domenica 14 giugno 2026

Una firma neurale dell'intelligenza o contano le disuguaglianze socio-economiche?

 


L’idea che dalle neuroimmagini possa essere determinata l’intelligenza di una persona (in termini di QI, quoziente intellettivo) questa settimana ha subito un notevole scossone.

Un articolo appena pubblicato su Science (Marek, Donohue,…, Dosenbach, giugno 2026) suggerisce che quella che nelle neuroscienze cognitive è stata finora scambiata per una firma neurale dell'intelligenza era, molto più probabilmente, la firma neurale della disuguaglianza socioeconomica.

I ricercatori della Washington University di St. Louis hanno analizzato le scansioni cerebrali di quasi 12.000 bambini tra i 9 e i 10 anni dell'ABCD Study, uno dei dataset di neuroimmagini pediatriche più grandi al mondo, e hanno messo in relazione connettività funzionale e spessore corticale con 649 variabili (cognitive, psicopatologiche, socioeconomiche, comportamentali, ambientali) simultaneamente.

Si tratta di uno studio del tipo dei Brain-Wide Association Studies (BWAS) che misurano sistematicamente migliaia di parametri cerebrali e cercano associazioni statistiche con variabili di interesse (QI, psicopatologia, comportamento, tratti di personalità, ecc.). Le misure cerebrali più usate nei BWAS sono due: l'attività spontanea sincrona di aree considerate funzionalmente connesse misurata con la risonanza magnetica funzionale e lo spessore della corteccia corticale in diverse regioni misurata con la risonanza magnetica strutturale.





Nello studio di Marek e collaboratori, il contesto socioeconomico del quartiere in cui un bambino o una bambina vive (indice composito che cattura opportunità educative, reddito, servizi) spiega fino al 16% della varianza nella connettività funzionale cerebrale, un dato molto alto rispetto a quelli ottenuti in questo tipo di studi. Tra le prime 40 variabili per forza di associazione, 37 sono socioeconomiche e le restanti tre riguardano il sonno e il tempo di esposizione agli schermi mentre il QI è al 59° posto.

Inoltre, le associazioni tra cervello e contesto socioeconomico (SES) si concentrano nelle cortecce sensoriali primarie e motorie e non nelle reti frontali e parietali che per le neuroscienze cognitive costituiscono i substrati di funzioni superiori come il ragionamento, la memoria di lavoro e il controllo esecutivo. Fin qui, potrebbe sembrare ovvio: il SES è una variabile ambientale, ci si può aspettare che agisca su circuiti cerebrali legati all'esperienza percettiva e motoria. Il risultato imprevisto è che la mappa del QI sia quasi identica a quella del SES: anche l'intelligenza ha una firma sensorimotoria nel cervello e non una firma frontale e parietale.

Questo potrebbe essere il risultato di un cervello in evoluzione e quindi misurare una fase nella dinamica dello sviluppo cerebrale in un determinato contesto. Tuttavia, il richiamo alla cautela nell’interpretare i dati di correlazione tra misure cognitive/psicopatologiche e parametri cerebrali è molto forte: le variabili confondenti possono distorcere radicalmente le conclusioni.

Le mappe cerebrali del sonno e del tempo di esposizione agli schermi raccontano la stessa storia e aggiungono un dettaglio importante sul meccanismo. Il tempo sugli schermi, nella popolazione ABCD, correla inversamente con il SES: i bambini che vivono in contesti socioeconomici più svantaggiati stanno più a lungo sugli schermi, dormono peggio, sono esposti a maggiore stress fisiologico cronico. Il pattern cerebrale osservato potrebbe essere la traccia biologica di una costellazione di fattori e esperienze sfavorevoli, non l'effetto specifico e autonomo degli schermi.

Gli autori lo dicono esplicitamente non è il SES - il contesto socioeconomico - ad agire direttamente sul cervello, trattandosi di una variabile sociale: lo fa attraverso mediatori biologicamente plausibili. I tre candidati emersi in questo studio sono il sonno, il tempo di esposizione agli schermi e lo stress fisiologico cronico. Le cortecce sensoriali e motorie sono note per la loro sensibilità a questi fattori, essendo i circuiti più plastici e più reattivi all'ambiente, e sono esattamente quelli che il SES modifica di più.

Le implicazioni non sono solo metodologiche su questo tema specifico. Il dibattito pubblico sul tempo di esposizione agli schermi e le politiche proibizioniste che ne derivano - dai divieti dei telefoni a scuola ai divieti nazionali di accesso ai social media per i minori – considerano gli schermi come un agente patogeno autonomo e indipendente.

A partire da questo studio abbiamo ulteriori dati che ci informano che il tempo di esposizione agli schermi (screen time) è in parte un mediatore attraverso cui la disuguaglianza socioeconomica si incorpora nel cervello in fase di sviluppo. Pertanto, intervenire con una misura drastica di restrizione significa agire sull'epifenomeno. Le politiche proibzioniste rischiano di essere insufficienti e potenzialmente inique: delegano la responsabilità dell'intervento alle famiglie che non hanno le risorse strutturali per compensare ciò che lo schermo in parte sostituisce e cioè stimolazione, connessione sociale, attività del tempo libero.

Tornando a Marek e collaboratori, il loro studio non dimostra relazioni di causa effetto, e essi stessi riconoscono che resta aperta la questione se le differenze rilevate riflettano stati fisiologici transitori o effetti più duraturi sullo sviluppo. Rimane comunque monito metodologico difficile da ignorare per chiunque legga una scansione cerebrale come se fosse una radiografia del potenziale individuale: quando si studia il cervello dei bambini e delle bambine senza tenere conto del contesto in cui vivono, si rischia di scambiare le disuguaglianze per destino biologico.

Infine nell’articolo pubblicato, gli autori citano quello che scrisse Charles Darwin nel 1839:


"se la miseria dei poveri non è causata dalle leggi della natura ma dalle nostre istituzioni, grande è il nostro peccato".

 

Tengo a precisare che lo studio riguarda la variabilità dell'intelligenza nella popolazione generale non i suoi fondamenti biologici. L'intelligenza ha una componente genetica documentata e le differenze genetiche individuali influenzano realmente la maturazione del sistema nervoso centrale e le varianti fenotipiche. Quello che Marek e colleghi mettono in discussione non è questo ma il fatto che le associazioni osservate nei BWAS tra cervello e QI - a livello di popolazione, entro il range medio di variabilità - siano state interpretate come firme neurali dell'intelligenza individuale, quando sembrano riflettere in larga parte il contesto socioeconomico.


Marek S, Donohue MR, Karcher N, Hoyniak C, Chauvin RJ, Meyer AC, Miller J, Van AN, Wang A, Baden NJ, Suljic V, Scheidter KM, Monk J, Whiting FI, Ramirez-Perez NJ, Krimmel SR, Metoki A, Paul SE, Gorelik AJ, Hendrickson TJ, Malone SM, Schwarzlose RF, Cardenas-Iniguez C, Herting M, Petersen SE, Luby J, Randolph AC, Shanahan M, Turkheimer E, Kay BP, Gordon EM, Laumann TO, Barch DM, Fair DA, Tervo-Clemmens B, Dosenbach NUF. Patterns of brain-wide associations reflect socioeconomics. bioRxiv [Preprint]. 2025 Dec 13:2025.12.10.693206. doi: 10.64898/2025.12.10.693206