Viviamo in un'epoca in cui una parte significativa della nostra vita sociale, politica e informativa si svolge online e continuerà a essere così. Non è una scelta reversibile, almeno non in una società democratica, perché l'unica alternativa documentata è l'interruzione autoritaria della rete.
Per chi è nato nel secolo scorso, l'adattamento a questo ambiente è stato spesso improvvisato, senza strumenti sufficienti a riconoscere i rischi, né a orientarsi nelle norme implicite che regolano la convivenza digitale. Ma il problema non è generazionale: è strutturale.
La domanda che dovremmo porci non è quando (e per quanto) uscire da internet o nello specifico dai social media, né chi far uscire per protezione. La domanda che non teme il futuro è: come preparare le persone di ogni età a vivere in una società che si informa, si confronta, si organizza e talvolta si polarizza e viene manipolata anche online.
Queste due domande rappresentano tuttavia due visioni della realtà attuale e due diversi approcci alla questione. Ho messo a confronto il caso australiano più noto e imitato e il caso estone meno citato ma più sistemico.
L'approccio australiano è riassumibile in: se qualcosa è pericoloso, limitiamone l'accesso.
L'approccio estone è riassumibile in: il mondo digitale non sparirà, quindi insegniamo ai giovani a navigarlo.
Del divieto australiano introdotto il 10 dicembre 2025 ho scritto su Valigia Blu il 18 gennaio e il 4 aprile evidenziandone l’inefficacia e le problematiche che erano state segnalate prima della sua approvazione. Ho anche riassunto in un precedente post su questo blog le otto proposte di legge italiane per vietare l'accesso ai social media in base all'età.
Per quanto riguarda l’Estonia, agli inizi di maggio il Foresight Centre, un istituto indipendente, ha pubblicato un rapporto sui rischi legati ai social media e ai minori. La ricercatrice Eneli Kindsiko, che ne è autrice e che cura anche il Rapporto sullo Sviluppo Umano dell'Estonia 2026 dedicato al futuro dell'istruzione, definisce i limiti di età un cerotto poco efficace: "Imporre restrizioni per età sembra una soluzione semplice, ma nella realtà i giovani trovano sempre il modo di aggirarle. I ricercatori raccomandano di concentrarsi sulla regolazione della logica di design delle piattaforme e sull'educazione e l'empowerment di bambini e giovani".
Se una misura è facilmente aggirabile, il suo valore reale potrebbe essere molto inferiore a quello percepito. La critica non riguarda l'intenzione di proteggere i giovani dai pericoli ma lo strumento: un controllo tecnico applicato a un problema sociale e di salute.
I dati del rapporto restituiscono un quadro tutt'altro che rassicurante: quasi il 60% dei giovani estoni tra 9 e 16 anni ha incontrato contenuti disturbanti online nell'ultimo anno; più di un terzo ha visto contenuti che promuovono l'estrema magrezza o sfide pericolose; il 17% ha subito cyberbullismo. Un dato particolarmente importante è che un giovane su cinque ha ricevuto messaggi a contenuto sessuale esplicito, percentuale che sale al 43% tra i 15-16enni. Eppure solo una frazione minima di questi episodi viene segnalata alla polizia: il 4% delle minacce, il 5% dei casi di condivisione di immagini intime, il 3% dei messaggi d'odio. Questo vuol dire che i meccanismi di tutela esistenti non funzionano ma i divieti di accesso non cambiano la situazione anzi potrebbero peggiorarla nel momento in cui ragazze e ragazzi saranno ancora più spinti a non rivelare le molestie ricevute online avendo aggirato il divieto.
L'Estonia confina con la Russia e considera la guerra informativa una questione di sicurezza nazionale. Per questo l’alfabetizzazione ai media o media literacy non viene vista solo come educazione scolastica ma come infrastruttura democratica. I dati estoni mostrano che il 28% dei ragazzi e il 20% delle ragazze condivide consapevolmente disinformazione: il problema non è solo l'esposizione ai contenuti, ma la capacità di riconoscerli e poi di gestirli.
Questa impostazione è presente nel Rapporto nazionale sulla Media Literacy 2022-2025, che l'Estonia ha presentato alla Commissione europea. Redatto dall'Università di Tartu per il Ministero dell'Istruzione, il rapporto descrive un approccio che, coinvolgendo istituzioni pubbliche, scuole, università, organizzazioni civiche, biblioteche e settore privato, ha costruito un'ampia rete educativa e formativa. I temi affrontati nelle scuole spaziano dalla privacy e dall'impronta digitale agli algoritmi e ai social media, dal cyberbullismo alla disinformazione, fino all'intelligenza artificiale.
Il rapporto segnala anche che, quando sono implementate autonomamente dalle piattaforme, le misure di alfabetizzazione ai media restano largamente insufficienti, con contenuti generici, scarsa accessibilità linguistica in estone e russo, e assenza di metriche trasparenti per valutarne l'efficacia. La cooperazione tra aziende tecnologiche e autorità nazionali esiste, ma rimane episodica e basata su progetti isolati. Anche da questo lato, dunque, la posizione estone è chiara: non ci si può affidare alle piattaforme, bisogna investire dall'interno.
L'obiettivo estone non è allontanare ragazzi e ragazze dai social con divieti di massa ma sviluppare le competenze per riconoscere le manipolazioni, distinguere le fonti affidabili, capire come funzionano gli algoritmi, proteggere privacy e dati. In questo modo non solo i giovani, ma l'intera popolazione diventa più resistente alle campagne di propaganda e alla manipolazione informativa.
Questa linea è stata espressa con chiarezza anche da Kristina Kallas, ministra dell'educazione, secondo la quale la discussione politica dovrebbe spostarsi dalle restrizioni sugli utenti alla regolazione delle piattaforme e all'educazione digitale. La ministra si è dichiarata contraria anche a forme molto invasive di monitoraggio delle comunicazioni private, sostenendo che la tutela dei minori non dovrebbe automaticamente giustificare una sorveglianza generalizzata.
Ho cercato di schematizzare nella tabella sottostante le differenze tra il “modello australiano” e il “modello estone” per dare una prospettiva diversa a un dibattito pubblico monotono e fermo mentre i social media cambiano radicalmente. Non esiste infatti un'unica opzione per affrontare problemi come l'inquinamento informativo, le molestie online, le truffe e altre dinamiche che si sono amplificate con la crescente monetizzazione delle piattaforme.
Il confronto tra questi due approcci mostra che c’è più di una scelta possibile in base alla diversa visione del rapporto tra giovani, tecnologia e cittadinanza. Proprio per questo è necessario discutere soluzioni che non siano esclusivamente tecniche né riducibili a risposte semplicistiche ma che tengano conto della complessità dei problemi, delle scelte democratiche che una società decide di compiere e del rapporto di potere tra governi e aziende tecnologiche.
Ecco allora il confronto tra i due “modelli” rispetto a una serie di parametri cruciali: definizione del problema, soluzione centrale, strumento principale, visione dei minori, posizione su divieti e verifica dell'età, critica al modello opposto, focus regolatorio, rapporto con le piattaforme, rischio principale (secondo i critici), obiettivo culturale, indicatore di successo, modello di finanziamento: