenza potrebbe essere nella tendenza delle donne ad essere “verbalizzatori”, cioè ad utilizzare processi verbali più che processi di visualizzazione e tendono ad avere una migliore working memory verbale. Queste tendenze potrebbero facilitare il ricordo delle istruzioni dei test di memoria event-based. In ogni caso, al momento qualunque ipotesi è puramente speculativa.

8. A guardare le date, l'articolo ha avuto un lungo processo prima della pubblicazione. Ci sono stati dei punti contestati dai revisori?
Discussioni sulla statistica psicometrica adoperata e problemi di madre lingua, che sono la prassi quando gli autori sono evidentemente di madre lingua diversa dall’inglese.

9. Il filone di ricerche sulle differenze di genere in ambito cognitivo è molto importante per smontare gli stereotipi che hanno finora prosperato. Stai continuando questi studi con i tuoi collaboratori?
Occupandomi principalmente di rappresentazione dello spazio è inevitabile per me occuparmi anche di differenze di genere, visto che è credenza popolare che le donne siano negate! In alcuni degli studi condotti in collaborazione con l’Aeronautica Militare e l’Università dell’Aquila abbiamo trovato donne più brave degli uomini con lo spazio! Io penso che non ci siano delle vere e proprie differenze di genere, ma differenze di stili cognitivi diversamente distribuiti nei due generi.

10. Puoi descrivere il tuo laboratorio e gli strumenti di lavoro?
Il laboratorio di Neuropsicologia Di.Vi.Na. (Disturbi Visuo-spaziali e della Navigaione) ha due sedi: Dipartimento di Psicologia ell’Università La Sapienza e IRCCS Fondazione Santa Lucia. Del laboratorio fanno parte alcuni cari e vecchi amici, tra cui Laura Piccardi dell’Università dell’Aquila, Liana Palermo dell’Università Magna Graecia, Filippo Bianchini, Maddalena Boccia, Antonella Di Vita. Abbiamo in ognuna delle due sedi una stanza molto grande le cui pareti possono essere completamente coperte da tende per nascondere porte, finestre, interruttori, etc. che possono fungere da punti di riferimento non controllati nelle prove di navigazione. Gli strumenti consistono in una serie di test neuropsicologici classici (Test di Raven, WAIS, test di Corsi, vari test di memoria e di attenzione, etc.), il WalCT che è un test di Corsi camminato sviluppato dal nostro laboratorio per la valutazione della memoria navigazionale, un computer dedicato alle analisi dei dati fMRI, un computer portatile per la somministrazione di test sperimentali.

11. Quanti fondi di ricerca hai a disposizione ogni anno?
Dolenti note! In virtù di una convenzione tra il Dipartimento di Psicologia e la IRCCS Santa Lucia ho la fortuna di collaborare con la IRCCS e di accedere ad alcuni fondi della ricerca corrente che mi permettono di eseguire gli studi di neuroimaging, ma la penuria di fondi pesa davvero tanto! Poi ci sono i fondi di Ateneo a cui si concorre annualmente e l’anno scorso in gruppo con due colleghi del mio Dipartimento abbiamo ricevuto 10000€ (poco più di 3000€ a cranio).

Sul neglect: Visconti e Fellini, dov'è la sinistra?

sabato 31 ottobre 2015

Vedo-non vedo: alle origini della coscienza.

Una conversazione con Silvia Savazzi.


Vedere ci serve per riconoscere e dare un significato agli oggetti e per localizzarli e usarli nelle nostre azioni. Fino a qualche anno fa si riteneva che la percezione visiva per il riconoscimento – mediata dalla via ventrale occipito-temporale del nostro cervello – richiedesse la consapevolezza e che la percezione per l'azione – mediata dalla via dorsale occipito-parietale – avvenisse al di fuori della consapevolezza.

Milner e Goodale 1995


La percezione per il riconoscimento ci serve ad esempio a distinguere la moneta per prendere il caffè alla macchinetta – ci fermiamo un attimo, lasciamo da parte quella bicolore -, mentre la percezione per l'azione ci serve ad inserire correttamente la moneta nella fessura, adattando senza esitazioni la posizione e la traiettoria di movimento del braccio e della mano – rapidamente e senza farci caso.

Sono da un lato gli studi sperimentali e dall'altro gli studi di casi clinici con lesioni selettive lungo una delle vie visive a permettere di analizzare l'affascinante dissociazione tra la visione e la consapevolezza.

Nell'ultimo anno, nuove ricerche hanno aperto nuovi scenari, dimostrando che la distinzione tra le due vie visive sulla base della consapevolezza potrebbe non essere così definita.
Diventa quindi cruciale stabilire 'dove' ha origine la coscienza per comprendere meglio come il nostro cervello elabora gli stimoli visivi provenienti dall'ambiente.

Ne ho parlato con Silvia Savazzi, Professore associato al Dipartimento di Scienze Neurologiche Biomediche e del Movimento dell'Università di Verona. Era tra le tre valorose donne (assieme ad Anna Berti e a Gabriella Bottini) presenti alla giornata in onore di Giovanni Berlucchi, tenutasi a Verona lo scorso 22 settembre, nella quale sono state presentate le ricerche più recenti sulla fenomenologia e neurologia della coscienza.
All'interno del PandA Lab, assieme ai suoi collaboratori, Savazzi si propone l'ambizioso progetto di studiare “come, quando e dove” origina nel nostro cervello la percezione cosciente.

Con molta generosità e disponibilità ha accettato di rispondere ad alcune domande e nel delizioso scambio di mail a un certo punto ha inserito anche la visione utropica - “è una libera traduzione di utrocular discrimination” - intendendo che nell'area visiva primaria (V1) “ci sono neuroni che rispondono solo alle informazioni provenienti da un occhio e non dall’altro ma noi non ne siamo consapevoli”, in determinate condizioni.


- Qualche mese fa su Neuropsychologia è stato pubblicato l'articolo che descrive gli studi che hai condotto con Chiara Bagattini e Chiara Mazzi (2015) sulla localizzazione della consapevolezza nelle vie visive. Un lavoro iniziato con Chiara Mazzi e Francesca Mancini (2014). Dove avete trovato la coscienza della percezione visiva?
Certo che come prima domanda ci vai giù duro! Avessi questa risposta dovrei imparare a dire “Grazie per il premio” in svedese. Scherzi a parte, quello che ci dicono i nostri dati è che l’attività dei neuroni che si trovano nel solco intra-parietale può generare consapevolezza visiva. Per dirlo in un modo molto di moda in questo periodo, il solco intra-parietale sarebbe quindi uno dei nodi all’interno della rete di aree che concorrono alla generazione della consapevolezza. Ovviamente questo non è l’unico luogo nel nostro cervello dove l’attività neurale correla con la consapevolezza, ma prima dei nostri esperimenti si pensava (e credo molti continuino a pensarlo) che l’area che abbiamo studiato non lo potesse fare.

- Il processo di revisione dei due articoli è stato lungo? Li avete sottoposti ad altre riviste scientifiche prima di Neuropsychologia?
Ti rispondo così. La fase di pubblicazione del primo lavoro è durata così tanto che due delle persone coinvolte (Francesca Mancini e Chiara Mazzi) hanno avuto tutto il tempo di avere tre figli. Un gestazione lunghissima, quella dell’articolo intendo. Il processo di revisione del primo lavoro è stato veramente complicato (col secondo è stato più veloce ma siamo sempre nell’ordine dell’anno). Il primo lavoro è stato pubblicato dopo cinque rifiuti da parte di altre riviste scientifiche e anche con la sottomissione a Neuropsychologia ci hanno dato del filo da torcere. Credo che la motivazione principale stesse nel fatto che i nostri dati non erano facilmente interpretabili secondo un paio di teorie scientifiche ben consolidate (il modello di Milner e Goodale e quello di Lamme) e, giustamente, prima di accettare gli articoli ci hanno fatto le pulci.

- Nell'ultimo studio alla domanda 'dove' si sviluppa l'esperienza cosciente, avete aggiunto la domanda 'quando': perché è cruciale conoscere la dinamica della percezione visiva e con quali procedure sperimentali avete risposto a ciascuna delle due?
Ad entrambe le domande abbiamo cercato di rispondere generando consapevolezza visiva in soggetti sani e pazienti con deficit di campo visivo grazie all’uso della stimolazione magnetica transcranica (TMS) e misurando le risposte neurali che correlavano con essa grazie all’uso dell’elettroencefalografia (EEG). Io credo che sia importante anche definire il quando dell’esperienza cosciente perché conoscere le dinamiche temporali di un fenomeno come la consapevolezza visiva è essenziale per capire, sempre nella metafora dei nodi della rete, quali aree abbiamo il primato di innescare il processo che ha come risultante l’esperienza cosciente. Capire in quali aree (il dove) del cervello l’attività neuronale correla con la presenza o l’assenza di esperienza cosciente è importante per capire quali siano i nodi della rete. Capire cosa succede prima e cosa dopo (il quando) ha il potere di dirci l’attività di quale area causa l’attività in alte aree, dandoci quindi non solo l’informazione su quali nodi della rete siano importanti per l’esperienza cosciente ma anche di capire i rapporti di causa-effetto che ci sono tra questi nodi.

- I risultati – esposti con pacatezza e quasi cautela – rivoluzionano una delle conoscenze ritenute acquisite fino a qualche mese fa: la percezione cosciente si verifica lungo la via ventrale che ci permette di riconoscere le cose nel loro significato mentre la trasformazione delle informazioni visive in azioni che avviene lungo la via dorsale è al di fuori della coscienza. La vostra scoperta che implicazioni ha per le teorie della percezione visiva?
I nostri dati sono controversi, la pacatezza e la cautela sono d’obbligo. Per quanto riguarda la via ventrale direi che tutto rimane invariato. Quello che dicono i nostri dati è che anche la via dorsale può avere accesso alla coscienza. Credo però che il modello delle due vie rimanga sempre valido, con una suddivisione del lavoro tra le due vie che dipende da cosa ci dobbiamo fare con le informazioni che riceviamo. Quello che possiamo dire è che anche nel controllo delle azioni “on-line”, ossia il principale lavoro della via dorsale, ci possa essere accesso alla consapevolezza. Quello che secondo me sarà interessante per il futuro è capire di che tipo di consapevolezza stiamo parlando per la via dorsale. Sospetto di un tipo diverso, forse più rudimentale, di quella generata nella via ventrale.

- Come hanno reagito Milner e Goodale [autori dell'articolo di riferimento del 1992]?
Di reazioni da parte di Milner non ho notizia, ma vista la posizione espressa nel suo articolo del 2012, nel quale alla domanda del titolo “Is visual processing in the dorsal stream accessible to consciousness?” [Milner 2012] risponde di no, sospetto che non sarebbe d’accordo con quanto diciamo noi. Ho invece parlato con Goodale il quale mi è sembrato molto più possibilista nell’accettare che anche la via dorsale possa avere accesso alla consapevolezza.

- Alla giornata dedicata a Berlucchi, Vallar ha proposto una spiegazione alternativa, riferendosi a un'iniziale ipotesi di Rizzolatti (Rizzolatti e Matelli, 2003): esiste una terza via ventrale-dorsale nel sistema visivo?
Io non penso che sia una spiegazione alternativa ma sì, esiste una terza via. Per dirla meglio, secondo Rizzolatti e collaboratori, la via dorsale sarebbe costituita da due vie, una dorso-dorsale e una ventro-dorsale (il primo lavoro che mi viene in mente come riferimento è quello di Rizzolatti e Matelli del 2003 ma ce ne sono molti altri). La via dorso-dorsale è la via classica descritta dal modello di Milner e Goodale, che servirebbe per la trasduzione visuo-motoria delle informazioni visive in azioni e sarebbe inconsapevole. La via ventro-dorsale invece sarebbe sempre coinvolta nelle azioni ma con un ruolo cruciale anche nella percezione dello spazio, e darebbe quindi ragione del fenomeno del neglect (che, come sai, è l’altra metà del mio cuore scientifico), e sarebbe una via consapevole. La proposta di Vallar faceva riferimento a quest’ultima via e si chiedeva se noi non stessimo stimolando la via ventro-dorsale, e quindi nessuna sorpresa che trovassimo consapevolezza, e non la via dorso-dorsale. Rispondere a questa obiezione (una delle tante fatteci dai revisori) sarebbe lungo qui, ma nei nostri articoli ci sono diverse pagine in cui diciamo perché rimaniamo convinte che quella da noi stimolata fosse la via dorso-dorsale.

- Se V1 non è necessaria per la coscienza, ha un ruolo cruciale nella percezione visiva?
Direi proprio di sì. Come tutti sappiamo, un danno alla V1 causa un deficit visivo e il paziente non è più consapevole di una parte del suo mondo visivo. Rimango quindi convinta che la V1 abbia un ruolo cruciale nella visione consapevole normale. Questo però non significa che sia un correlato neurale della consapevolezza. Altri meglio di me hanno spiegato perché la V1 non può essere parte del network che genera consapevolezza, mostrando come l’attività in V1 non correli con la consapevolezza (un esempio tra tanti sono le microsaccadi, piccolissimi movimenti che il nostro occhio fa continuamente, che modificano l’attività dei singoli neuroni in V1 ma non alterano la nostra esperienza cosciente). Il ruolo cruciale di V1 nella visione consapevole per me sta nella posizione che occupa lungo le vie visive e per le caratteristiche dei suo neuroni ma la consapevolezza è generata altrove. Quando c’è un danno in V1, tutte le aree che ricevono afferenze da V1 sono influenzate dal danno e modificano la loro attività. Secondo me, quando pensiamo al danno in V1 che causa deficit di campo visivo, dovremo tener conto dell’impatto del danno (in termini di attività neurale) non solo nell’area danneggiata ma in tutte le aree visive che ricevevano, e dopo il danno non ricevono più, informazioni da V1.

- Lo studio dei pazienti con deficit di campo visivo causati da lesioni della corteccia visiva è fondamentale per comprendere il ruolo di V1 nella consapevolezza. Tali soggetti forniscono l'affascinante opportunità di studiare la coscienza molto da vicino: a quel livello in cui si ha la percezione visiva ma non si arriva all'esperienza soggettiva. Quali sono le procedure per rilevare la presenza di visione cieca?
Le procedure sono moltissime. In generale le si possono distinguere in due grandi gruppi: i metodi diretti e i metodi indiretti. I primi consistono nel chiedere al paziente di fornire una risposta sulla caratteristica di uno stimolo presentato nel campo cieco (esempio, dire se uno stimolo è fermo o in movimento, indicare col dito o spostare gli occhi sulla posizione dello stimolo, ecc). I secondi invece si basano sul potere dello stimolo non percepito consapevolmente di influenzare la risposta del paziente ad uno stimolo percepito (es. la velocizzazione dei tempi di reazione ad uno stimolo nel campo sano quando un altro stimolo è presentato nel campo cieco). Tutti questi metodi si basano sul report del paziente che ti dice che lo stimolo presentato non viene da loro percepito consapevolmente (in caso contrario non potremo parlare di visione cieca o blindsight). Giusto per farti incuriosire un po’, ti dico che stiamo lavorando proprio sull’idea di quanto affidabili siano i report dei pazienti quando dicono che hanno o non hanno visto uno stimolo e ci siamo chiesti se un fenomeno così complesso come la consapevolezza visiva sia davvero misurabile con una scala tutto-o-nulla (vedo/non vedo) come quella usata fino ad ora. I risultati che stiamo trovando, in studi comportamentali con pazienti emianopsici e in soggetti sani con l’EEG, sono davvero intriganti e ci fanno pensare che il modo in cui misuriamo la presenza o meno di consapevolezza dovrebbe tener conto della qualità dell’esperienza visiva e non essere quindi una misura tutto-o-nulla.

- Puoi descrivere il tuo laboratorio e gli strumenti di lavoro?
Devo dire che sono piuttosto fortunata; nel mio laboratorio, dove adesso lavorano tre dottorandi e un’assegnista di ricerca, abbiamo a disposizione molto spazio per i laboratori e diverse attrezzature. Oltre a diversi laboratori per studi puramente comportamentali dove si fanno esperimenti al computer e testing neuropsicologico, abbiamo a disposizione una TMS e un sistema EEG. La cosa però che adoro maggiormente è che i nostri laboratori sono bellissimi, con pareti nere opache, e che la gente che ci vive dentro (per gli esperimenti che facciamo, durano sempre un’eternità, è proprio il caso di dirlo) è stupenda. Come ho detto all’inizio, sono fortunata.

- Quanti fondi di ricerca hai a disposizione ogni anno?
Questa è la battuta di fine intervista vero? Purtroppo gli unici fondi di cui dispongo sono quelli derivanti dal FUR (fondo unico per la ricerca) che ci viene dato dall’Ateneo. Per fortuna il mio Ateneo (e a cascata il mio Dipartimento, che ha fatto un grandissimo lavoro su questo) ha adottato un regolamento di suddivisione dei fondi che tiene conto della produttività dei ricercatori. Con questi fondi quindi riesco ogni anno a pagare un assegno di ricerca, andare in giro (poco) per congressi e a comprare un po’ di attrezzatura per i laboratori. Di questi tempi non mi posso proprio lamentare.


Bagattini C, Mazzi C, Savazzi S. (2015). Waves of awareness for occipital and parietal phosphenes perception. Neuropsychologia, 70: 114-125.

Goodale MA e Milner AD. (1992). Separate visual pathways for perception and action. Trends in Neurosciences, 15, 20–25.

Milner AD. Is visual processing in the dorsal stream accessible to consciousness? Proc Biol Sci. 2012 Jun 22;279(1737):2289-98.

Rizzolatti G, Matelli M. Two different streams form the dorsal visual system: anatomy and functions. Exp Brain Res. 2003 Nov;153(2):146-57. Epub 2003 Aug 28. Review.

Mazzi C, Mancini F, Savazzi S. (2014). Can IPS reach visual awareness without V1? Evidence from TMS in healthy subjects and hemianopic patients. Neuropsychologia, 64:134-144.