Il concetto di tempo davanti allo schermo – in inglese “screen time” - non è neutro: aziende tecnologiche, governi e parte della ricerca accademica lo utilizzano come accattivante cornice interpretativa del rapporto tra utenti e piattaforme. Si tratta di dispositivi discorsivi che tendono a trasferire la responsabilità dalle infrastrutture tecnologiche ai comportamenti individuali.
Il dibattito pubblico sull'uso dei dispositivi digitali da parte di bambini/e e adolescenti ruota intorno a un'idea apparentemente semplice: il problema è legato a quanto tempo trascorrono davanti agli schermi. In generale, l’idea trasmessa è che più ore si trascorrono sullo smartphone, sui social o su piattaforme video, più lo schermo fa male. Non importa cosa si fa, né se si tratta di una fruizione attiva o passiva: il tempo è il problema, il tempo è la misura del danno. La soluzione è ridurlo. Ai genitori spetta il compito di vigilare. Le linee guida delle autorità sanitarie fissano soglie, consigliano limiti, mettono in guardia. Ma chi ha davvero interesse a mantenere in vita questo frame?
È la domanda al centro di un articolo pubblicato su New Media & Society, la principale rivista accademica internazionale dedicata allo studio dei media digitali. I ricercatori Andrew Z. H. Yee e Brendan Luyt, partendo da un'osservazione etnografica condotta a Singapore sulle famiglie di bambini in età prescolare, hanno osservato qualcosa di ricorrente: i genitori parlavano dell'uso dei dispositivi in modo carico di sensi di colpa e vergogna. Nei loro discorsi prevalevano il senso di fallimento morale e l’autoaccusa che risultavano ancora più accentuati nelle famiglie con risorse economiche insufficienti a poter pagare ai figli attività sportive, creative e ludiche. Da qui gli autori si sono posti una domanda: se a subire le conseguenze del panico morale attorno al tempo-davanti-allo-schermo sono proprio i genitori e i bambini, chi ne trae invece vantaggio?
La risposta di Yee e Luyt individua tre categorie principali di beneficiari:
- le aziende tecnologiche, che attraverso questo concetto spostano la responsabilità lontano dal modello di business delle loro piattaforme e dall’assenza di moderazione dei contenuti;
- i governi conservatori e liberali, che possono dimostrare di intervenire a livello simbolico senza affrontare la complessità di una regolazione più profonda;
- alcuni ricercatori, che si assicurano finanziamenti e visibilità rinforzando il frame attraverso ricerche affrettate e superficiali e alimentando la polarizzazione del dibattito così da rimanere nei titoli delle notizie.
L'idea di tempo-davanti-allo-schermo - cioè l'idea che il problema sia il tempo, e non cosa succede in quel tempo, né chi ha costruito le piattaforme in cui quel tempo viene consumato - funziona come un paravento. Nasconde le domande scomode: perché queste piattaforme sono progettate per trattenere l'attenzione il più a lungo possibile? Chi ci guadagna? Cosa implicherebbe regolarle davvero?
La colpa, in questo frame, ricade sulle famiglie. Le stesse linee guida sul tempo-davanti-allo-schermo possono generare nei genitori forti sentimenti di colpa e impotenza, incrementare l’ansia e generare conflitti tra genitori e tra genitori e i figli. La responsabilità di garantire esperienze di qualità davanti agli schermi viene scaricata sulle singole famiglie, sottraendola alle aziende tecnologiche che da quell'attenzione traggono profitto.
Secondo Yee e Luyt, la situazione sarebbe ben diversa con frame alternativi a “tempo-davanti-allo-schermo”:
- "progettazione manipolativa delle piattaforme" farebbe cadere la responsabilità sulle aziende tecnologiche e sulle loro scelte di progettazione;
- "capitalismo della sorveglianza", metterebbe in rilievo i modelli di business e il controllo normativo;
- "disuguaglianza digitale", porterebbe a esaminare fattori strutturali come reddito, istruzione e accesso ad altre opportunità.
Tuttavia, questi frame alternativi non hanno risalto proprio perché “il concetto di tempo trascorso davanti allo schermo individualizza la responsabilità in modi che si allineano con la governance neoliberale, dove ci si aspetta che i cittadini gestiscano i rischi attraverso scelte informate e autoregolamentazione piuttosto che attraverso le risorse fornite alla collettività o la regolamentazione aziendale”.
Il panico morale diventa dunque utile a distogliere l’attenzione pubblica dalle più ampie questioni strutturali.
La scelta della narrazione centrata sul tempo-davanti-allo-schermo - rispetto ad altre più pertinenti e aderenti alla realtà - finisce per proteggere, almeno indirettamente, i modelli di business delle piattaforme.
"La domanda che dà il titolo a questo articolo è, in ultima analisi, un invito a esaminare rapporti di potere spesso invisibili all’interno di discorsi apparentemente neutri o scientifici. La nostra risposta è che coloro che ne traggono maggior beneficio non sono le famiglie, bensì le aziende tecnologiche, le organizzazioni governative e gli esperti. Lo “screen time”, come concetto e come discorso, illumina un modello più ampio nel modo in cui le società contemporanee affrontano problemi sociali complessi: preferendo spesso soluzioni individualizzate, misurabili e comportamentali a interventi strutturali che richiederebbero un confronto con il potere e una redistribuzione delle risorse.
Se prendiamo sul serio la domanda su chi beneficia del discorso sullo screen time, dobbiamo considerare alternative che si rivolgano meglio a bambini e famiglie. Questo richiede di allontanarsi dallo screen time come cornice principale, riconoscere i limiti e gli interessi impliciti nella nostra stessa expertise e lavorare in direzione di approcci che bilancino protezione e emancipazione, riconoscano sia i rischi sia le opportunità, e distribuiscano la responsabilità in modo più equo all’interno della società. La cornice dello screen time non è inevitabile. È una possibilità tra molte. Questo riconoscimento apre lo spazio per immaginare e perseguire alternative che potrebbero favorire meglio il benessere e il fiorire di bambini e famiglie nell’era digitale".
