domenica 22 marzo 2020

Coronavirus: gli aspetti psicologici dell’epidemia e cosa fare



La situazione di emergenza dovuta alla pandemia di COVID-19 mette a dura prova la nostra salute psicologica. Le preoccupazioni e l’incertezza aumentano con l’aggiornamento quotidiano dei dati su contagio e letalità del virus e sul suo approssimarsi ai luoghi in cui viviamo. Tuttavia, aumenta solo in modo lento e forzato la consapevolezza dell’impatto devastante che una comunicazione non responsabile e carente sugli aspetti psicologici può avere sulla comunità.
Preoccupazioni e incertezza si sono accentuate dopo le ulteriori necessarie indicazioni del decreto del 9 marzo che ha cambiato drasticamente le nostre abitudini quotidiane, restringendo al minimo i nostri spostamenti e le nostre attività allo scopo di contenere l’epidemia. Stiamo vivendo un’emergenza mondiale che genera reazioni psicologiche sia individuali che collettive.
Tra le risposte collettive ci sono state, soprattutto nelle prime fasi della diffusione dell’epidemia e in corrispondenza delle regolamentazioni governative, reazioni di massa caratterizzate dall’allontanamento dalle zone più critiche (ricongiungendosi alle famiglie in altre regioni, raggiungendo la casa al mare o in montagna, andando in vacanza,…) e dall’assalto ai supermercati.
Sono entrambi comportamenti dettati dalla necessità di reagire a una situazione di crisi e con un’intensità a essa proporzionata. Più tali episodi sono riportati senza spiegazioni sui mezzi di comunicazione, più tendono a ripetersi. Per quanto riguarda la spesa, quello che viene veicolato è di solito un messaggio di scarsità di risorse (ad esempio, ‘non si trovano più le penne rigate’, ‘svuotati gli scaffali della carta igienica’) che induce ulteriori eccessi negli acquisti. «Non è panico questo, è una reazione che ha una sua razionalità, date le informazioni ricevute», ha spiegato Lorenzo Montali a Stefano Dalla Casa su Wired.
Solo con un’informazione responsabile è possibile affrontare le preoccupazioni e l’incertezza di tutta la comunità, evitando che si trasformino in comportamenti apparentemente incontrollati che, tuttavia, possono diventare rischiosi durante un'epidemia.
Nel suo blog, nel 2012, lo psicologo sociale John Drury suggeriva tre strategie di comunicazione:
  • Evitare l’espressione "non fatevi prendere dal panico".
  • La convinzione che ci sia "panico" rende logico agire in modo individualistico.
  • "'Il panico della spesa' non è panico".
Per Drury, "spesso sono i mass media, più che i politici, a ricorrere al cliché del 'panico' per descrivere le code dei consumatori e l'accumulo di scorte" e aggiungeva che "quando le persone pensano a se stesse come identità sociale (ad es, 'sono membro della mia comunità') sono più collaborative, meno pronte a fare code e più disposte a condividere con estranei le merci in diminuzione".
In una recente revisione degli studi sulla psicologia delle masse e comportamento collettivo, Drury riporta che "la cooperazione che si verifica in molte emergenze e catastrofi è spiegabile in termini di processi di identità sociale, che riflettono le relazioni preesistenti oppure il nuovo senso di appartenenza derivante dall'esperienza comune". I professionisti della gestione delle emergenze devono essere, quindi, "consapevoli dell'uso della comunicazione per costruire un'identità condivisa e della necessità di aiutare la comunità a collaborare, fornendo ad essa continuo supporto".
Anche la riluttanza con cui abbiamo aderito alla quarantena nazionale ha risentito delle modalità di comunicazione. Come ha spiegato lo psicologo sociale Armando Toscano a Linkiesta, psicologicamente la situazione non è facile” e “le fasi della metabolizzazione di una novità come l’epidemia, che comporta una 'sospensione della normalità' sono diverse”.
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