lunedì 3 agosto 2020

La pandemia e l’importanza della memoria collettiva di un disastro



La memoria collettiva di un disastro può portare a predisporre tutte le misure necessarie affinché non si ripeta con le stesse conseguenze ma non è detto che le cose vadano così.

Alfred W. Crosby, nel libro America’s Forgotten Pandemic (del 1976 e ripubblicato nell’anno della SARS, il 2003) sull’infezione da virus H1N1, la cosiddetta “influenza spagnola”, del 1918 che causò oltre 50 milioni di morti in tutto il mondo, scrive che

"Studiare gli archivi del popolo americano per il 1918 e il 1919 è come stare su un'alta collina e guardare una flotta di tante navi che navigano in una corrente di una potenza tremenda a cui i marinai prestano poca attenzione. Afferrano saldamente i loro timoni, scrutano le loro bussole e si attengono fedelmente alle rotte che, dal loro punto di vista, sembrano essere diritte, ma noi possiamo vedere che l’oscura corrente li sta trascinando lontano. L'immenso flutto inonda molte delle navi e i loro marinai affogano, ma gli altri quasi non se ne accorgono. Gli altri sono intenti a mantenere le proprie risolute rotte."

Ciascuno in quelle navi può vederci i paesi o gli ospedali dei paesi che si sono trovati ad affrontare la pandemia della COVID-19 di questi mesi. Crosby si riferiva al mistero e paradosso rappresentati dalla scarsa attenzione prestata alla pandemia all’epoca e dalla sua successiva rapida dimenticanza. Non se ne ritrovano tracce nei racconti biografici dei medici e neppure nelle opere dei grandi scrittori che crearono in quegli anni i capolavori della letteratura americana. Ci furono due uniche eccezioni, scrive Crosby: Thomas Wolfe e Katherine Ann Porter. Porter si era ammalata a causa del virus e scrisse “Bianco cavallo, bianco cavaliere” che, secondo Crosby, non ottenne le stesse attenzioni di un romanzo di Hemingway e Fitzgerald non solo perché non era il prodotto di un intelletto maschile e quindi ritenuto di minore importanza ma perché si trattava della storia di un’esperienza traumatica, “causata da qualcosa a cui la maggior parte delle persone non riconosce grande importanza: la pandemia di influenza spagnola del 1918”. Ma all’epoca c’era la I Guerra Mondiale che catturava tutta l’attenzione. La guerra contribuì a sua volta alla diffusione del virus durante gli spostamenti delle truppe di soldati. La pandemia durò dal 1918 al 1920, il virus infettò circa 500 milioni di persone in tutto il mondo ma non lasciò menomazioni né cicatrici sugli ammalati, né ricordi collettivi. Anche all’epoca le istituzioni sanitarie e governative sottostimarono la gravità dell'infezione, che ebbe una minore copertura sulla stampa statunitense. Diffondendo la paura, si temeva di incoraggiare il nemico in guerra e di sconvolgere l'ordine pubblico. Quando si raggiunse il picco, tuttavia, furono istituite quarantene in molte città e in alcuni stati furono limitati i servizi essenziali.


La sottovalutazione e la successiva dimenticanza è stata anche attribuita al fatto che fino all’inizio del secolo scorso le popolazioni fossero abituate alle epidemie. Questo possiamo dire è ormai anche il nostro caso, se consideriamo tutte le epidemie che si sono succedute dagli ultimi decenni del ventesimo secolo.

È accertato che la pandemia del 1918 vide il fervore di medici e scienziati ma non innescò grandi cambiamenti nelle strutture sanitarie, scolastiche, universitarie e governative. Il suo impatto permanente, scrive ancora Crosby, non fu sulla collettività ma “negli atomi della società – gli individui”.

Le epidemie virali continuano e continueranno a far parte della vita umana ed è sorprendente come non si apprenda a sufficienza da quelle precedenti, soprattutto nelle prime azioni per circoscrivere il contagio. Avremo imparato abbastanza da una grande epidemia come quella della COVID-19? E, soprattutto, ce ne ricorderemo?

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- 3 agosto: Silvia Bencivelli ne ha parlato, leggendo alcuni estratti, a Pagina3 su Radio3, che si può riascoltare qui Memorie e maiali