domenica 5 gennaio 2020

L’ossessione da internet e la terapia cinese




Sull’ultimo numero del 2019 della rivista History of Psychology, Yichen Rao, dottorando all’università di Hong Kong, ha pubblicato un lungo articolo che descrive gli scenari del trattamento del disturbo da dipendenza da internet in Cina.





L’autore, forte fruitore di videogiochi, nel 2014 ha condotto, come antropologo in formazione, un lavoro sul campo di tre mesi in una delle prime comunità di trattamento della dipendenza da internet a Pechino, dove i primi trattamenti sono iniziati nel 2004. L’interesse dell’autore era proprio dettato dal voler capire come altri giovani con i suoi stessi interessi arrivassero alla comunità con una diagnosi psichiatrica.


Rao ricostruisce l’introduzione del termine ‘disturbo da dipendenza da internet’, che si deve allo psichiatra statunitense Ivan Goldberg nel 1995 ed era inteso a definire un abuso di tecnologia che ha un impatto sulla vita quotidiana. Dopo alcuni tentativi di operazionalizzare la definizione e di pari passo con gli avanzamenti tecnologici degli ultimi 20 anni, il disturbo è diventato un contenitore per l’uso eccessivo di internet nelle più diverse attività (email, chat, videogiochi, cyber-sex, gioco d’azzardo, …).


Nel 2013 nel DSM V, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali a cura dell'Associazione di Psichiatri Americani, tra i disturbi da dipendenza patologica non da sostanze è stata inserita la proposta di classificazione del disturbo da gioco su internet, da sottoporre a studi clinici e sperimentali.


Nel 2019, nell’ICD 11, la classificazione internazionale delle malattie pubblicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, è stato incluso il disturbo da gioco digitale o videogiochi nella categoria dei disturbi dovuti all'uso di sostanze. Tale inclusione generato un acceso dibattito tra scienziati e clinici perché al momento attuale non ci sono sufficienti studi che possano definire i criteri del disturbo, le sue manifestazioni e i suoi trattamenti.


Per un approfondimento sull’appropriatezza di dipendenza e uso problematico delle nuove tecnologie: 








Rao fa una disamina delle spinte alla definizione della dipendenza da internet rintracciabili nello specifico contesto storico, sociale, culturale e sanitario cinese. 


Riassumo di seguito alcuni aspetti principali dell’articolo.


In Cina, nessun manuale istituzionale riconosce il disturbo da dipendenza da internet e, nonostante un paio di tentativi non riusciti di definirne i criteri, nei documenti ufficiali o legali cinesi si fa riferimento piuttosto a una “ossessione da internet” per descrivere i comportamenti di uso eccessivo dei videogiochi online, mentre l’espressione disturbo da dipendenza da internet è usata dai clinici e sui media. Quale che sia la definizione, ci si riferisce a adolescenti che passano giorni e settimane agli internet café. Questi sono preferiti dai ragazzi perché forniscono uno spazio libero dalle pressioni quotidiane dell’ambiente familiare e scolastico. 


Ne consegue un progressivo indebolimento del controllo parentale che ha un impatto psicologico sul ragazzo e sulla famiglia, altera le relazioni e porta al primo passo dell’ospedalizzazione, indipendentemente dalla identificazione di una diagnosi.


In una situazione in cui la definizione diagnostica di un disturbo non è ancora stata raggiunta dalla comunità scientifica e clinica internazionale e ne è ancora discussa la validità, la Cina vanta già oltre un decennio di trattamenti. 


Rao riporta i dati di un’indagine nazionale del 2010 che stimava in 24 milioni di giovani la presenza di un disturbo da dipendenza da internet, rendendolo quindi un problema di salute pubblica.


Durante le sue osservazioni, l’autore ha potuto constatare che oltre che per un sospetto disturbo da dipendenza da internet i giovani, per lo più adolescenti dai 14 ai 19 anni, venivano inviati alla comunità anche per disturbi dell’umore e della condotta, oppure per il rifiuto ad andare a scuola o per ribellione alla famiglia. In sostanza, scrive Rao, nella comunità si trovavano quei giovani con problemi comportamentali che la famiglia non era in grado di affrontare e per i quali né gli specialisti né gli insegnanti si erano rivelati utili.



Secondo il parere di educatori e psicologi, gli adolescenti usano internet per fuggire dalla realtà e alleviare l’ansia trasmessa dalla famiglia. La famiglia a sua volta riferisce di essere sotto pressione per le richieste della società. Data l’elevata competitività della società cinese, se non spingono i loro figli alle migliori prestazioni, ricevono pressioni sia dagli altri genitori sia dagli insegnanti che commentano pubblicamente lo scarso rendimento scolastico dei ragazzi, umiliandoli in pubblico. A loro volta gli insegnanti devono contribuire al prestigio e sono ritenuti responsabili delle prestazioni positive della propria scuola.


Rao ha potuto constatare che, prima di arrivare alla comunità, molti genitori non erano preoccupati per la dipendenza da internet del proprio figlio ma si sentivano umiliati e stressati per aver cresciuto un figlio disobbediente.


Il fenomeno si stava trasformando in un problema di controllo sociale.


Negli anni 2000 in risposta alle proteste pubbliche per l’eccessiva dipendenza da internet, il governo cinese ha lanciato un sistema che di blocco del gioco online dopo le 3 ore al giorno e ha vietato l’ingresso agli internet café ai minori di 18 anni. La prima revisione del 2006 della Legge sulla protezione dei minori ha incluso nuove regole che richiedono alla famiglia di monitorare il comportamento online dei minorenni. L’ossessione da internet viene paragonata per la prima volta a altri disturbi comportamentali considerati pericolosi per la salute fisica e mentale dei ragazzi, come “il fumo, l’uso eccessivo di alcol, il vagabondaggio, il gioco d’azzardo, l’abuso di droghe e la prostituzione”. Tuttavia, la legge è stata scarsamente applicata sia dai ragazzi che trovavano i modi di sfuggire ai blocchi di internet sia dai genitori che non riuscivano a impedire ai loro figli di frequentare gli internet café.


Nel 2008 Tao e collaboratori hanno proposto i primi criteri diagnostici cinesi per il disturbo da dipendenza da internet basati sulle osservazioni cliniche, che comprendevano “uso cronico e ripetitivo di internet non finalizzato al lavoro o allo studio, forte desiderio o impulso d’uso di internet, sintomi di ritiro, mancanza di controllo e restrizione di altri interessi e attività sociali”. Ai fini della diagnosi, tali sintomi devono persistere per oltre tre mesi oppure si riscontra un uso quotidiano superiore a 6 ore. In realtà, le famiglie tendono a richiedere un intervento solo quando i figli non frequentano la scuola o restano fuori casa a lungo. Sta di fatto che, attualmente, il Ministero della sanità cinese non ha ufficialmente riconosciuto il disturbo da dipendenza da internet.


Non essendoci un consenso di esperti sulla diagnosi, gli specialisti hanno sviluppato i loro propri interventi. C’è chi ha proposto interventi psicosociali e educativi e anche chi raccomanda l’ospedalizzazione nei propri centri specializzati per la dipendenza da internet, per avviare tempestivamente il trattamento farmacologico e la terapia comportamentale. Tra questi ultimi, il più famoso è lo psichiatra Tao Ran, direttore del Centro medico per le dipendenze dell’ospedale militare di Pechino e colonnello dell’esercito popolare di liberazione. Tao Ran ha fondato nel 2004 la prima comunità per la dipendenza da internet, applicando un programma di trattamenti residenziali che vanno dalla scuola, alla consulenza psicologica e medica, alle esercitazioni militari. I programmi di addestramento militare sono considerati come una valida opportunità per coltivare disciplina, forza, rispetto, integrità, dignità morale e spirito di gruppo. Proprio perché forniscono un’univoca soluzione per scuole, governi e aziende, questi centri sono diventati un affare commerciale. 

Nella base di Tao Ran, dove Rao ha condotto le sue osservazioni, il lavoro è suddiviso tra sei unità: l’unità di psicoterapeuti; l’unità di istruttori, formate prevalentemente da militari in pensione con ruolo di supervisione alle attività dei ragazzi e di conduzione del training comportamentale, e che assicurano che i ragazzi non scappino e non abbiano comportamenti violenti; la terza unità comprende clinici esperti che controllano la salute dei ragazzi e se necessario intraprendono terapie farmacologiche; la quarta unità è di assistenza infermieristica e si occupa dell’igiene e delle condizioni di vita quotidiana; la quinta unità è costituita dal gruppo di attività ricreative; la sesta e ultima unità è il gruppo dei genitori. Ai genitori viene chiesto di restare nella comunità per crescere assieme ai loro figli e osservare il processo di trattamento. 
La permanenza nella comunità viene raccomandata per almeno 6 mesi affinché si possano osservare dei benefici. 
Il modello di Tao Ran è stato applicato in modo più o meno ortodosso anche da altre istituzioni che combinano il training militare con la psicoterapia. Solo alcune istituzioni che seguono il suo modello richiedono la permanenza dei genitori, riducendo quindi i costi, e di solito i loro programmi con i ragazzi durano 2-3 mesi. 


Un caso che ha fatto scalpore, riportato anche su Science nel 2009, è stato quello dei maltrattamenti attuati al centro diretto da Yang Yongxin, che prevedeva anche l’elettroshock come dissuasore all’uso di internet. Scrive Rao che molti genitori hanno creduto al modello di Yang perché rendeva i propri figli ubbidienti, proprio come volevano loro. Ma data l’attenzione internazionale posta sulla violazione dei diritti umani insita nel modello, il Ministro della sanità cinese si vide costretto a vietare l’uso dell’elettroshock e delle punizioni fisiche nel trattamento dei disturbi comportamentali giovanili. Non era stato sufficiente, se ancora nel 2017 un ulteriore documento ministeriale ha dovuto specificare che “qualsiasi istituzione tratti il disturbo da dipendenza da internet deve ricevere l’approvazione dal governo e non deve usare violenza, incluse la punizione fisica, l’intimidazione e l’elettroshock”. 


Per Rao il trattamento del disturbo da dipendenza da internet in Cina persegue due obiettivi: ristabilire il controllo familiare reso ancora più difficile dalla diffusione degli smartphone e riportare il ragazzo ritenuto dipendente da internet a una condizione di normalità che gli fa riprendere la retta via della moralità e della conformità sociale. Questi obiettivi possono essere raggiunti in tempi brevi, con trattamenti disciplinari severi oppure in tempi più lunghi con il supporto psicologico e educativo al ragazzo e alla famiglia. 


La presa in carico della famiglia che è fondamentale in molti centri, in alcuni casi sta ridefinendo le relazioni tra genitori e figli e rinegoziando la conformità sociale. 


Continuare a osservare l’evoluzione che avrà in Cina l’approccio a quello che alcuni teorici più ortodossi hanno definito “oppio elettrico” permetterà di monitorare da un lato il rispetto dei diritti umani e dall’altro i cambiamenti sociali e culturali provocati dalle nuove tecnologie.