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mercoledì 24 agosto 2022

Il mito dell’epilessia da videogiochi

 

Uno dei miti più resistenti sull’uso dei videogiochi, sfruttato periodicamente dal sensazionalismo mediatico, li vede come causa di epilessia, una condizione neurologica caratterizzata da una persistente predisposizione a sviluppare crisi epilettiche e da specifiche caratteristiche neurobiologiche, cognitive, comportamentali, psicologiche e sociali. Tuttavia, i fatti hanno dimostrato che i videogiochi non causano epilessia. Raramente, in determinate condizioni e nelle persone predisposte, alcune caratteristiche di luminosità legate ai videogiochi possono provocare l’insorgenza di una crisi epilettica.


 

Una crisi epilettica, secondo la definizione della Lega Italiana Contro le Epilessie (LICE), è una manifestazione improvvisa e transitoria caratterizzata da specifici segni e sintomi clinici che originano da un’anomala iperattività elettrica in alcune aree cerebrali o diffusamente. In base alle manifestazioni, si distinguono diversi tipi di crisi epilettiche: le crisi generalizzate tonico-cloniche, le più note, e le crisi focali, che originano in un emisfero o un’area circoscritta del cervello e in base alla localizzazione possono presentare caratteristiche motorie o non motorie (ad es. caratterizzate da sensazioni visive o olfattive o gastrointestinali, da riso o rabbia, da illusioni o sensazioni di già visto). Alcune epilessie, dette sintomatiche, sono dovute a malformazioni cerebrali, esiti di traumi cranici, tumori, ictus e malattie infettive del sistema nervoso centrale.

Il mito è stato generato da un elemento di realtà - l’insorgere di una crisi epilettica a seguito di particolari stimoli visivi – ma un’unica crisi provocata da uno stimolo sensoriale non è sufficiente alla diagnosi di epilessia. Inoltre, la presenza di fotosensibilità può predisporre a una crisi epilettica provocata da stimoli visivi e questo può accadere, in una piccola percentuale, sia alle persone che hanno una diagnosi di epilessia sia a chi non ha una diagnosi. Con fotosensibilità si intende una risposta parossistica misurata attraverso l’elettroencefalogramma a una stimolazione luminosa intermittente applicata con appositi foto-stimolatori. La fotosensibilità è determinata geneticamente, ha maggiore prevalenza in età evolutiva e adolescenziale e si stima sia presente in circa il 5% delle persone con una diagnosi di epilessia. Le scariche di attività cerebrale agli stimoli luminosi intermittenti possono essere presenti alla chiusura degli occhi, ad occhi chiusi o ad occhi aperti. La stimolazione monoculare diretta quindi a un solo occhio è meno attivante di quella binoculare.

Ma non è il tipo di fonte a causare una risposta parossistica, è il tipo di stimolazione luminosa intermittente.

Continua su TuttoSuiVideogiochi

 

 

 

 

 

lunedì 14 marzo 2022

La salute mentale dei giovani e i danni del sensazionalismo mediatico

 

 

Si viene periodicamente risucchiati in un vortice di informazioni a percentuali che accresce le preoccupazioni già esistenti fino a offuscare il riconoscimento delle ampie incongruenze interne a una notizia e a pregiudicare la comprensione di un fenomeno in un determinato contesto spazio-temporale. Può sembrare paradossale ma sta accadendo anche per un tema delicato e complesso come la salute mentale: il ciclo del panico morale sta facendo il suo corso.

Tracciato in diverse versioni da Amy Orben nel 2020 e da Christopher Ferguson nel 2010 per illustrare la costruzione di una comunicazione sensazionalistica attorno all’impatto psicologico delle nuove tecnologie e dei videogiochi, il ciclo del panico morale rallenta le ricerche scientifiche integre e trasparenti e ritarda i cambiamenti culturali e strutturali nella società. Ciascuna generazione tende poi a guardare con ilarità ai cicli che hanno caratterizzato le generazioni precedenti (ad esempio, il panico alla diffusione di bicicletta, radio e fumetti, per citarne solo alcuni), spesso incosciente di starne costruendo altri.

Abbiamo adattato la struttura del ciclo del panico morale in modo da estendere le sue applicazioni ad altri fenomeni psico-sociali che riguardano la contemporaneità.

 Continua su Valigia Blu

domenica 9 gennaio 2022

La comunicazione della scienza psicologica tra credibilità e esagerazioni

 

Lasciare che la ricerca psicologica resti nelle torri d'avorio e continuare a scrivere articoli accademici solo per la piccola cerchia che di solito li legge potrebbero non rappresentare il miglior uso del denaro pubblico che finanzia direttamente o indirettamente chi fa ricerca.

È quanto scrivono Neil Lewis Jr. e Jonathan Wai all’inizio del loro articolo pubblicato quasi un anno fa, a febbraio 2021, e dal titolo Communicating What We Know and What Isn't So: Science Communication in Psychology

Gli autori affrontano il problema di una comunicazione responsabile soprattutto in tempi come questi in cui non v’è certezza e la psicologia si sta facendo carico di una crisi di riproducibilità che si estende anche oltre le scienze biomediche. 

A distanza di più di un secolo e constatati gli effetti perversi della smania scopritrice di fenomeni effimeri, si stanno recuperando quei metodi che erano stati convenientemente messi da parte ma che erano stati il fondamento della psicologia sperimentale. Come scrisse nelle sue memorie Anna Meyer Berliner, l’unica donna a completare nel 1913 il dottorato nel laboratorio di Wilhelm Wundt a Lipsia: “a quel tempo qualsiasi esperimento pubblicato da uno dei laboratori sarebbe stato ripetuto immediatamente da altre università, e senza una descrizione precisa di tutti i dettagli non sarebbe stata possibile una valutazione critica”. 

L’attenzione alla descrizione dei metodi e alla condivisione dei dati grezzi è stata via via rimossa dalle pubblicazioni scientifiche perché ne avrebbero frenato il proliferarsi, divenuto negli ultimi decenni essenziale al mercato editoriale e alla sopravvivenza stessa all’interno della comunità accademica. 

Molti risultati della ricerca psicologica degli ultimi decenni risentono anche delle limitazioni metodologiche legate all’esiguità dei campioni studiati, alla loro non rappresentatività della diversità umana, al ricorso a misure statistiche deboli, a interpretazioni sensazionalistiche, fino ai casi estremi di fabbricazione di dati, falsificazioni e frodi. 

Harriett Hall, aka SkepDoc, nel suo blog ha coniato l’espressione "scienza della fatina dei denti" per indicare quegli studi condotti su un fenomeno prima di stabilire che il fenomeno esista. Il riferimento è all’insieme di ricerche mirate a confermare conclusioni inverosimili ma che riscuotono ampio credito dentro e fuori la comunità scientifica. I praticanti della scienza della fatina dei denti trovano sempre dati coerenti con le loro ipotesi. 

Puoi misurare quanti soldi lascia la fatina dei denti sotto il cuscino, se lascia più soldi per il primo o l'ultimo dente, se il guadagno è maggiore se lasci il dente in una busta di plastica rispetto a quando lo avvolgi in un Kleenex. È possibile ottenere tutti i tipi di dati validi, riproducibili e statisticamente significativi. Sì, hai imparato qualcosa. Ma non hai imparato quello che pensi di aver imparato, perché non ti sei preso la briga di stabilire se la Fatina dei Denti esista davvero.

Un esempio è dato dalla ricerca sulla dipendenza da videogiochi: prima che il disturbo esista e sia definito secondo criteri clinici specifici e condivisi che ne dimostrino la coerenza interna, non solo sono state già individuate le sue conseguenze devastanti (ma solo su adolescenti, non in chi videogioca da trent’anni o più), sono state già aperte cliniche dedicate ed è stato innescato un panico mediatico che ha favorito la continuazione di una scienza delle fiabe e giustificato proposte politiche restrittive. Un altro esempio è dato dalle pubblicazioni sul digital detox: prima ancora che siano dimostrati gli effetti negativi dell’uso dei dispositivi (non stanno emergendo dagli studi più solidi effettuati) già si paventano cali di attenzione (quantificandoli in secondi!) e prolifera così la scienza della fatina, accompagnata da ondate mediatiche che scelgono per protagonisti ‘esperti’ di dubbia moralità e ampio fanclub. La lista di esempi potrebbe continuare a lungo. 

Lewis e Wai si pongono la questione di cosa si debba comunicare delle scienze psicologiche “se non siamo in grado di riprodurre in modo coerente gran parte dei nostri risultati, e non è chiaro fino a che punto tali risultati si generalizzino al di là di gruppi ristretti di popolazione”. Una possibile risposta è che la comunicazione responsabile dovrebbe includere sia i risultati attuali e le interpretazioni più affidabili sia i limiti e le cautele del momento. 

Facendo riferimento al libro di Hovland, Janis e Kelley del 1953, Communication and persuasion: Psychological studies of opinion change, i due autori rispondono a quattro domande nel tentativo di delineare i criteri di una comunicazione responsabile. 

 

Chi dovrebbe comunicare? 

Lewis e Wai richiamando quanto scritto da Hovland, Janis e Kelley sul fatto che credibilità e affidabilità siano due qualità importanti che determinano se un divulgatore scientifico sarà efficace nel persuadere il pubblico a prestare attenzione e ad agire in base alle informazioni che gli vengono fornite si domandano: “cosa fa di uno psicologo un divulgatore credibile?” 

Dalle ricerche analizzate, l’eminenza o la fama non rappresentano un predittore di credibilità e questo è messo in relazione con il fatto che il prestigio in psicologia (ma si può estendere alle scienze biomediche) si ottiene elaborando narrazioni attorno a un progetto di ricerca e ricorrendo a strategie per ottimizzare gli indicatori bibliometrici delle pubblicazioni scientifiche. 

Inoltre, sia per l’eminente che per l’emergente, il dominio di conoscenze è specifico e né il titolo di dottorato né il ruolo accademico danno il dono dell’onniscienza. I due autori aggiungono: “la nostra formazione può darci le competenze per essere in grado di raccogliere uno o due articoli dalle riviste scientifiche e imparare rapidamente alcune cose su una nuova area o un nuovo campo (ad esempio, la salute pubblica, un'area a cui molti psicologi sembrano ora essere interessati a causa della COVID-19)” ma è necessario essere consapevoli della "bolla del principiante", per cui la fiducia nella nostra conoscenza cresce molto più velocemente della nostra effettiva conoscenza. Soprattutto, occorre ricordare che l'eminenza e la fama possono generare un livello di sicurezza eccessiva che porta a voler esprimersi pubblicamente e in modo autorevole su una serie di questioni ma non è detto che “i nostri sentimenti di superiorità siano giustificati da una conoscenza superiore”. Lewis e Wai suggeriscono che “a volte la cosa migliore che possiamo fare dal punto di vista della comunicazione scientifica sia seguire il consiglio di Lamar (2017) [il riferimento è alla canzone Humble del rapper Kendrick Lamar]: Sii umile, siediti e fai spazio e promuovi la voce di coloro la cui esperienza ha più attinenza con l'argomento in questione rispetto alla tua. E sii più apertamente disposto a dire a studenti, colleghi, media e praticanti: "Non lo so"”. 

Se vi è riluttanza individuale agli esercizi di umiltà, si può sempre impegnarsi ad affinare le percezioni di sé, in molti casi aggiustandole preventivamente per difetto. L’addestramento all’autopercezione affidabile del proprio sapere dovrebbe venire dal percorso di alta formazione accademica. 

Una indicazione generale fornita dagli autori è quella di non fare affidamento soltanto su pochi nomi famosi che vengono interrogati su tutto: ci sono tante psicologhe e psicologi con le competenze più rilevanti su un particolare argomento o che lavorano attivamente nelle loro comunità e che hanno gli strumenti necessari a spiegare determinati fenomeni senza causare danni o confusione. 

Tuttavia, come hanno dimostrato le battaglie mediatiche di questi due ultimi anni, le differenze di potere, di status e di interessi anche economici in gioco sono fattori in grado di inquinare e di manipolare l’indirizzo della comunicazione scientifica. 

 

Cosa dobbiamo comunicare? 

Il contenuto della comunicazione dei singoli ha ricadute collettive. Gli effetti negativi di una comunicazione sensazionalistica nei settori della psicologia dell’educazione e della psicologia dei media digitali hanno lasciato tracce in alcune metodologie educative e nelle preoccupazioni dell’intera comunità. Lewis e Wai ammettono che la psicologia “non è l'unico campo in cui ciò che affermano i singoli scienziati può avere effetti a cascata sul discorso sociale. Nel campo della salute, abbiamo visto che, sebbene la comunità scientifica abbia da tempo un consenso sui benefici delle vaccinazioni per il trattamento e persino l'eradicazione di una varietà di malattie”, a fomentare “il moderno movimento anti-vaccinazione è stata una pubblicazione che dava credito all'affermazione, successivamente smentita, di una connessione tra il vaccino MMR e lo sviluppo dell'autismo”. In questi tempi di pandemia possiamo annoverare una lunga campagna mediatica che ha diffuso panico sui rischi della vaccinazione anti-COVID19, successivamente strumentalizzato, fino a che è servito, da partiti politici di destra. Un ulteriore esempio fornito dai due autori riguarda la comunicazione sulla crisi climatica: “i ricercatori hanno scoperto che i dubbi espressi da alcuni scienziati sull'esistenza del cambiamento climatico hanno portato la maggior parte degli americani, comprese le persone più preoccupate, a sottostimare il livello effettivo (97%) del consenso scientifico”. 

Nel fare divulgazione responsabile non ci si può permettere di trascurare le implicazioni collettive, dando peso solo a quelle individualistiche. 

Neppure vale incolpare i giornalisti di avere travisato o amplificato i risultati perché, come hanno dimostrato Sumner e collaboratori (2014), le esagerazioni delle scoperte scientifiche il più delle volte partono dai comunicati stampa universitari che sono stati approvati dagli stessi scienziati. 

Per Lewis e Wai, una comunicazione scientifica responsabile dovrebbe far conoscere al pubblico i fatti per come si comprendono attualmente e il modo in cui ci si è arrivati, intendendo il processo di generazione della conoscenza utilizzato. 

“Quando condividiamo ciò che sappiamo, dovremmo essere chiari sul nostro livello di fiducia nei risultati e sul motivo per cui abbiamo o non abbiamo fiducia” aggiungono nell’articolo e i livelli di fiducia che intendono riguardano la validità della misurazione e dei metodi alla base degli studi, la rilevanza dei contesti e delle popolazioni studiate, la convergenza tra gli studi e la loro riproducibilità. Fare affidamento, invece, sul fatto che uno studio sia stato pubblicato su una rivista di prestigio è insufficiente e può essere fuorviante. 

Tali livelli di fiducia dovrebbero essere esplorati individualmente o potrebbero essere esplorati dai giornalisti quando chiedono un’opinione specialistica su un determinato argomento, in modo da mettere i contenuti di quella comunicazione in una prospettiva più ampia e rispecchiare lo stato attuale delle conoscenze in quell'area di ricerca.

 

Comunicare a chi? 

Rispetto al tipo di pubblico a cui è diretta la comunicazione scientifica, Lewis e Wai sottolineano che ”le esperienze vissute dalle persone, così come le culture e le identità, forniscono lenti attraverso le quali vedono e danno un senso al mondo che li circonda” e determinano verso quali messaggi sarà orientata l’attenzione. Tali messaggi potranno essere più o meno conformi alle loro identità e opinioni. Il grado di istruzione e alfabetizzazione non sono gli unici fattori primari che spiegano le differenze nella selezione e nella ricezione dei messaggi, in quanto “coloro che hanno livelli elevati di istruzione e alfabetizzazione scientifica hanno le opinioni più polarizzate sugli argomenti scientifici” chiariscono Lewis e Wai. 

Occorre, quindi, differenziare la comunicazione, nei diversi linguaggi possibili e anche per un pubblico che può avere opinioni molto diverse derivanti da una propria storia o cultura. 

 

Comunicare con quale effetto? 

Disseminare le conoscenze sulla scienza psicologica è essenziale sia per presentare con maggiore rigore quei fenomeni che sono stati trasfigurati dal senso comune sia per l’impatto che può avere sulla società. Ad esempio, le conoscenze di psicologia sociale avrebbero potuto avere un impatto determinante sulla gestione della pandemia e sulla salute pubblica se solo fossero state chiamate in causa nei dibattiti e al momento delle decisioni politiche. 

Con i social media le opportunità di comunicazione diretta con il pubblico si sono ampliate e questo spinge a tenere in conto effetti che possono essere imprevedibili. La cautela nelle modalità e negli argomenti di divulgazione è essenziale, a meno che non si voglia diventare, come scrivono Lewis e Wai “il tipo di "intellettuali pubblici" che si limitano a esporre in modo irresponsabile argomenti di cui potrebbero non essere qualificati a parlare”. 

La formazione a comunicare i risultati delle proprie ricerche è attualmente troppo trascurata nel percorso accademico, con i risultati che possiamo vedere ogni giorno. 

Secondo i due autori “il processo di coinvolgimento nella comunicazione scientifica nei modi che abbiamo descritto ha non solo il vantaggio di condividere le nostre conoscenze con il mondo più ampio, ma anche il potenziale per migliorare la nostra scienza”. 


Una comunicazione cauta, trasparente e responsabile oltre a permettere di contrastare favole e esagerazioni - pur con mezzi più modesti e meno seduttivi - accresce la consapevolezza sui preconcetti e sulle distorsioni che ciascuno attiva automaticamente nella scelta e nella lettura delle notizie scientifiche, assolvendo al suo ruolo sociale.

domenica 19 dicembre 2021

Dietro le quinte del premio Lombardia, fino al 2021

 



Si è celebrata lo scorso 8 novembre al Teatro alla Scala di Milano la cerimonia di assegnazione del Premio Lombardia, nella sua quarta edizione dedicata alla sostenibilità ambientale. Le procedure di assegnazione del premio - definito inizialmente “Nobel lombardo” e successivamente ridimensionato a “nobelino lombardo” - da parte della Regione Lombardia sarebbero tutt’altro che meritevoli di celebrazione. 

Partiamo dalle comunicazioni ufficiali. 

Il premio 2020-2021 (nel 2020 l’assegnazione era stata rinviata a causa della pandemia) è andato a Pierre Joliot, Marcella Bonchio, Markus Antonietti con la seguente motivazione da parte della Giuria: “il Premio è dedicato al processo vitale della Fotosintesi, che permette di immagazzinare l’energia rinnovabile della luce solare sotto forma di energia chimica in molecole organiche e biologiche, fornendo nutrimento e combustibili indispensabili al nostro sviluppo. […] Il Premio pone in evidenza la necessità di un approccio interdisciplinare, che in questo caso mette assieme biologia molecolare, chimica e scienza dei materiali, per affrontare sfide urgenti e complesse nel contesto delle energie rinnovabili e dello sviluppo sostenibile”. 

L’evento milanese è stato allietato da “la voce e le note di Giuliano Sangiorgi e Andrea Mariano per l’apertura musicale, la conduzione di Alessia Ventura, e la presenza dell’Ambasciatore della Ricerca di Regione Lombardia Gerry Scotti hanno accompagnato il pubblico nella presentazione dei tre vincitori del Premio, intervistati dall’editorialista del Corriere della Sera e responsabile editoriale del Corriere Innovazione, Massimo Sideri.

Il rapporto tra ambiente e innovazione è stato al centro della Giornata, con l’intervento dell’esploratrice antartica Chiara Montanari, l’incontro con start up, imprese e progetti di ricerca destinati a migliorarci la vita, ma anche l’ispirazione offerta dall’esperienza di atleti e sportivi. Tra le autorità presenti, il Ministro dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, il Presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana, e l’Assessore all’Istruzione, Università, Ricerca, Innovazione e Semplificazione, Fabrizio Sala, insieme al Presidente della Fondazione Veronesi, Paolo Veronesi, al direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, e al Presidente della Giuria del Premio, Andrea Ferrari”. 

Alla cerimonia hanno assistito anche il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e, in collegamento, il Nobel per la Fisica 2021 Giorgio Parisi. 

Insomma, tre vincitori e una platea di ospiti di prestigio per un premio che si caratterizza per opache procedure di nomina e che ha fatto discutere anche per qualcuno degli insigniti. 

Il 29 novembre un servizio di Luca Chianca di Report ricostruiva le polemiche che avevano accompagnato l’assegnazione del Premio nell’edizione del 2019 a Guido Kroemer, evidenziando come i soldi pubblici lombardi vengano poi usati per finanziare progetti di ricerca in istituti privati. Del conferimento del 2019 aveva scritto soltanto la giornalista scientifica Sylvie Coyaud nel suo blog Ocasapiens, allora su Repubblica (l'archivio di Oca Sapiens), ricordando che Kroemer aveva già collezionato 37 pubblicazioni contestate su PubPeer, una piattaforma che permette agli scienziati di commentare le ricerche pubblicate, fornendo critiche documentate. Il giornalista scientifico indipendente Leonid Schneider, nel suo articolo Opera buffa, aveva ricostruito sia le improvvise defezioni alla cerimonia di conferimento del premio sia la peculiare attività scientifica di Kroemer. 

Ma facciamo qualche passo indietro e iniziamo dalla prima edizione del 2017 che non aveva brillato per trasparenza e rigore scientifico. 

Il 21 giugno 2017, con apposita delibera, la Giunta Regionale lombarda ha istituito il Premio Internazionale 'Lombardia è Ricerca', del valore di 1 milione di euro, che ha “lo scopo di riconoscere pubblicamente l'impegno e il talento di un ricercatore di fama internazionale che ha contribuito con le sue scoperte all'avanzamento della conoscenza scientifica e tecnologica con importanti ricadute sulla vita delle persone”. 

Secondo il regolamento approvato dalla Giunta, che vedrà varie modifiche negli anni successivi, la “partecipazione al premio è possibile solo se il ricercatore è candidato da uno (o più) dei primi 10 top scientists sulla base dell’H-Index della lista “top italian scientist” individuati per ciascuna area. Ogni top scientists può presentare al massimo 3 candidature (quindi un totale, al massimo, di 210 ricercatori). I dieci ricercatori che avranno ottenuto il maggior numero di preferenze parteciperanno alla selezione di una giuria esterna, anch’essa composta da top scientists, che decreterà il vincitore finale”. 

Secondo la Regione, la Giuria viene selezionata con lo stesso criterio, difatti nel 2017 risulta “composta dai migliori 14 scienziati italiani (con priorità per quelli appartenenti ad enti di ricerca lombardi o, in assenza, italiani) nelle discipline che afferiscono alle Scienze della vita (2 per ogni area: scienze biomediche, chimica, scienze cliniche, computer science, nanoscienze e materiali, scienze naturali e ambientali, neuroscienze e psicologia) individuati sulla base della lista ufficiale 'Top Italian Scientists'”. 

Quindi, i giurati sono scelti dalla Regione sulla base dell'H-index delle loro pubblicazioni determinato su Google Scholar e decidono chi sarà il vincitore tra quelli sulla stessa lista. Google Scholar non è però lo strumento più affidabile per la misurazione bibliometrica sia per la modalità viziata di aggregazione delle pubblicazioni sia perché vi compaiono solo gli scienziati che decidono di aprire il loro profilo, come avviene con gli altri social media. 

Come ad oggi riporta il sito Top Italian Scientist

"Piu' che una classifica, si tratta di un censimento degli scienziati e scholars di maggior impatto, misurato con il valore di h-index, che rappresenta un numero che racchiude sia la produttivita' che l'impatto della produzione culturale o scientifica di una persona basato sulle citazioni ricevute. Ma ha dei limiti poiche', in particolare, la frequenza di citazioni varia nei vari campi del sapere, e risulta massima nella fisica delle particelle e certe aree biomediche come l'immunologia. La lista che presentiamo non deve essere quindi interpretata come comparazione assoluta del valore dei vari scienziati e studiosi, soprattutto fra le materie diverse riportate come 'area' nella tabella”. 

Gli scienziati selezionati per far parte della Giuria del 2017 erano: Alberto Mantovani (Humanitas), Peter J Schwartz (Auxologico), Maurizio Prato (Trieste), Gianfranco Pacchioni (Bicocca), Giuseppe Remuzzi (Mario Negri), Carlo La Vecchia (Statale), Federico Calzolari (Normale), Maurizio Lenzerini (Roma), Roberto Cingolani (IIT), Giorgio Sberveglieri (Brescia), Filippo Giorgi (ICTP Trieste), Giorgio Bernardi (Roma Tre), Paolo Maria Rossini (Cattolica), Daniela Perani (San Raffaele). 

Il 5 settembre veniva pubblicata con una certa enfasi la notizia del conferimento del “Nobel della Lombardia” a Giacomo Rizzolatti, tra gli scopritori dei neuroni specchio. 

Alberto Mantovani, immunologo e scienziato Presidente della Giuria, che avevo contattato per posta elettronica mi aveva confermato che avevano lavorato “in tempi strettissimi” dalla fine di luglio ai primi di settembre e che la scelta non era stata all'unanimità. 

La Giuria aveva anche deciso di destinare il 30% dell'importo (dunque 300.000 euro) alla persona e il 70% ad attività di ricerca da svolgersi in Regione Lombardia. 

Questa ripartizione resterà immodificata nelle edizioni successive. 

Essendo una procedura di assegnazione di fondi pubblici, avevo richiesto copia degli atti all'ufficio apposito della Regione Lombardia, con particolare interesse per i verbali con i pareri scientifici sulle candidature. Dagli atti apprendevo che, contrariamente a quanto dichiarato, non erano presenti valutazioni documentate di altre candidature e che la "nomina" era avvenuta all'unanimità. Allora, perché crearlo questo scricchiolante scenario di candidature? 

Inoltre, venivo a conoscenza che: “Il Professor Rizzolatti è il coordinatore del gruppo di scienziati che 1992 ha scoperto l’esistenza dei neuroni specchio, cellule del cervello che si attivano sia durante l’esecuzione di movimenti finalizzati, sia osservando simili movimenti eseguiti da altri individui. Tale scoperta pone una base fisiologica di importanti aspetti comportamentali dall’imitazione all’empatia e getta le basi per la comprensione di una vasta serie di disturbi del comportamento che permettono anche di ipotizzare ed attuare dei trattamenti innovativi in un grande numero di patologie del Sistema Nervoso Centrale che si manifestano sia nell’età dello sviluppo (come nell’autismo) o nel corso dell’invecchiamento cerebrale patologico (es. demenze).[…] La scoperta di questi circuiti neurologici ha aperto e aprirà sempre di più la strada alla cura delle patologie del comportamento, come le malattie dello spettro autistico. Ci si attende pertanto da questa scoperta lo sviluppo di ulteriori approcci innovativi a gravi problemi di benessere e salute dell'uomo”. 

Queste motivazioni restano sorprendenti perché, pur essendo replicate le dimostrazioni della loro attivazione durante l’imitazione motoria di un’azione, è ancora dibattuto il ruolo dei neuroni specchio nella comprensione delle azioni altrui ed è stato del tutto smentito da tempo il loro ruolo nell’autismo. 

Ho approfondito negli anni scorsi le incongruenze della prima edizione, delle successive e la fine del mito dei neuroni specchio

Nella mail in cui chiedevo chiarimenti, alle mie critiche sulle motivazioni del premio il Professor Mantovani rispondeva “al di là degli obblighi di riservatezza, non potrei entrare nel merito di una discussione specifica in ambito neuroscienze. Prendo solo atto del fatto che Rizzolatti è membro della National Academy of Sciences USA e ha ricevuto premi internazionali”. 

La prima assegnazione del Premio, pertanto, non era stata né trasparente né rigorosa e neppure erano mancati i conflitti d’interesse, se si tiene conto che il Presidente Mantovani era il direttore scientifico dell’Istituto Humanitas e Giacomo Rizzolatti in un’intervista a Il Giornale dell’11 novembre 2017 (dopo aver ricevuto il Premio nella cerimonia dell’8 novembre) affermava: “all' Humanitas siamo di casa grazie alla collaborazione con Michela Matteoli e il Cnr. Loro hanno competenza sulle cellule, noi a livello di sistemi: come a dire che loro studiano la grammatica, noi l'analisi logica e del periodo”. 

L’edizione del Premio Lombardia 2018 ha visto una giuria composta da 16 membri - tra i quali 5 membri e il vincitore dell’edizione 2017 - e presieduta da Giuseppe Remuzzi. 

"Così ha deciso la giunta regionale lombarda, nella seduta straordinaria di venerdì 12 gennaio, con la delibera 7689/2018 che conferma la dotazione ‘da Nobel’ del riconoscimento – 1 milione di euro – e dà via libera anche al nuovo regolamento". 

Il tema strategico era la medicina di precisione e veniva specificato che: "è causa di incompatibilità per il ruolo di componente della giuria la situazione di conflitto di interesse rispetto ai partecipanti alla selezione". 

Rispetto all'Edizione 2017, nella delibera non era menzionato il criterio di svolgimento dell'attività di ricerca in Lombardia. Tuttavia, anche per il 2018 (e gli anni seguenti) il criterio di selezione non era propriamente di livello internazionale ma a misura italiana: 

“La scoperta scientifica a cui assegnare il Premio può essere indicata da tutti gli scienziati compresi nella lista “top italian scientists”, se presentano un H-index pari o superiore a 50. Le scoperte candidate verranno sottoposte a una giuria di 15 top scientists, indicati da Regione Lombardia sempre sulla base della classifica della VIA Academy: a loro il compito di selezionare la scoperta e dunque il vincitore dell’assegno da 1 milione”. [fonte Regione Lombardia] 

Nella Giuria rimanevano cinque membri rispetto alla precedente edizione e tra questi il vincitore Giacomo Rizzolatti. Nel 2018 la Giuria presieduta da Giuseppe Remuzzi assegnava il Premio di un milione di euro a Michele De Luca, Tobias Hirsch e Graziella Pellegrini per “la migliore scoperta scientifica nell'ambito delle Scienze della Vita”, relativa alla terapia genica dell'Epidermolisi Bollosa, conosciuta anche come Sindrome dei Bambini Farfalla. 

Pochi giorni dopo la nomina la professoressa e senatrice a vita Elena Cattaneo scriveva su Repubblica (15 luglio2018) che “le modalità con cui la Regione Lombardia impegna risorse pubbliche meritano una riflessione”. Per Cattaneo, "la discussione è ben diversa quando un premio ricchissimo è finanziato con risorse pubbliche su iniziativa di una istituzione eletta dai cittadini. In questo caso si assiste a una "munificenza di Stato" che attribuisce risorse pubbliche ad una persona o gruppo per quel che ha fatto in passato. Un giovane che volesse candidarsi con la sua scoperta non può farlo né è prevista la sottomissione di una "application". […] Il Premio prevede che 300 mila euro (pubblici) siano "regalati" al vincente. Altri 700 mila sono destinati ad indefinite "attività di ricerca" che il vincitore dovrà svolgere nel territorio lombardo. Sono erogati, cioè, senza sapere su quale ricerca saranno investiti e senza vagliare in modo comparativo alcuna progettualità”. Inoltre, aggiungeva che "avendone i requisiti, sono stata invitata a proporre una candidatura. Invito a cui [...] non ho dato seguito in assenza dell'unico modo che, da scienziata, conosco per scegliere cosa premiare con soldi pubblici...: la competizione pubblica, aperta a tutti, trasparente". 

L’edizione del 2019 ha offerto il debutto della piattaforma blockchain per assicurare trasparenza e tracciabilità in tutti i passaggi del processo di nomina. "Si tratta di una svolta epocale” aveva affermato il vicepresidente della Regione Lombardia Fabrizio Sala a gennaio, sottolineando che “per la prima volta al mondo un premio scientifico, e il relativo impegno economico di risorse pubbliche, viene assegnato tramite un sistema in grado di certificare, in modo sicuro e immutabile, la correttezza e la validità della procedura”. 

Da allora la sequenza temporale del sito web è stata campo di continui aggiustamenti di date e scomparse di documenti da non riuscire più a raccapezzarsi. 

La giuria, presieduta da Silvia Priori cardiologa dell’IRCCS Maugeri e Università di Pavia, era composta da 15 membri dei quali Adriano Aguzzi, Giorgio Bernardi, Federico Calzolari, Carlo La Vecchia, Michele Parrinello, Giuseppe Remuzzi, Paolo Maria Rossini, Giacomo Rizzolatti, Peter J. Schwartz e il discusso Carlo Croce erano presenti in una o più delle precedenti edizioni, mentre, Claudiu Supuran. Andrea C. Ferrari, Luigi Ferrucci e Paolo Calabresi erano nuove entrate. 

Quella è stata l’unica edizione in cui l’elenco dei candidati nominati poteva essere consultato sul sito web e al 15 maggio ne risultavano 179. Rispetto agli anni precedenti e seguenti, nel 2019 è stato più agevole anche l’accesso agli atti, ferme restando tutte le anomalie della modalità di candidatura, della selezione dei giurati, dei conflitti d’interesse e della non rendicontazione della spesa pubblica. 

Il 5 settembre arrivava la notizia che il vincitore del Premio Lombardia è Ricerca 2019 era Guido Kroemer, biologo molecolare e professore all'Università Paris Descartes per "una scoperta che ha un impatto diretto sul prolungamento della vita in salute dei cittadini, attraverso una ricerca che dimostra come la restrizione calorica attiva dei meccanismi che degradano le proteine alterate e quindi mantengono l'organismo più in salute". Attenendosi alla classifica delle nomination, Kroemer ne aveva ricevuta soltanto una assieme a Francesco [Frank] Madeo per la "scoperta: "Estensione della longevità mediante induzione dell'autofagia mediata dalla restrizione calorica". 

A pochi giorni dalla cerimonia di assegnazione si apprendeva che 4 membri avevano lasciato la Giuria dopo aver assegnato il premio e si trattava di Paolo Calabresi, Luigi Ferrucci, Paolo Maria Rossini e Claudiu T. Supuran. A Report, nel servizio sopra riportato, viene riferito che il premio si è basato su una motivazione falsa. I nuovi membri, presenti solo alla cerimonia di consegna del Premio (8 novembre), erano: Paolo Boffetta, Carlo Caltagirone, Giovanni B. Frisoni e Rino Rappuoli. 

Siamo al 2020 e a febbraio venne presentata la IV edizione con la sequenza temporale che poi è stata sospesa dalla pandemia. Proprio sospesa perché nell’estate dell’anno scorso, contattando l’incaricato all’aggiornamento della procedura, ancora non si sapeva se l’assegnazione sarebbe stata annullata o rinviata. La Giuria nominata dalla Regione presentava diversi cambiamenti introdotti dall’avvertenza: "PRECISATO che sono intervenute ulteriori successive comunicazioni a seguito della non accettazione di alcuni candidati a giurati secondo quanto stabilito dal Regolamento". 

Rispetto agli anni precedenti, non erano più presenti lo storico giurato Carlo Croce, né Giacomo Rizzolatti, vincitore della prima edizione. Il Presidente Andrea Ferrari, Carlo La Vecchia e Giuseppe Remuzzi erano gli unici confermati in tutte le edizioni, dal 2017; altri giurati come Roberto Cingolani e Roberto Bassi erano presenti in qualcuna delle edizioni precedenti. Tra i membri della giuria della IV edizione c’era inizialmente Pier Paolo Pandolfi, la cui nomina a direttore scientifico del Vimm (Veneto Institute of Molecular Medicine) era stata revocata a fine giugno a seguito di qualche coraggiosa voce di protesta seguita ai numerosi tentativi di minimizzazione delle molestie perpetrate da Pandolfi ai danni di una ricercatrice ad Harvard. 

Dopo l’estate 2020 arrivava la notizia del rinvio al 2021 della IV edizione del premio. 

E veniamo all’inizio del 2021 dove sul sito web compaiono 16 anziché 15 membri della giuria e tra essi Cingolani, nominato a febbraio 2021 ministro del Governo Draghi, e ancora Pandolfi. Solo a maggio Cingolani scompare dalla lista e Pandolfi risulta sostituito così che il numero dei giurati torna a 15. La scadenza di invio delle candidature viene spostata di continuo ma non è possibile consultarle, non ve n’è traccia. Non resta che aspettare la comunicazione ufficiale del vincitore e le celebrazioni di rito alla Scala. 

L’integrità dei premiati non cambia il fatto che il Premio Lombardia resta un premio all’italiana, dove 1 milione di soldi dei contribuenti lombardi viene immesso in un percorso che non ha nulla di trasparente perché arrivi in parte nelle tasche di chi riceve il premio e in parte nelle casse di istituti prevalentemente privati e per il quale non è richiesta una rendicontazione delle spese né una comunicazione delle ricerche svolte. 

L’atto finale va in scena in un teatro e tra gli applausi anche di parte della comunità scientifica che convalida la rappresentazione. 

 

21 dicembre 2021, ocasapiens: Il (PSII)? di Sylvie Coyaud

domenica 29 novembre 2020

La fine del mito dei neuroni specchio

Sono noti come “i neuroni dell’empatia” e usati per spiegare fenomeni psicologici e patologie, ma oggi il loro ruolo è da ridimensionare.


Che cos’è l’empatia? La psicologa Stephanie Preston dell’Università del Michigan, con i colleghi Melanie Ermler, Yuqing Lei e Logan Bickel, ha raccolto le molteplici definizioni che vengono fornite dalla letteratura scientifica. Nella loro analisi si legge, così, che “empatia” è un termine usato in maniera generale per tutti i processi – tra i quali la simpatia, l’attenzione sociale, la comprensione dell’emozione, il rispecchiarsi nel sentire altrui – che implicano l’immedesimarsi con l’altro o il comprendere lo stato dell’altro.

Quando si parla di empatia, però, oggi si finisce per parlare quasi sempre dei celebri neuroni specchio, ovvero quei neuroni localizzati nell’area premotoria del nostro cervello che hanno dimostrato di attivarsi non solo durante l’esecuzione di azioni semplici aventi uno scopo (per esempio raccogliere un oggetto da terra) ma anche quando quelle stesse azioni vengono solo osservate (vedere un’altra persona raccogliere un oggetto da terra).  La scarica di tali neuroni registrata con precisione a livello neurofisiologico, costituisce la prova della loro implicazione in quell’azione, sia essa eseguita o osservata. Negli ultimi anni l’interesse della ricerca si è esteso all’attivazione concomitante di neuroni in altre regioni cerebrali e facenti parte di uno stesso sistema funzionale.

I neuroni specchio hanno dimostrato di attivarsi non solo durante l’esecuzione di azioni semplici ma anche quando quelle stesse azioni vengono solo osservate.

Lo psicologo Paul Bloom, nel libro Contro l’empatia. Una difesa della razionalità, fa riferimento al ruolo che è stato attribuito ai neuroni specchio nel corso della ricerca delle basi neuroscientifiche dell’empatia. Bloom chiama in causa l’ormai nota “legge di Godwin”, quella che dice che più una discussione online si allunga e diventa accesa, più è probabile che venga fuori un paragone con Hitler. Allo stesso modo, scrive Bloom, in qualsiasi discussione sulle capacità psicologiche (inclusa l’empatia), non c’è da aspettare a lungo prima che qualcuno ricordi al gruppo che è già disponibile una spiegazione perfettamente valida: tutto è reso possibile dai neuroni specchio. Ma è davvero così?

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domenica 11 ottobre 2020

Lo scetticismo verso la Psicologia come scienza e come affrontarlo: l’inestimabile contributo di Scott Lilienfeld



Qualche giorno fa è arrivata la notizia della morte per un tumore al pancreas dello psicologo statunitense Scott Lilienfeld che ha contribuito instancabilmente e con pubblicazioni ampiamente documentate a richiamare la nostra disciplina alle evidenze scientifiche, dalla ricerca di base alla clinica. Oltre a essere un’autorità nello scardinare le pseudoscienze in psicologia è stato uno studioso di riferimento sulla psicopatia.

 Ieri, 10 ottobre, era la giornata nazionale della Psicologia: un’occasione per riprendere un suo articolo del 2011 su American Psychologist rivolto a spiegare come mai molte persone percepiscano lo studio del comportamento umano come non scientifico.

Lilienfeld elenca 6 critiche comuni alla psicologia come scienza (per ciascuna argomenta la corrispondente confutazione dimostrandone l’infondatezza):

“La psicologia è solo buon senso"

"La psicologia non utilizza metodi scientifici"

"La psicologia non può fare generalizzazioni significative perché ciascuno di noi è unico"

"La psicologia non produce risultati replicabili"

"La psicologia non può fare previsioni precise"

"La psicologia non è utile alla società"


Per Lilienfeld lo scetticismo pubblico verso la psicologia deriva da 8 fonti:

- L'incapacità della psicologia di vigilare su sé stessa (mantenendo nella sua area pratiche pseudoscientifiche)

- Il volto pubblico problematico della psicologia (se pensiamo a tutti quegli psicologi che sui media danno un’immagine solo parziale, banalizzata, anti-etica, antiscientifica della psicologia)

- La confusione tra psicologi e psicoterapeuti (questi ultimi sono solo una minima parte di chi si occupa di psicologia e non tutti gli psicologi si occupano di cura, tra questi, ad es., gli psicologi del lavoro e delle organizzazioni)

- La distorsione del senno di poi (svalutare le ipotesi e le conclusioni raggiunte da psicologi dicendo che ci si era arrivati da soli, appunto, col senno di poi)

- L'illusione della comprensibilità (la convinzione che la psicologia sia più facile e immediata delle altre scienze)

- Il riduzionismo avaro (deriva dalla semplificazione eccessiva della realtà, limitandosi, per avarizia cognitiva, a spiegazioni parsimoniose)

- La scusa dell'impotenza scientifica (quando le prove scientifiche mettono a dura prova i propri pregiudizi, a volte si è disposti a cambiare le proprie convinzioni, ma il più delle volte si respingono le prove con tanti saluti a tutto l’approccio scientifico)

- L'incapacità di distinguere la ricerca di base dalla ricerca applicata (può far pensare erroneamente che alcune aree della psicologia non abbiano un’utilità e quindi, ad es., non vadano finanziate).


Lilienfeld si interroga di continuo su quanto di questo scetticismo sia dovuto agli stessi psicologi che, innanzi tutto, dovrebbero guardarsi bene dal sentirsi vittime di un pubblico malinteso.

“Almeno una parte della reputazione negativa della psicologia sembra essere meritata, poiché ampie aree, specialmente quelle relative alla psicoterapia, rimangono impantanate in pratiche non scientifiche”.

Le indicazioni sono allora di sfruttare lo scetticismo pubblico come un'opportunità per “diventare comunicatori più efficaci della scienza psicologica”. “Lo scetticismo verso la psicologia può fornirci quello slancio così necessario a mettere in ordine la nostra casa clinica e a vagliare gli elementi della nostra professione che sono scientificamente dubbi, alcuni dei quali hanno offuscato la nostra credibilità. A questo proposito, lo scetticismo pubblico può essere un barometro imperfetto ma nondimeno informativo dello status scientifico della nostra disciplina”.

 


Ho citato alcuni importanti lavori di Lilienfeld nei seguenti post:

-      La paralisi del sonno tra mito e scienza, del 5 ottobre, pubblicato su Queryonline;

-      Una selezione di grandi miti sullo sviluppo del bambino. Parte prima, del 12 aprile 2015;

-      L'effetto luna piena e la seconda traccia di Cut the World, del 26 ottobre 2015.


Infine, una selezione tra le altre pubblicazioni rilevanti per le scienze psicologiche:

- sulle scarse evidenze empiriche a supporto del test di Rorschach e di altre tecniche proiettive, 2000;

- sui danni che possono causare i trattamenti psicologici, 2007;

- sulle pratiche pseudoscientifiche della psicologia dell’educazione, 2011;

- sulle resistenze della psicologia clinica alle pratiche basate sull’evidenza, 2013;

- sulla fallacia dell’ipotesi che le dipendenze derivino da un’alterazione patologica del cervello, 2014;

- sui termini e le espressioni ambigue da non usare in psicologia e psichiatria, 2015.


Scott Lilienfeld ci ha lasciato molto materiale su cui continuare a studiare per agire, ora sta a noi psicologhe e psicologi riuscire ad onorare il suo lavoro per rendere lo studio del comportamento più rigoroso nella ricerca di base e nelle sue applicazioni e per migliorare la comunicazione dei risultati al pubblico.


Il ricordo di Lilienfeld da parte della comunità psicologica:

Scott Lilienfeld remembered for advancing psychology while embodying kindness, Emory News Center, 1° ottobre

Reflecting on the Life and Legacy of Scott Lilienfeld, Psychology Today, 2 ottobre

Clinical Psychological Science Editor Scott O. Lilienfeld (1960-2020), APS, 5 ottobre


 



lunedì 5 ottobre 2020

La paralisi del sonno tra mito e scienza



Sarebbe salutare dubitare delle notizie scientifiche che “svelano la cura” di una qualche condizione patologica, a maggior ragione quando quella stessa condizione è descritta come “rapimenti alieni e fantasmi in camera da letto”. A quel punto, dopo le esclamazioni scettiche di rito, sarebbe conveniente andare a cercare nel testo il collegamento allo studio originale che, però, non è quasi mai inserito nella news e che, dunque, se si ha tenacia, richiederà un’ulteriore ricerca. Questo è il caso dell’articolo pubblicato dall’agenzia Adnkronos lo scorso 5 settembre con il più apprezzabile sottotitolo Meditazione e rilassamento contro la paralisi del sonno, l’approccio dei ricercatori italo-britannici.

C’è da dire che lo studio scientifico a cui faceva riferimento la notizia è altrettanto pervaso da un eccesso di ottimismo che non è stato stemperato né dai media italiani né da quelli internazionali, che l’avevano menzionato agli inizi di agosto (ad esempio. Science Daily e EurekAlert!).

Il ruolo delle testate giornalistiche (anche di quelle specializzate) troppo spesso si riduce ad agevolare la diffusione dei comunicati stampa provenienti dagli stessi centri di ricerca – il cui impegno nell’esagerazione è già stato dimostrato – senza che ad essi sia aggiunto un qualche commento che guidi una lettura critica dei lavori originali.

Lo studio di Baland Jalal (Università di Cambridge) e dei sei collaboratori italiani (Università di Parma, Università di Bologna, Azienda Unità Sanitaria Locale – IRCCS, Reggio Emilia e IRCCS Istituto delle Scienze Neurologiche di Bologna), tra i quali Giuseppe Plazzi, si è rivolto a verificare l’efficacia di una tecnica di meditazione-rilassamento (Terapia MR) nella paralisi del sonno.

A volte vedevo delle cose, per esempio bruchi o centopiedi enormi, che strisciavano dappertutto sul mio soffitto. Una volta pensai che la gatta fosse sullo scaffale nella mia stanza. Sembrava che se ne andasse in giro per poi trasformarsi in un topo. La cosa peggiore era quando avevo l’allucinazione di un ragno sul petto. Non potevo muovermi. Cercavo di gridare. Io ho il terrore dei ragni 

(Oliver Sacks, Allucinazioni, Adelphi, 2013)

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