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sabato 9 settembre 2023

Molti genitori sono ancora sensibili ai neuromiti

 di Anna Cortelazzo

 


 

Ogni genitore sa che arriverà il momento in cui suo figlio si troverà di fronte a delle difficoltà, e dovrà essere affiancato nel miglior modo possibile. Per questo moltissimi genitori studiano e si documentano, per esempio leggendo libri o articoli scientifici e divulgativi. Purtroppo questi non sono sempre scritti da addetti ai lavori o da giornalisti esperti in comunicazione della scienza, e per questo motivo qualcosa può andare storto nonostante le buone intenzioni.


Nell'ambito delle neuroscienze, per esempio, possono diffondersi i cosiddetti neuromiti, delle false credenze che rimbalzano da sito a sito e da giornale a giornale finché il lettore non li dà per assodati: ne è un esempio l'idea che chi ha una parte destra del cervello più sviluppata sia più creativo. Un articolo pubblicato sul Journal of Science comunication riporta i risultati di un sondaggio olandese da cui emerge, tra le altre cose, che i genitori credono al 44,7% dei neuromiti anche quando hanno una buona alfabetizzazione neuroscientifica.
Per essere più precisi, quattro neuromiti su otto tra quelli presentati nel questionario sono stati creduti da più del 50% dei genitori e due (quelli sullo zucchero di cui parleremo più avanti e quello sull'emisfero dominante) avevano convinto rispettivamente il 77.8% e il 71.2% del campione.


Abbiamo intervistato Tiziana Metitieri, neuropsicologa all'ospedale Meyer di Firenze, per comprendere meglio queste dinamiche e come si potrebbe migliorare la comunicazione della scienza per rendere i genitori più consapevoli.

 

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mercoledì 24 agosto 2022

Il mito dell’epilessia da videogiochi

 

Uno dei miti più resistenti sull’uso dei videogiochi, sfruttato periodicamente dal sensazionalismo mediatico, li vede come causa di epilessia, una condizione neurologica caratterizzata da una persistente predisposizione a sviluppare crisi epilettiche e da specifiche caratteristiche neurobiologiche, cognitive, comportamentali, psicologiche e sociali. Tuttavia, i fatti hanno dimostrato che i videogiochi non causano epilessia. Raramente, in determinate condizioni e nelle persone predisposte, alcune caratteristiche di luminosità legate ai videogiochi possono provocare l’insorgenza di una crisi epilettica.


 

Una crisi epilettica, secondo la definizione della Lega Italiana Contro le Epilessie (LICE), è una manifestazione improvvisa e transitoria caratterizzata da specifici segni e sintomi clinici che originano da un’anomala iperattività elettrica in alcune aree cerebrali o diffusamente. In base alle manifestazioni, si distinguono diversi tipi di crisi epilettiche: le crisi generalizzate tonico-cloniche, le più note, e le crisi focali, che originano in un emisfero o un’area circoscritta del cervello e in base alla localizzazione possono presentare caratteristiche motorie o non motorie (ad es. caratterizzate da sensazioni visive o olfattive o gastrointestinali, da riso o rabbia, da illusioni o sensazioni di già visto). Alcune epilessie, dette sintomatiche, sono dovute a malformazioni cerebrali, esiti di traumi cranici, tumori, ictus e malattie infettive del sistema nervoso centrale.

Il mito è stato generato da un elemento di realtà - l’insorgere di una crisi epilettica a seguito di particolari stimoli visivi – ma un’unica crisi provocata da uno stimolo sensoriale non è sufficiente alla diagnosi di epilessia. Inoltre, la presenza di fotosensibilità può predisporre a una crisi epilettica provocata da stimoli visivi e questo può accadere, in una piccola percentuale, sia alle persone che hanno una diagnosi di epilessia sia a chi non ha una diagnosi. Con fotosensibilità si intende una risposta parossistica misurata attraverso l’elettroencefalogramma a una stimolazione luminosa intermittente applicata con appositi foto-stimolatori. La fotosensibilità è determinata geneticamente, ha maggiore prevalenza in età evolutiva e adolescenziale e si stima sia presente in circa il 5% delle persone con una diagnosi di epilessia. Le scariche di attività cerebrale agli stimoli luminosi intermittenti possono essere presenti alla chiusura degli occhi, ad occhi chiusi o ad occhi aperti. La stimolazione monoculare diretta quindi a un solo occhio è meno attivante di quella binoculare.

Ma non è il tipo di fonte a causare una risposta parossistica, è il tipo di stimolazione luminosa intermittente.

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mercoledì 5 maggio 2021

Come i media dovrebbero riportare le notizie sulla salute mentale

 

Non si è mai parlato così tanto di salute mentale nelle interazioni sociali e nel dibattito pubblico come in questi primi mesi del 2021 ma non ci sono ancora i presupposti per una efficace e duratura sensibilizzazione.

Se teniamo conto solo della copertura delle notizie sulla salute mentale da parte dei media tradizionali possiamo notare alcuni elementi ricorrenti: il linguaggio sensazionalistico, la presentazione di dati tanto clamorosi quanto privi di affidabilità, la scelta di immagini impressionanti, la mancata distinzione tra disagio associato alla pandemia e disturbi mentali, la noncuranza per la riservatezza e per la tutela delle persone intervistate, il coinvolgimento di esperti che convalidano i messaggi allarmistici, la semplificazione e la strumentalizzazione a fini politici, l’assenza di riferimenti ai servizi di aiuto.

Tutti questi elementi tendono a essere presenti contemporaneamente in una notizia, portando chi legge o ascolta a immediato turbamento e panico che possono minare ulteriormente il proprio stato se ci si trova in un periodo di crisi.

Questo non accadrebbe se i media e i produttori di notizie si attenessero alle raccomandazioni della comunità clinica e scientifica sulla copertura dei temi di salute mentale. L’adesione a tali raccomandazioni è ancora più rilevante nell’attuale situazione di disagio generalizzato derivante dalla prolungata pandemia, dato che una comunicazione approssimativa può portare ad assimilare appropriate paure, preoccupazioni e rabbia a malattie mentali non accertate.

Un’informazione irresponsabile consolida gli stereotipi sulle persone che affrontano condizioni psichiatriche, accresce lo stigma e l’isolamento, crea un clima ostile all’ascolto e alle richieste di aiuto.


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sabato 27 febbraio 2021

Superiori: l’intreccio tra scienza e potere al servizio dei teorici della razza

 

In questi mesi di pandemia abbiamo dovuto leggere diverse interpretazioni apparentemente bizzarre sulla diffusione del virus SARS-CoV-2 in diversi gruppi di popolazione. “Poiché la disinformazione su Covid-19 si diffonde quasi con la stessa rapidità del virus”, commentava la giornalista scientifica Angela Saini nella sua Newsletter di aprile, “ci siamo trovati di fronte al rischio di supposizioni oziose sul motivo per cui determinati gruppi di persone si ammalino più rapidamente di altri” o più lentamente di altri. Si riferiva al Regno Unito ma anche sulla nostra stampa nazionale abbiamo visto concretizzarsi questo ulteriore rischio di falsa informazione avvolto da un’aura scientifica.

“È possibile che i giovani africani siano un po’ come i bambini da noi: si infettano come tutti gli altri ma non si ammalano”.

“Perché i neri che vivono a Bergamo non si ammalano di Covid-19? Mentre gli afroamericani del Sud degli Stati Uniti si ammalano addirittura di più dei bianchi?”

“La ragione precisa non la sappiamo, ma se ritorniamo ai tempi di Lincoln dovremmo finire per concludere che non è stata una buona idea ridurre in schiavitù gli africani e portarli a vivere negli Stati Uniti. Negli ultimi 300 anni li abbiamo resi suscettibili a molte malattie di cui loro nel loro ambiente non soffrivano”.

Sono alcuni degli esempi pubblicati pressoché senza reazioni della comunità scientifica e ai quali poi se ne sono aggiunti altri che disquisivano sulle diverse manifestazioni dell’infezione nel centro e sud Italia rispetto al Nord.

Nelle situazioni di incertezza, osservare in modo esteso i dati aiuta a dare spiegazioni più informate e meno contaminate da un pregiudizio di superiorità, che può restringere pesantemente l’attenzione verso quello che accade fuori dal proprio mondo e creare disuguaglianze, ad esempio, nell’accessibilità a un vaccino, o dalla fallacia di rappresentatività, che imbastisce generalizzazioni a partire da campioni poco rappresentativi.

La situazione si è rivelata, difatti, più complessa: per la diffusione della Covid-19 tra i neri e gli ispanici americani, e in generale per le minoranze di un paese, è stata esclusa una vulnerabilità innata e sono emersi chiaramente fattori sociali e ambientali; per l’andamento del contagio in Africa era solo questione di tempo perché la situazione evolvesse e ora le preoccupazioni si stanno intensificando. Dopo tutti questi mesi si è provati oltre che dal nuovo coronavirus dalla disinformazione diffusa a mezzo stampa da esperti più o meno noti.

Il ruolo del “Mankind Quarterly”

C’è di più: con toni meno moderati le stesse disquisizioni hanno trovato spazio su riviste notoriamente razziste, foraggiate da movimenti di ultra-destra. Richard Lynn e Gerhard Meisenberg sulla famigerata rivista Mankind Quarterly hanno scritto “ci aspettiamo che nei paesi in cui i diversi gruppi etnici differiscono notevolmente nella loro intelligenza media, i gruppi con un’intelligenza media inferiore abbiano tassi di mortalità più elevati rispetto a quelli con un’intelligenza media più alta”.

In Superiori, Il ritorno del mito della razza, pubblicato nella traduzione italiana da Harper Collins lo scorso ottobre, Angela Saini scrive che “distorcere i fatti per adattarli a un punto di vista ideologico sarebbe diventata una consuetudine per il Mankind Quarterly”.

La lettura, lo studio e la divulgazione di questo libro sono quanto mai necessari per far riconoscere e affrontare le spinte ideologiche della disinformazione che si sono sprigionate anche durante la pandemia.

 

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lunedì 23 novembre 2020

“Dementi”, “pazzi”, “ritardato”, “lobotomizzato”. Le parole dello stigma che si dovrebbero evitare


Giocare ai neurologi o agli psichiatri non è passato di moda sui media e mentre qualche settimana fa, come dadi, si lanciavano diagnosi casuali ai giovani che stando in casa o fuori sbagliano comunque, questi ultimi giorni hanno visto un ulteriore livello: sul tavolo sono balzate le persone negazioniste.

Al diffondersi delle teorie cospirazioniste e del negazionismo della COVID-19, che hanno conseguenze sulla salute pubblica per il rifiuto di adottare le misure di sicurezza, hanno dato un rilevante contribuito un’informazione contraddittoria e selettiva, diversi esperti ottimisti e tanta propaganda politica antiscientifica.

Leggi anche >> Come percepiamo la pandemia

“Dementi”, “pazzi”, “psicotici” sono solo alcune delle pseudo-diagnosi affibbiate come insulti a chi nega le conseguenze del contagio da virus SARS-CoV-2 sulla salute delle persone e sul sistema sanitario per la necessità di trovare un appiglio nelle incertezze, per appartenenza a un gruppo o per interessi finanziari e politici.

Si tratta di etichette, assieme ad altre come “cerebroleso”, “ritardato”, “lobotomizzato”, “schizofrenico”, “autistico”, “bipolare”, “narcisista”, “psicopatico”, “sociopatico” e così via, che vengono elargite quotidianamente online e offline a chi abbia idee o comportamenti considerati non conformi o anormali.

Si ricorre alla neurologia e alla psichiatria per sostanziare il proprio giudizio morale sull’altro che di volta in volta rappresenta una minaccia, fa paura, non conosciamo, ha idee diverse dalle nostre o semplicemente ci sta antipatico. E partecipano al gioco anche giornalisti/e e – con sprezzo del codice deontologico – molti professionisti della salute mentale.

Il risultato è una più o meno esplicita dichiarazione di superiorità che, oltre a rivelare un lessico modesto e avvitato su un ristretto insieme di aggettivi ricorrenti, ha conseguenze sociali dannose.

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domenica 30 agosto 2020

Come percepiamo la pandemia


Quando accadono eventi che riteniamo imprevedibili cerchiamo di trovare ad essi delle spiegazioni per noi accettabili. La complessità di queste spiegazioni dipende dalle conoscenze che abbiamo accumulato e, se si tratta di epidemie, dalla percezione che riusciamo ad avere della malattia.

Se le conoscenze scientifiche alle quali possiamo accedere sono limitate o contrastanti non abbiamo altra scelta che fare leva sul nostro giudizio per affrontare le incertezze.

Tuttavia, il nostro giudizio può essere niente di più ingannevole non solo per le ampie distorsioni cognitive alle quali siamo vulnerabili nelle scelte decisionali ma anche quando si tratta di percepire visivamente la realtà non riusciamo a vederla proprio com’è. Questi aspetti sono particolarmente rilevante ai fini della percezione del rischio associato, ad esempio, a un’infezione virale e dell’attuazione dei comportamenti necessari a controllarlo.

Le illusioni ottiche rappresentano un elegante esempio degli inganni che ci sottopone il nostro cervello nel ricostruire i dati di realtà, restando solo ai livelli della percezione visiva.

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venerdì 6 dicembre 2019

L’inferiorità delle donne e la scienza




Il quadro che emerge dallo studio appena pubblicato da Marianna Filandri e Silvia Pasqua dell’Università di Torino presenta una situazione tangibile e persistente: ci sono sempre meno donne man mano che si sale nella carriera accademica in Italia.


La spiegazione di tale divario secondo alcuni sarebbe da rintracciare nell’inferiorità delle donne, che mancherebbero delle abilità cognitive necessarie per farsi strada nelle discipline scientifiche. Questa convinzione arriva da lontano, come spiega Angela Saini, laureata in ingegneria, autrice e giornalista scientifica, nel suo libro Inferiori. Come la scienza ha penalizzato le donne, tradotto in italiano per Harper Collins.


Tuttavia, lo studio di Filandri e Pasqua dimostra che tale disparità non è motivata da una diversa produttività scientifica né dalla riluttanza delle donne a candidarsi per le posizioni di professore ordinario. In altri termini, a parità di pubblicazioni scientifiche e di candidatura, gli uomini hanno più probabilità di essere nominati professori rispetto alle donne.


Come descritto da Angela Saini, 


“In uno studio pubblicato nel 2012, la psicologa Corinne Moss-Racusin e un gruppo di ricercatori della Yale University hanno analizzato il problema dei pregiudizi nella scienza: a oltre cento scienziati è stato chiesto di valutare il curriculum di un candidato che si presentava per ottenere un lavoro come responsabile di laboratorio. I curricula da valutare erano identici, tranne per il fatto che la metà era attribuita a un candidato con un nome femminile e l’altra metà con un nome maschile”.


Qual è stato il responso della commissione?

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Leggi anche:
- 2020, su Valiga Blu, Donne e scienza: storie da raccontare 
- 2017, all'uscita dell'edizione inglese: L'inferiorità delle donne secondo gli scienziati



mercoledì 9 ottobre 2019

Il razzismo di Jung e i suoi effetti




I pensatori europei ci dissero che le loro culture erano migliori, che erano i proprietari del pensiero e della ragione e sposarono queste convinzioni con l’idea di appartenere a una razza superiore.




È quanto scrive Angela Saini nel Prologo di Superior: The Return of Race Science [1] pubblicato quest’anno e che sarà tradotto in italiano nel 2020. Il libro è una disamina approfondita di come gli scienziati siano ricorsi e, in certi casi, ancora ricorrano a distorsioni metodologiche o a manipolazioni di dati e fatti per dare parvenza di validità alla loro ideologia razzista.

Uno dei casi analizzati è quello di Richard Lynn che nel 2018 si è visto revocare il titolo di professore emerito dall’Università dell’Ulster, in Irlanda del Nord, un provvedimento tardivo per l’ormai quasi novantenne ex professore di psicologia, se si pensa che le proteste di studenti e attivisti “anti-nazisti” (secondo la sua stessa definizione) iniziarono negli anni ‘90. Attraverso una lunga lista di pubblicazioni su riviste scientifiche e libri continuamente citati, Lynn ha dedicato la sua carriera a dimostrare che gli europei e in generale le popolazioni nord-occidentali abbiano un’intelligenza superiore in termini di Quoziente Intellettivo (QI), rispetto all’Europa meridionale e orientale, e di seguito all’Asia e all’Africa.

Il metodo di Lynn si basa su una tautologia messa in atto attraverso misure indirette e inattendibili, pregiudizi nella selezione dei campioni, analisi statistiche artefatte in modo da ottenere sempre risultati conformi ai pregiudizi di partenza. Lynn è stato finanziato da gruppi di estrema destra, ha partecipato a conferenze di eugenetica negli Stati Uniti e nel Regno Unito ed è sostenuto da un folto numero di colleghi. Le sue tesi sono state smentite e dismesse dal complesso di studi non ideologici e rigorosi sull’intelligenza e sul QI, che rappresentano i costrutti più documentati e solidi della psicologia.

Insomma, la geografia dell’intelligenza di Lynn non ha alcun fondamento scientifico. Se si condividono le sue conclusioni prive di validità si è parte del problema.

Jonathan Marks nel libro Is Science racist? [2] sostiene che il perseverare del razzismo nella scienza dovrebbe essere considerato “un problema bioetico” e poi aggiunge che “quando la scienza scende a compromessi con la verità, la sua autorità culturale si corrode rapidamente”.

Se l’imposizione di categorie razziali che giustifichino e perpetuino le disuguaglianze sociali ed economiche ha trovato terreno fertile tra scienziati, tenuti a dimostrare – pur con pratiche corrotte e metodi fallaci – le loro ipotesi, non sorprende che le teorie psicologiche distanti dal metodo scientifico abbiano coltivato in modi altrettanto creativi e approfonditi il razzismo e la superiorità dell’uomo europeo.

La razionalizzazione della gerarchia razziale in campo psicologico si è difatti articolata in due diramazioni: la via “scientifica” centrata sull’intelligenza, percorsa da Lynn e molti altri, e la via psicodinamica centrata sulla psiche, percorsa da Carl Gustav Jung.

A queste due vie fa cenno Farhad Dalal all’inizio dell’articolo del 1988 [3], con il quale, per primo, denunciò “Il razzismo di Jung”. Dalal documenta attraverso numerose citazioni dalle opere originali dello psicologo svizzero la teoria secondo la quale

i neri, per Jung, erano inferiori e non solo diversi. […] Ma sarebbe un errore assumere che nel campo della psicoterapia l’accusa di razzismo possa essere diretta solo a Jung e alle sue teorie. Ho scelto di focalizzarmi su di lui per la sua popolarità e perché il suo razzismo è invisibile ai, e non riconosciuto dai, moderni junghiani.
... 


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domenica 3 febbraio 2019

Le patate danneggiano il cervello di bambini e adolescenti, lo dice la scienza?



È già noto come “effetto patata” l'insieme delle conseguenze dell'uso dei dispositivi digitali da parte degli adolescenti dopo il meticoloso e fondamentale studio pubblicato alcune settimane fa.

Applicando una promettente analisi statistica – Specification Curve Analysis (SCA) –, Amy Orben e AndrewK. Przybylski (qui il collegamento al pdf), hanno riesaminato tre database statunitensi e britannici rappresentativi della popolazione e relativi a indagini nazionali svolte tra il 2007 e il 2016 per un totale di 355.358 adolescenti di età compresa tra 12-18 anni. Le indagini di riferimento sono state scelte perché contenevano informazioni sul benessere psicologico degli adolescenti e sull'uso delle tecnologie digitali.



I risultati hanno dimostrato che esiste un'associazione negativa tra l'uso delle tecnologie digitali e il benessere degli adolescenti e che tale associazione spiega circa lo 0.4% della varianza.

In altre parole, bisogna ammetterlo, i dispositivi elettronici fanno un po' male ma...

Che succede se si considera tutto il contesto?
  


Nella tabella, un valore attorno a 1x vuol dire che quella variabile ha lo stesso effetto negativo dei dispositivi digitali. L'asterisco vuol dire invece che quella variabile ha un effetto positivo. Quindi andare in bici o essere alti fa stare un po' bene.

Il risultato inatteso è che portare gli occhiali fa un po' più male che usare i dispositivi elettronici e, sorprendentemente (!), mangiare patate ha quasi lo stesso effetto negativo sul benessere degli adolescenti dell'uso delle tecnologie digitali!


Cosa ci insegna questo studio rigoroso?
Analizzare gli studi sul comportamento sociale è un affare complicato. Di solito in questi studi a larga scala sono incluse diverse decine di variabili generiche sulle abitudini dei soggetti e sulla salute psicologica, al di là dell'eterogeneità con cui ciascuno studio definisce il benessere psicologico, la depressione, i disturbi del sonno ecc. Se poi si pensa che tali studi includono grandi gruppi di soggetti, basta un piccolo effetto (ad esempio un punto in più su una scala di depressione, che clinicamente non ha alcuna rilevanza) e con i metodi statistici tradizionali si raggiunge agevolmente l'ambita significatività e da qui si pubblicano con clamore i risultati, si diffondono proclami a mezzo stampa, si condizionano le politiche educative.

Considerando che tali studi proprio per la loro complessità, lasciano totale libertà all'interpretazione degli effetti, ciascun ricercatore tenderà ad associare determinati effetti a determinate variabili in base ai propri preconcetti e alle proprie idee, trascurando tutte le altre associazioni che potrebbero minare la sua interpretazione.

Ci sono ricercatrici e ricercatori che hanno fatto fortuna con questo ingiustificato allarmismo!


Come dimostrano Orben e Przybylski in uno stesso insieme di dati l'associazione tra dispositivi elettronici e benessere può cambiare da -.075 a +.05, quindi di peso e di segno, a seconda delle variabili scelte dal ricercatore ai fini delle analisi.



Definire meglio le variabili, tenere conto del contesto di tutte le altre variabili non selezionate ai fini delle analisi, procedere con analisi statistiche più sofisticate diventano allora le necessarie indicazioni per aggiungere conoscenze oggettive alle scienze del comportamento sociale.

Quando viene considerato tutto il contesto dei dati, diventa chiaro che il peso eccessivo dato al tempo di uso dei dispositivi digitali nel discorso scientifico e pubblico potrebbe non essere giustificato sulla base delle prove disponibili. Ad esempio, in tutti e tre i database, gli effetti negativi sul benessere adolescenziale sia della marijuana che del bullismo sono molto più marcati (2.7x e 4.3x rispettivamente per YRBS) rispetto all'utilizzo della tecnologia. I fattori positivi del benessere sono ugualmente illustrativi: azioni semplici come dormire a sufficienza e fare colazione regolarmente hanno associazioni molto più positive con il benessere rispetto all'impatto medio dell'uso della tecnologia (da 1,7x a 44,2x più positivo in tutti i database). I fattori neutrali forniscono forse il contesto più utile per giudicare gli effetti dell'esposizione alla tecnologia: l'associazione del benessere con le patate che gli adolescenti mangiano regolarmente è negativa quasi quanto l'associazione con l'uso della tecnologia (0,9x, YRBS) e portare gli occhiali risulta associato negativamente al benessere (1.5x, MCS).



Considerare gli effetti nell'insieme del loro contesto permette quindi di stabilirne il peso concreto ossia di distinguere se derivino dal metodo di analisi statistica scelto o se rappresentino un effetto osservabile, reale, rilevante per la salute.

Alcuni scienziati talvolta esagerano ma poi la scienza trova il tempo per riportare tutto al suo metodo rigoroso e lo fa con altri scienziati come Orben e Przybylski.

Quindi al prossimo titolo che capiterà di leggere sulle devastazioni neurologiche causate dall'uso dei dispositivi digitali nei bambini e nei ragazzi pensiamo alle patate e ricordiamoci che ci possono aiutare a rompere i preconcetti.

Viva l'effetto patata!



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lunedì 22 gennaio 2018

“Te lo buco quel cellulare!” I dispositivi digitali: tra soliti allarmi e indicazioni documentate.



Di tanto in tanto qualcuno – pediatra, insegnante, ricercatore, psicologo, pedagogista, ecc. - si sveglia e invoca a gran voce da qualche giornale: “Basta cellulari ai bambini!”, “sono pericolosi!!”, “fanno male!!”,

A quali rischi andrebbero incontro i bambini: vita sedentaria, difficoltà di attenzione, disturbi del sonno, aggressività, isolamento sociale, cyberbullismo.

Di tutto questo non ci sono prove nella letteratura scientifica.

Immaginiamo per un attimo questa situazione: rimane in classe a ricreazione, rimane da solo al suo banco, un dito e via da una pagina all'altra, non ascolta se lo chiami, reagisce male quando glielo strappi dalle mani, qualche compagno entra e lo strattona o lo sbeffeggia, poi a casa lo riprende, lo porta anche a letto e così si addormenta tardi.

Maledetti cellulari!

E se quel bambino avesse un libro?
Cosa cambia da un telefono a un tablet a un libro a un lettore di ebook?
Cambia la nostra reazione?

Di sicuro dai 40 anni in poi ciascuno dovrebbe astenersi da un giudizio sulle nuove tecnologie se non è ben informato o lavora in quel campo.

1. Tutto quello che è al mondo quando nasci è normale;
2. Tutto quello che viene inventato da allora ai tuoi 30 anni è incredibilmente eccitante e innovativo e con un po' di fortuna potresti farne una carriera;
3. Tutto quello che viene inventato dopo i tuoi 30 anni è contro l’ordine naturale delle cose e l'inizio della fine della civiltà come lo conosciamo...  Douglas Adams



Oggi quelle digitali sono competenze indispensabili per stare con consapevolezza e positività nel mondo globale, per non subire i cambiamenti, per governarli e orientarli su prospettive utili al Paese. La natura dell’innovazione, della scuola e per la scuola, è quindi prima di tutto culturale.


Sono le parole della Ministra dell'Istruzione Valeria Fedeli che il 19 gennaio ha anticipato a Bologna i risultati del gruppo di lavoro sull'utilizzo di dispositivi personali mobili a scuola.

In quell'occasione è stato diffuso un decalogo di sintesi lungimirante e basato sulle evidenze scientifiche.

Non è compito del Ministero o della scuola decidere se i device sono bene o male, ma lo è insegnare ad usarli nel modo più utile e corretto. Per permettere a ogni ragazza e ogni ragazzo di avere esperienze sicure, libere e consapevoli, contrastando in modo positivo e attivo, non con divieti ma proprio con l’educazione, ogni tipo di dipendenza, anche dagli strumenti tecnologici. Voglio ribadire in ogni caso, che resta proibito, come stabilito dalla circolare del 2007 dell’allora Ministro Fioroni, l’uso personale di ogni tipo di dispositivo in classe, durante le lezioni, se non condiviso con i docenti a fini didattici.


Ecco i 10 punti del decalogo.

1. Ogni novità comporta cambiamenti.

Ogni cambiamento deve servire per migliorare l’apprendimento e il benessere delle studentesse e degli studenti e più in generale dell’intera comunità scolastica.

2. I cambiamenti non vanno rifiutati, ma compresi e utilizzati per il raggiungimento dei propri scopi.

Bisogna insegnare a usare bene e integrare nella didattica quotidiana i dispositivi, anche attraverso una loro regolamentazione. Proibire l’uso dei dispositivi a scuola non è la soluzione. A questo proposito ogni scuola adotta una Politica di Uso Accettabile (PUA) delle tecnologie digitali.

3. La scuola promuove le condizioni strutturali per l’uso delle tecnologie digitali.

Fornisce, per quanto possibile, i necessari servizi e l’indispensabile connettività, favorendo un uso responsabile dei dispositivi personali (BYOD). Le tecnologie digitali sono uno dei modi per sostenere il rinnovamento della scuola.



4. La scuola accoglie e promuove lo sviluppo del digitale nella didattica.

La presenza delle tecnologie digitali costituisce una sfida e un’opportunità per la didattica e per la cultura scolastica. Dirigenti e insegnanti attivi in questi campi sono il motore dell’innovazione. Occorre coinvolgere l’intera comunità scolastica anche attraverso la formazione e lo sviluppo professionale.

5. I dispositivi devono essere un mezzo, non un fine.

È la didattica che guida l’uso competente e responsabile dei dispositivi. Non basta sviluppare le abilità tecniche, ma occorre sostenere lo sviluppo di una capacità critica e creativa.

6. L’uso dei dispositivi promuove l’autonomia delle studentesse e degli studenti.

È in atto una graduale transizione verso situazioni di apprendimento che valorizzano lo spirito d’iniziativa e la responsabilità di studentesse e gli studenti. Bisogna sostenere un approccio consapevole al digitale nonché la capacità d’uso critico delle fonti di informazione, anche in vista di un apprendimento lungo tutto l’arco della vita.

7. Il digitale nella didattica è una scelta: sta ai docenti introdurla e condurla in classe.

L’uso dei dispositivi in aula, siano essi analogici o digitali, è promosso dai docenti, nei modi e nei tempi che ritengono più opportuni.

8. Il digitale trasforma gli ambienti di apprendimento.

Le possibilità di apprendere sono ampliate, sia per la frequentazione di ambienti digitali e condivisi, sia per l’accesso alle informazioni, e grazie alla connessione continua con la classe. Occorre regolamentare le modalità e i tempi dell’uso e del non uso, anche per imparare a riconoscere e a mantenere separate le dimensioni del privato e del pubblico.

9. Rafforzare la comunità scolastica e l’alleanza educativa con le famiglie.

È necessario che l’alleanza educativa tra scuola e famiglia si estenda alle questioni relative all’uso dei dispositivi personali. Le tecnologie digitali devono essere funzionali a questa collaborazione.

Lo scopo condiviso è promuovere la crescita di cittadini autonomi e responsabili.

10. Educare alla cittadinanza digitale è un dovere per la scuola.

Formare i futuri cittadini della società della conoscenza significa educare alla partecipazione responsabile, all’uso critico delle tecnologie, alla consapevolezza e alla costruzione delle proprie competenze in un mondo sempre più connesso.


Quali sono i risultati scientifici più rilevanti sull'uso dei cellulari da parte di bambini e adolescenti?

Secondo Andrew Przybylski e Netta Weinstein, autori nel 2017 di un ampio studio sugli adolescenti inglesi, la visione predominante nella letteratura scientifica sugli effetti del tempo di esposizione agli schermi digitali è l'ipotesi dello spostamento (displacement hypothesis, Neuman 1988): i pericoli della tecnologia sono direttamente proporzionali all'esposizione ad essa. Si assume che gli effetti siano negativi perché le attività digitali sono alternative al tempo dedicato alle relazioni con i pari e con la famiglia, alla lettura, all'esercizio fisico.

Gli studi finora condotti hanno seguito questa ipotesi e hanno confrontato attività sedentarie e non sedentarie, identificando le prime come dannose.

In sintesi tali studi (tutti i riferimenti bibliografici sono elencati nell'articolo di Przybylski e Weinstein):
- hanno documentato solo correlazioni deboli tra il tempo di esposizione agli schermi digitali e la salute, lasciando spazio a interpretazioni alternative;
- hanno rilevato che qualsiasi effetto negativo sulla salute fisica derivante dal tempo di esposizione agli schermi dipende dal tipo di attività digitale e che alcune attività digitali in realtà promuovono l'esercizio fisico;
- si sono serviti di una metodologia debole per correlare l'esposizione agli schermi digitali a variabili fisiche e psicologiche e i risultati sono quindi inconsistenti.

Alla luce di nuovi e più ampi studi che hanno dimostrato l'esistenza di una correlazione bassa o nulla tra l'esposizione lieve o moderata (meno di 2-3 ore al giorno) a videogiochi e film e il funzionamento emotivo e sociale, Przybylski e Weinstein hanno voluto verificare l'ipotesi digital Goldilocks (Riccioli d'oro digitale): l'uso moderato della tecnologia non è intrinsecamente pericoloso e in un mondo connesso può essere vantaggioso.
Invece, l'uso eccessivo può effettivamente rimuovere le attività alternative, ad esempio, può interferire con la scuola o con altre attività extrascolastiche e sociali e, analogamente, l'uso limitato della tecnologia può privare bambini e adolescenti di informazioni e attività sociali
C’erano una volta tre orsi: papà orso, mamma orsa e piccolo orso. Vivevano insieme in una casa gialla col tetto rosso al centro di una grande foresta. Un giorno, Mamma Orsa preparò una grossa pentola di latte caldo per colazione. Era troppo caldo da bere, così gli orsi decisero di uscire a fare una passeggiata, mentre il latte si raffreddava. Vicino alla foresta viveva una bambina chiamata Riccioli d’Oro. Riccioli d’Oro era una bambina cattiva. Quella mattina stava giocando nella foresta, lanciando pietre agli scoiattoli, quando sentì l’odore delizioso del latte che Mamma Orsa aveva fatto.
“Oh, ho così tanta fame!” pensò Riccioli d’Oro. “Mi chiedo se divideranno il loro latte con me?” Bussò alla porta della casa. Sbirciò dalla finestra. Vide tre scodelle di latte sul tavolo della cucina — ma sembrava che non ci fosse nessuno in casa. Così Riccioli d’Oro entrò. (Oh, era una bambina cattiva!)
Prima Riccioli d’Oro assaggiò il latte nella scodella di Papà Orso. “Ahi! Questo latte è troppo caldo!” disse. Poi Riccioli d’Oro assaggiò il latte nella scodella di Mamma Orsa. “Puah! Questo latte è troppo freddo!” disse. Infine Riccioli d’Oro assaggiò il latte nella scodella di Piccolo Orso.“Mmmm, questo latte è proprio perfetto!” disse e bevve l’intera scodella di latte! Con lo stomaco pieno, Riccioli d’Oro cercò un posto dove sedersi. Vide tre sedie accanto al camino. Prima si sedette sulla sedia di Papà Orso. “Questa sedia è troppo dura!” si lamentò. Poi si sedette sulla sedia di Mamma Orsa. “Questa sedia è troppo morbida!” si lamentò. Infine si sedette sulla sedia di Piccolo Orso. “Ah, questa sedia è proprio perfetta”, sospirò. Ma proprio allora la sedia si ruppe! “Devo avere bevuto troppo latte”, Riccioli d’Oro pensò tra sé. Era ancora stanca, così salì per le scale e trovò la camera da letto, dove c’erano tre letti. Prima Riccioli d’Oro provò il letto di Papà Orso, ma non le piacque. “Questo letto è troppo duro!” disse. Poi provò il letto di Mamma Orsa, ma non le piacque neanche questo.“Questo letto è troppo morbido!” disse. Infine provò il letto di Piccolo Orso. “Questo letto è proprio perfetto!” disse felice e cadde in un sonno profondo, pieno di sogni con biscotti e micetti.
Poco dopo, gli orsi ritornarono dalla passeggiata... Riccioli d'oro e i tre orsi



Per studiare l'ipotesi Riccioli d'oro digitale, i due ricercatori hanno inviato un questionario articolato in domande standardizzate sul benessere mentale, domande sull'uso dei dispositivi digitali e altre domande di controllo. Il questionario è stato correttamente compilato da 120.115 famiglie di quindicenni inglesi. I risultati hanno mostrato per la prima volta in questo ambito di ricerca il punto in cui il tipo di utilizzo dei dispositivi digitali da parte dei quindicenni passi da un'associazione nulla o positiva con il benessere mentale ad un'associazione negativa che indica un effetto dannoso.

Nel grafico è possibile vedere come per ciascun dispositivo si riduca solo lentamente il benessere mentale (comprende felicità, soddisfazione, benessere psicologico e funzionamento sociale) in funzione dell'aumentare delle ore di esposizione.



Ogni dispositivo sembra avere un impatto diverso e lo si può vedere ancora più in dettaglio confrontando l'uso nei giorni feriali e quello durante il fine settimana.

Il grafico che segue è molto importante perché individua proprio i punti estremi dei giorni feriali (che ho indicato con una freccia verde) e dei fine settimana (che ho indicato con una freccia blu) oltre i quali un ulteriore tempo di esposizione (in numero di ore) a ciascun dispositivo può diventare dannoso per il benessere mentale.




In genere, nei fine settimana una maggiore esposizione ai dispositivi digitali – da 22 minuti a 2 ore e 13 minuti in più – non mostra effetti negativi.
Inoltre, come spiegato da Przybylski e Weinstein, non tutte le attività digitali sono uguali: i dispositivi più pervasivi come i cellulari o quelli che richiedono variazioni impegnative come i videogiochi hanno un punto di flessione – numero di ore dopo il quale si possono avere effetti negativi - più breve nei giorni feriali, rispetto agli altri dispositivi.

Pertanto, secondo questo studio, le relazioni tra il tempo di esposizione ai dispositivi digitali e il benessere mentale sono non lineari; inoltre, si dimostra vera l'ipotesi Riccioli d'oro digitale, secondo la quale un'esposizione moderata non è dannosa.

Altri studi dovranno replicare questi risultati e altri effetti dell'uso dei dispositivi digitali usando lo stesso rigore metodologico, ampi campioni di soggetti e buone pratiche di ricerca.


L'effetto positivo dei dispositivi digitali nei bambini con disturbi del comportamento, disturbi dell'attenzione o altri disordini dello sviluppo è poi ben evidente tutti i giorni alle famiglie, ai clinici e agli operatori di riabilitazione.


Il decalogo del Ministero dell'Istruzione e i risultati dello studio di Przybylski e Weinstein rappresentano due importanti esempi di indicazioni su COSA FARE che la scuola e la famiglia si aspettano.
I divieti – COSA NON FARE - sono meno utili ed efficaci.


Non c'è da lanciare alcun allarme sull'uso dei dispositivi digitali ma è necessaria una discussione sul loro uso responsabile e una rinnovata attenzione alle attività e ai bisogni dei bambini e degli adolescenti, all'interno delle famiglie e nella scuola.

Suppongo che le generazioni precedenti abbiano sopportato tutte queste preoccupazioni e ansie all'invenzione della televisione, del telefono, del cinema, della radio, dell'auto, della bicicletta, della stampa, della ruota e così via, e verrebbe da pensare che abbiamo ormai imparato come vanno queste cose... Douglas Adams



[24 gennaio] Aggiungo un piccolo episodio dell'ambulatorio di ieri:

Una madre, una figlia in III media con importante dislessia e me.
Me: e per studiare come fate?
Madre: a volte le leggo il testo ma lei guarda i video su youtube
Figlia: seguo dei canali, ad esempio per storia un professore che spiega gli argomenti del programma con mappe e schemi
Me: lo so con le lingue è dura ma non le trascurare, almeno per la conversazione

Figlia: [dopo un sospiro] comunque ho iniziato a seguire un canale di youtuberine americane e ora l'inglese lo capisco meglio
Me: e nel tempo libero che fai?
Madre: ah guardi ha tirato fuori una macchina da cucire Singer che le avevano regalato tempo fa e dopo aver guardato i tutorial su youtube ha fatto questo ...e questo [foto] 
Me: [occhi sgranati] è meraviglioso l'uso che fate della tecnologia
Madre: beh guardi, la sorella che ha due anni in più su youtube guarda solo i video dei cantanti

C'è chi è più creativo nell'uso della tecnologia e c'è chi lo è meno. E chi per necessità deve industriarsi.