L’idea che dalle neuroimmagini possa essere determinata l’intelligenza di
una persona (in termini di QI, quoziente intellettivo) questa settimana ha
subito un notevole scossone.
Un articolo appena pubblicato su Science (Marek, Donohue,…,
Dosenbach, giugno 2026) suggerisce che quella che nelle neuroscienze cognitive
è stata finora scambiata per una firma neurale dell'intelligenza era, molto più
probabilmente, la firma neurale della disuguaglianza socioeconomica.
I ricercatori della Washington University di St. Louis hanno analizzato
le scansioni cerebrali di quasi 12.000 bambini tra i 9 e i 10 anni dell'ABCD
Study, uno dei dataset di neuroimmagini pediatriche più grandi al mondo, e hanno
messo in relazione connettività funzionale e spessore corticale con 649
variabili (cognitive, psicopatologiche, socioeconomiche, comportamentali,
ambientali) simultaneamente.
Si tratta di uno studio del tipo dei Brain-Wide
Association Studies (BWAS) che misurano sistematicamente migliaia di parametri
cerebrali e cercano associazioni statistiche con variabili di interesse (QI,
psicopatologia, comportamento, tratti di personalità, ecc.). Le misure
cerebrali più usate nei BWAS sono due: l'attività spontanea sincrona di aree considerate
funzionalmente connesse misurata con la risonanza magnetica funzionale e lo spessore
della corteccia corticale in diverse regioni misurata con la risonanza
magnetica strutturale.
Nello studio di Marek e collaboratori, il contesto
socioeconomico del quartiere in cui un bambino o una bambina vive (indice
composito che cattura opportunità educative, reddito, servizi) spiega fino al
16% della varianza nella connettività funzionale cerebrale, un dato molto alto
rispetto a quelli ottenuti in questo tipo di studi. Tra le prime 40 variabili
per forza di associazione, 37 sono socioeconomiche e le restanti tre riguardano
il sonno e il tempo di esposizione agli schermi mentre il QI è al 59° posto.
Inoltre, le associazioni tra cervello e contesto socioeconomico (SES) si
concentrano nelle cortecce sensoriali primarie e motorie e non nelle reti
frontali e parietali che per le neuroscienze cognitive costituiscono i
substrati di funzioni superiori come il ragionamento, la memoria di lavoro e il
controllo esecutivo. Fin qui, potrebbe sembrare ovvio: il SES è una variabile
ambientale, ci si può aspettare che agisca su circuiti cerebrali legati
all'esperienza percettiva e motoria. Il risultato imprevisto è che la mappa del
QI sia quasi identica a quella del SES: anche l'intelligenza ha una firma
sensorimotoria nel cervello e non una firma frontale e parietale.
Questo potrebbe essere il risultato di un cervello in evoluzione e
quindi misurare una fase nella dinamica dello sviluppo cerebrale in un
determinato contesto. Tuttavia, il richiamo alla cautela nell’interpretare i dati
di correlazione tra misure cognitive/psicopatologiche e parametri cerebrali è
molto forte: le variabili confondenti possono distorcere radicalmente le
conclusioni.
Le mappe cerebrali del sonno e del tempo di esposizione agli schermi raccontano
la stessa storia e aggiungono un dettaglio importante sul meccanismo. Il tempo sugli
schermi, nella popolazione ABCD, correla inversamente con il SES: i
bambini che vivono in contesti socioeconomici più svantaggiati stanno più a
lungo sugli schermi, dormono peggio, sono esposti a maggiore stress fisiologico
cronico. Il pattern cerebrale osservato potrebbe essere la traccia biologica di
una costellazione di fattori e esperienze sfavorevoli, non l'effetto specifico
e autonomo degli schermi.
Gli autori lo dicono esplicitamente non è il SES - il contesto
socioeconomico - ad agire direttamente sul cervello, trattandosi di una
variabile sociale: lo fa attraverso mediatori biologicamente plausibili. I tre
candidati emersi in questo studio sono il sonno, il tempo di esposizione agli schermi
e lo stress fisiologico cronico. Le cortecce sensoriali e motorie sono note per
la loro sensibilità a questi fattori, essendo i circuiti più plastici e più
reattivi all'ambiente, e sono esattamente quelli che il SES modifica di più.
Le implicazioni non sono solo metodologiche su questo tema specifico. Il
dibattito pubblico sul tempo di esposizione agli schermi e le politiche proibizioniste
che ne derivano - dai divieti dei telefoni a scuola ai divieti nazionali di
accesso ai social media per i minori – considerano gli schermi come un agente
patogeno autonomo e indipendente.
A partire da questo studio abbiamo ulteriori dati che ci informano che
il tempo di esposizione agli schermi (screen time) è in parte un mediatore
attraverso cui la disuguaglianza socioeconomica si incorpora nel cervello in fase
di sviluppo. Pertanto, intervenire con una misura drastica di restrizione significa
agire sull'epifenomeno. Le politiche proibzioniste rischiano di essere
insufficienti e potenzialmente inique: delegano la responsabilità
dell'intervento alle famiglie che non hanno le risorse strutturali per
compensare ciò che lo schermo in parte sostituisce e cioè stimolazione,
connessione sociale, attività del tempo libero.
Tornando a Marek e collaboratori, il loro studio non dimostra relazioni
di causa effetto, e essi stessi riconoscono che resta aperta la questione se le
differenze rilevate riflettano stati fisiologici transitori o effetti più
duraturi sullo sviluppo. Rimane comunque monito metodologico difficile da
ignorare per chiunque legga una scansione cerebrale come se fosse una
radiografia del potenziale individuale: quando si studia il cervello dei
bambini e delle bambine senza tenere conto del contesto in cui vivono, si
rischia di scambiare le disuguaglianze per destino biologico.
Infine nell’articolo pubblicato, gli autori citano quello che scrisse
Charles Darwin nel 1839:
"se la miseria dei poveri non è causata dalle leggi della natura ma dalle nostre istituzioni, grande è il nostro peccato".
Marek S, Donohue MR, Karcher N, Hoyniak C, Chauvin RJ, Meyer AC, Miller
J, Van AN, Wang A, Baden NJ, Suljic V, Scheidter KM, Monk J, Whiting FI,
Ramirez-Perez NJ, Krimmel SR, Metoki A, Paul SE, Gorelik AJ, Hendrickson TJ,
Malone SM, Schwarzlose RF, Cardenas-Iniguez C, Herting M, Petersen SE, Luby J,
Randolph AC, Shanahan M, Turkheimer E, Kay BP, Gordon EM, Laumann TO, Barch DM,
Fair DA, Tervo-Clemmens B, Dosenbach NUF. Patterns of brain-wide associations
reflect socioeconomics. bioRxiv [Preprint]. 2025 Dec 13:2025.12.10.693206. doi:
10.64898/2025.12.10.693206
