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lunedì 30 maggio 2022

C'è consenso sulle terapie psicologiche per ansia e depressione

 

Lo scorso febbraio è stato reso pubblico dall’Istituto Superiore di Sanità, che ne ha patrocinato i lavori, il documento della Conferenza di consenso sulle terapie psicologiche per ansia e depressione, redatto dall’Università degli studi di Padova.

 

Documento finale della Conferenza di consenso

  

Si tratta del risultato di un complesso lavoro di stesura e revisione che ha richiesto più di due anni e che ha coinvolto un comitato promotore, coordinato dal Prof. Ezio Sanavio, un comitato tecnico-scientifico, quattro gruppi di esperti su tematiche specifiche e una giuria (l’elenco completo è alle pagine 46-48, Allegato 2).

Il documento, sistematizzando le conoscenze sulle psicoterapie dei disturbi d’ansia e depressivi, costituisce un’importante e attesa risorsa di riferimento per guidare le scelte terapeutiche, per orientare la formazione specialistica (psicologica e medica, inclusa quella dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta), per promuovere l’equità di accesso alle terapie, per sensibilizzare la comunità sui disturbi mentali e sulle cure più efficaci. 

 

Una sintesi delle conclusioni si articola nei seguenti punti:

1) solo alcune terapie psicologiche sono da considerare di prima scelta;

2) tali terapie psicologiche hanno dimostrato un’efficacia superiore ai farmaci;

3) nel sistema sanitario nazionale l’accesso a tali terapie è limitato a situazioni specifiche, escludendo gran parte delle persone che ne hanno diritto.

Come si legge nel documento, “i disturbi mentali rappresentano la seconda causa del carico di sofferenza e disabilità legato a tutte le malattie e rendono conto del 14% di tutti gli anni vissuti con disabilità (Years Lived with Disability, YLD), con una prevalenza nel mondo di oltre il 10%. […] Tale carico è aumentato del 37% dal 1990 al 2010 e, secondo recenti proiezioni, entro il 2030 il disturbo depressivo maggiore potrebbe diventare la prima causa di disabilità e sofferenza di tutte le malattie. In Italia, le persone affette da disturbi mentali comuni ricorrono raramente, e meno che in altri Paesi europei, ai servizi sanitari e tra esse il minor ricorso si registra nella fascia d’età 18-24 anni. Questo nonostante sia stato stimato che oltre il 7% della popolazione generale tra i 18 e i 64 anni ha sofferto di almeno un disturbo mentale comune nell’ultimo anno e quasi il 19% di almeno uno nella vita”.

 

Per chiarire i termini utilizzati, nel documento è specificato che “Disturbi Mentali Comuni” (DCM) o “Disturbi Emotivi Comuni” (DEC) rappresentano espressioni tecniche con cui sono indicati i disturbi di ansia e depressione per evidenziarne l’alta prevalenza nella popolazione. Inoltre, con “Terapie psicologiche” si intendono gli interventi di consulenza, supporto psicologico, psicoterapia che incrementando la consapevolezza e modificando processi cognitivi, emotivi e relazionali risolvono o riducono i sintomi e il disagio associati a disturbi d’ansia e depressivi.

In Italia la prevalenza dei disturbi d’ansia è del 5% e del 6% per i disturbi depressivi. Si tratta di Disturbi Mentali Comuni che si manifestano con diverse complessità e diversi livelli di gravità.

L’anamnesi e la valutazione consentono di delineare le caratteristiche cliniche e di individuare la terapia appropriata seguendo il modello stepped care che parte da interventi a bassa intensità (ad es. un numero limitato di colloqui mirati allo sviluppo di strategie di gestione da effettuarsi nei servizi di cure primarie), prosegue, in caso di non remissione dei sintomi, con una psicoterapia che in alcuni casi può essere combinata con un trattamento farmacologico attraverso la collaborazione tra specialisti/e, fino ad arrivare a un ricovero in un centro o dipartimento specialistico per il tempo strettamente necessario al ritorno a un intervento meno invasivo assicurato dal coordinamento di una rete multidisciplinare.

Nel documento viene ribadita la cautela per le prescrizioni di antidepressivi, il cui uso in Italia negli ultimi quindici anni è raddoppiato così da diventare esso stesso “ormai un serio problema di salute pubblica”.

L’accesso alle terapie per i DMC è di fatto la questione più urgente a tutti i livelli, da bassa ad alta intensità, se si considera che i servizi specialistici di salute mentale sul territorio nazionale garantiscono la psicoterapia solo nell’8% dei casi che ne avrebbero diritto.

Le conseguenze di un tale divario sono osservabili non soltanto nelle difficoltà di vita dell’individuo e della sua famiglia ma anche in termini di costi sociali ed economici. Come riportato nel documento, “i costi diretti e indiretti di ansia e depressione sono elevati sia riferiti alla singola persona che ne soffre sia, considerata l’alta prevalenza, riferiti alla collettività”. La diagnosi precoce e l’attivazione precoce della terapia psicologica appropriata possono ridurre le ospedalizzazioni e le spese mediche, i costi diretti non sanitari e i costi indiretti dovuti, in gran parte, al calo di produttività.

 

Tuttavia, allo stato attuale il numero totale di psicologi e psicologhe che operano nel Servizio Sanitario Nazionale, potrebbe garantire la psicoterapia per l’ansia e la depressione solo al 20% del fabbisogno stimato nei Servizi.

Neppure è stata trascurato dalla Conferenza di consenso il problema della qualificazione di psicologi e psicologhe, dato che “solo una minoranza pratica abitualmente, per propria formazione, trattamenti con una qualche documentazione, magari bassa, di efficacia”.

L’aggiornamento professionale sulle tecniche di provata efficacia per la terapia psicologica dei DMC, più che sui dogmi autoreferenziali, dovrebbe essere l’obiettivo di una formazione continua orientata alle linee guida internazionali e non a qualche libro o webinar su tesi speculative.


Nell’Allegato 4 del documento viene presentato un dettagliato “Report sulle linee guida per il trattamento dei disturbi dello spettro ansioso e depressivo” che, oltre a definire e inquadrare i disturbi d’ansia e depressivi ne delinea le terapie psicologiche più efficaci ai diversi livelli di presa in carico.

Infine, nell’Allegato 6 sono elencate le necessità formative per selezionare e attuare i principali interventi in psicologia clinica. Ad un primo livello corrisponderebbero le conoscenze di base sui disturbi e a un secondo livello le conoscenze approfondite per l’inquadramento clinico e la scelta tra le principali terapie. Tra queste ultime sono indicati, nell’ottica stepped care, gli interventi supportivo e psicoeducativo, gli interventi psicosociali a bassa intensità come la terapia cognitivo-comportamentale individuale o di gruppo, la psicoterapia ad alta intensità cognitivo-comportamentale o interpersonale.

Il gruppo di lavoro propone anche l’attivazione di un portale sui DMC che rappresenti una risorsa online istituzionale per chi richiede aiuto in un momento di crisi, per chi cerca informazioni e indicazioni, per professionisti/e della salute, per professionisti/e della comunicazione, per la comunità e per i rappresentanti politici affinché siano avveduti nelle decisioni sulla salute pubblica.

C’è solo da augurarsi che una tale risorsa possa essere realizzata in tempi brevi e che nel frattempo questo documento abbia la massima diffusione.

 

 

domenica 28 ottobre 2018

Neuropsicologi senza titoli: che passione!



Nell'ultimo numero della rivista The Neuropsychologist della Società Britannica di Psicologia, un articolo di Katherine Carpenter e Gus Baker richiama l'attenzione sull'anomalia di questi ignorati professionisti che sono i neuropsicologi.

Nella Società britannica esiste da 20 anni una Divisione di Neuropsicologia ed è stato creato un Registro specialistico di Neuropsicologi Clinici al quale ci si iscrive su base volontaria, dopo che la Divisione e altri due gruppi di lavoro di Neuropsicologia Clinica abbiano verificato i titoli, le competenze e le esperienze nel settore del richiedente.


Le competenze neuropsicologiche consistono nell'integrare le basi della neuroanatomia, della neurofisiologia e dello sviluppo del cervello con le conoscenze e l'esperienza di diverse e spesso rare condizioni neurologiche; richiedono abilità cliniche di base per stabilire una relazione terapeutica empatica e la capacità di sviluppare complesse formulazioni comportamentali; la capacità di estrarre informazioni standardizzate e affidabili sugli aspetti cognitivi, comportamentali e emotivi con una sofisticata padronanza della significatività clinica rispetto a quella statistica nell'interpretazione dei dati psicometrici. E molto altro.


Difatti poi all'interno di quest'area specialistica si possono rintracciare diversi percorsi con ulteriori e peculiari competenze tecniche, ad esempio la neuropsicologia dell'età evolutiva, la neuropsicologia dell'anziano, la riabilitazione neuropsicologica.



Il neuropsicologo è quel professionista che attraverso una serie di test standardizzati, stimolazioni, domande e osservazioni codificate è in grado: - di stabilire gli effetti cognitivi e comportamentali di una patologia o condizione che colpisce il cervello di una persona; - di ipotizzare, in base all'interpretazione quantitativa e qualitativa dei risultati, il disfunzionamento di uno o più sistemi neuroanatomici, fornendo indicazioni agli altri specialisti; - di dare indicazioni riabilitative, educative e assistenziali, provvedendo anche ai controlli longitudinali di efficacia.


Per Carpenter e Baker, la professione di neuropsicologo necessita di un suo titolo per i seguenti motivi:


  • Circoscrivere le pratiche incompetenti e dannose e tutelare così la comunità
  • Dare identità e coesione a una professione relativamente piccola ed embrionale
  • Fornire la garanzia di qualità ai professionisti sanitari con i quali il neuropsicologo collabora, ai datori di lavoro del Sistema Sanitario Nazionale, agli enti, alle organizzazioni del terzo settore e alle associazioni di pazienti, ai parlamentari e a tutti i cittadini
  • Incoraggiare l'accesso e la formazione per quella che ora è un'area distinta e specialistica della professione psicologica
  • Raggiungere la parità con altri ambiti della professione.
  • Incoraggiare un'appropriata raccolta di dati sulla forza lavoro



I neuropsicologi si occupano dei processi fondamentali di valutazione, di trattamento e di gestione per le persone che soffrono di lesioni o condizioni neurologiche acute, croniche e degenerative come epilessia, ictus, trauma cranico, demenze, sclerosi multipla.




Gli autori ricordano che questo gruppo di pazienti sta aumentando rapidamente e non ci sono abbastanza professionisti per soddisfare i loro bisogni.

Ci sono circa 12,5 milioni di pazienti con condizioni neurologiche solo in Inghilterra, con un dispendio di £ 4,4 miliardi nel 2012/13 (un aumento del 200% dal 2003) .


È necessaria una maggiore disponibilità di percorsi formativi in neuropsicologia per aumentare il numero di neuropsicologi qualificati che possano lavorare nei diversi settori.
Il riconoscimento del loro ruolo sarà un incentivo per i giovani laureati che vogliano intraprendere la professione clinica.


La neuroscienza si è sviluppata in modo esponenziale negli ultimi 20 anni, con progressi nelle neuroimmagini strutturali e funzionali, nella ricerca istopatologica e genomica e negli interventi potenzialmente curativi e palliativi.

La neuropsicologia non può più essere vista come una competenza facoltativa della psicologia; altri psicologi spesso non sono nella posizione migliore per valutare o trattare le persone con queste condizioni.

Quali sono le implicazioni di un ruolo non riconosciuto per il neuropsicologo?

Non è sufficiente che la comunità sia tutelata dallo stesso regolamento valido per tutti i professionisti psicologi.

In neuropsicologia clinica, pratiche incompetenti possono avere conseguenze gravi e irreversibili, non previste dal regolamento attuale, che non ammette ricorsi.

Alcuni esempi recenti includono: rimozione errata di parte del lobo temporale destro del cervello in un paziente; grave rischio di violenza a sé e al coniuge derivanti dalla diagnosi tardiva di una malattia neurodegenerativa; deterioramento della condizione clinica in una persona con lesioni cerebrali traumatiche derivanti derivante dalla gestione inappropriata da parte di uno psicologo professionista non specialista; la possibilità che uno psicologo rimosso da altre sezioni del registro delle professioni sanitarie (HCPC) possa continuare l'attività sotto la denominazione "neuropsicologo".


Un altro esempio è quello di non identificare un'afasia acquisita in un bambino sottoposto a intervento neurochirurgico per la rimozione di una malformazione cerebrale, con la conseguente mancata prescrizione dell'intervento riabilitativo necessario e il danno permanente alla comunicazione verbale.

I test neuropsicologici del funzionamento cognitivo - ragionamento verbale e spaziale, velocità di elaborazione delle informazioni, attenzione, linguaggio, memoria e funzioni superiori, le cosiddette funzioni esecutive - sono complessi e richiedono una padronanza delle statistiche parametriche rispetto a quelle non parametriche assieme alle competenze per l'interpretazione e la complessa analisi comportamentale.


Carpenter e Baker sottolineano che è molto difficile per i referenti, i medici legali, i pazienti e le loro famiglie, individuare errori grossolani, incompetenza o pratiche scorrette nell'attività clinica e quindi le diagnosi sbagliate e la gestione inappropriata continueranno a presentarsi.


Senza un riconoscimento del ruolo non si potrà neppure avere alcun dato affidabile su quanti pratichino la neuropsicologia clinica, in quali contesti – pubblico o privato -, a quali condizioni e con quali tutele.


In Italia, esistono dei Gruppi di Lavoro per la Neuropsicologia in alcune sedi regionali dell'Ordine degli Psicologi.
Esistono le lauree magistrali in neuropsicologia ed esistono alcune scuole di specializzazione – universitarie e private (alcune con costi superiori ai 5.000 euro l'anno)– in neuropsicologia o affini.
C'è una notevole richiesta di neuropsicologi negli ospedali, nei centri riabilitativi e nei servizi territoriali.
Tuttavia, il ruolo non è riconosciuto come professione sanitaria e quindi ci sono tanti neuropsicologi che lavorano nel Sistema Sanitario Nazionale, come volontari, borsisti, liberi professionisti e solo qualcuno come dirigente strutturato ma in psicologia clinica o psicoterapia.


La delibera n.385/13 del 07/11/2013 Linee guida per la definizione dello Psicologo Neuropsicologo dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia è l'unico atto a livello nazionale che stabilisca i requisiti per “promuoversi con la qualifica di Neuropsicologo in coerenza deontologica e secondo un’identificazione pubblica precisa e definita”.

Secondo quanto riportato nella delibera:

Preso atto 
- che nessuna norma vigente riserva le attività tipiche dello Psicologo Neuropsicologo ad uno psicologo con uno specifico e particolare percorso formativo o d' esperienza post laurea; 
- nessuna norma di legge riserva agli specialisti formati nelle Scuole di Specializzazione Universitaria lo svolgimento di queste attività né si può sostenere che la neuropsicologia debba essere riservata a quanti sono iscritti nell'elenco degli psicoterapeuti. 
- considerato che l’art. 5 del Codice Deontologico recita che “Lo psicologo è tenuto a mantenere un livello adeguato di preparazione professionale e ad aggiornarsi nella propria disciplina specificatamente nel settore in cui opera. Riconosce i limiti della propria competenza ed usa, pertanto, solo strumenti teorico-pratici per i quali ha acquisito adeguata competenza e, ove necessario, formale autorizzazione. Lo psicologo impiega metodologie delle quali è in grado di indicare le fonti ed i riferimenti scientifici, e non suscita, nelle attese del cliente e/o utente, aspettative infondate"; 
DICHIARA 
- le attività di valutazione e riabilitazione neuropsicologica sono prestazioni effettuabili da parte di tutti gli iscritti all’Albo A; 
- possono definirsi “Psicologi Neuropsicologi” tutti coloro i quali ritengono di avere una competenza/esperienza (equivalenti a quanto previsto dal percorso della Scuola di Specializzazione in Neuropsicologia) che consta in:

a) Iscrizione all’Albo A dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia;

e
b) Titolo di Specialista in Neuropsicologia (D.M. 332/1999; D.M. 24/07/2006 MIUR)
oppure, in alternativa al punto b), a parere dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia
- attività professionale in neuropsicologia, per un totale di ore equipollenti a quanto previsto dall'offerta formativa delle relative Scuole di Specializzazione (ad oggi 5.000 ore), auto-certificata e documentabile, svolta presso aziende ospedaliere, strutture private accreditate o in studi privati. Il 30% massimo di tale attività può essere costituita, in alternativa, da attività formativa in ambito neuropsicologico autocertificata e documentabile.
N.B.: sono escluse le attività di tirocinio pre-laurea e/o propedeutiche all’esame di Stato.


Secondo quanto indicato dall'Ordine degli Psicologi del Veneto:
Vi è crescente richiesta di consulenza specialistica neuropsicologica, sia nel campo sanitario (sia in ambito geriatrico che neurologico [e pediatrico, aggiungo]) che in ambito legale (perizie per i tribunali, certificazioni per l'invalidità civile, per l'inserimento lavorativo protetto e per l'idoneità alla guida, etc...). Tuttavia le attuali Scuole di specializzazione in Neuropsicologia attivate in Italia non sono sufficienti a formare un numero adeguato di professionisti per rispondere a tale domanda.

Esistono tuttavia numerosi professionisti con approfondita formazione sia teorica che clinica in tale settore, ma non esiste un riconoscimento formale a livello istituzionale.


La Società Italiana di NeuroPsicologia – S.I.N.P. - che raccoglie soprattutto i neuropsicologi universitari per “promuovere ed incoraggiare gli studi e le ricerche nel campo della neuropsicologia clinica e sperimentale” ha adottato un sistema di qualificazione dei propri soci che esercitino attività clinica: una “certificazione relativa allo standard di qualità del neuropsicologo clinico” assegnata a ciascun membro richiedente in base al proprio curriculum.

Tale certificazione non avendo una validità per il Sistema Sanitario Nazionale e non essendo un requisito ufficiale per poter esercitare la professione di neuropsicologo clinico, avrà una limitata ricaduta sul riconoscimento della professione ma senz'altro può contribuire ad avviare il processo.


Pertanto, abbiamo dei tentativi sporadici di definire il ruolo del neuropsicologo, sono stati tracciati i percorsi di formazione universitaria e post-laurea, esiste una crescente richiesta di neuropsicologi clinici per la diagnosi e la riabilitazione ma, allo stato attuale, il neuropsicologo, pur integrandosi nelle équipe di medici specialisti, è privo di tutele e diritti e qualsiasi altro professionista è abilitato a svolgere l'attività clinica neuropsicologica con tutti i rischi di errori diagnostici e terapeutici a carico dei pazienti e delle loro famiglie.


La conclusione di Carpenter e Baker è:

It may be a long game, but one we believe is worth the wait.
[La partita potrebbe essere lunga ma vale la pena attendere.]



sabato 13 gennaio 2018

È nata la Rete Italiana Open Science!




Il 2018 inizia con una buona notizia per la nostra scienza: è nata la Rete Italiana Open Science!

Finora da noi era arrivato solo il riverbero delle azioni di un movimento internazionale che sta affrontando da diverse direzioni la crisi della ricerca scientifica. Si tratta di un movimento molto attivo negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Germania e in Olanda, che sta diffondendo con impegno ed entusiasmo una nuova cultura scientifica nei luoghi dedicati (aule universitarie, congressi, ecc.) e attraverso Twitter.

Negli ultimi mesi, alcuni scienziati – Massimo Grassi, Marco Perugini, Patrizio Tressoldi e Konstantinos Prifitis - che lavorano nelle nostre università hanno deciso di fare rete: 
a) chiedendo la partecipazione di studenti, dottorandi, ricercatori e docenti di psicologia ma in realtà sono coinvolte tutte le discipline biomediche e psicosociali e anche i clinici e gli appassionati; 
b) proponendo un incontro nazionale da organizzare nei prossimi mesi; 
c) condividendo articoli e materiali utili alla discussione e al cambiamento.

A tale scopo sono stati creati:
- un gruppo Google, Open Science Italy, ancora inattivo
- un gruppo Facebook, Rete Italiana Open Science, lievemente attivo


I temi in discussione sono numerosi e riguardano:
  • il metodo
      discutere i criteri di significatività statistica, fornire i fondamenti             dell'inferenza bayesiana
  • le buone pratiche della ricerca
    come proteggersi dai vizi che hanno sedotto i ricercatori negli ultimi decenni? I principali antidoti sono l'accessibilità ai dati grezzi, la replicabilità e la pre-registrazione degli studi sperimentali. Per un approfondimento, rimando alla mia revisione del libro di Chris Chambers: I sette vizi della psicologia e il Manifesto di Chambers.
    Ci sarebbe anche un'altra pratica da incentivare: la lettura degli articoli originali dei pionieri perché attraverso la storia possiamo fare luce sul nostro futuro.
    Nelle sue memorie, Anna Berliner, scriveva (a macchina) così del suo lavoro nel laboratorio di psicologia di Wundt a Lipsia:
    In preparation for doing an experiment ourselves we were told over and over again the same routine. All details about the equipment, the procedure, the instruction had to be written up”.
    At that time any experiment published by one of the laboratories would be repeated immediately by other universities, and without an exact description of all the details a critical evaluation would not have been possible”.


  • la pubblicazione
    affrontare il paradosso di gruppi editoriali che profittano del tempo volontario di ricercatori e docenti e richiedono poi agli stessi o alle loro università di pagare per l'accesso agli articoli o addirittura a un loro stesso articolo, incentivare la pubblicazione di libero accesso garantita da riviste open access o parzialmente open access, affrontare i problemi del sistema peer-review spesso insufficiente a rilevare gravi errori metodologici e statistici negli studi scientifici, affrontare i rischi e i benefici delle pubblicazioni sui server preprint, promuovere le revisioni post-publication
  • l'impact factor
    dichiarare la definitiva obsolescenza di un tale metodo nella valutazione dei ricercatori, promuovere nuovi criteri di reclutamento, aderire alla San Francisco Declaration on Research Assessment (DORA)
  • la comunicazione della ricerca scientifica
    impegnarsi a divulgare le proprie ricerche, essere cauti nel diffondere ricerche tanto seducenti quanto discutibili attraverso i social media, analizzare criticamente i risultati pubblicati in nuovi studi

Nel 2017 sono stati gettati i semi di una nuova cultura di ricerca scientifica.
A questo ha contribuito anche Radio3 Scienza con una puntata dedicata alla crisi della psicologia: Psicodramma.
Ne consiglio vivamente l'ascolto per la competenza e l'equilibrio e anche per la partecipazione di Marco Perugini: da segnare le sue raccomandazioni su come leggere in modo critico le notizie scientifiche.


Buon lavoro alla Rete Italiana Open Science!

Rimbocchiamoci le maniche e non lesiniamo i contributi alla discussione!




Sii responsabile, le buone pratiche della ricerca dipendono anche da te:


sabato 10 giugno 2017

L'inganno dei numeri svelato da Doctor G




Sono un Professore di Statistica che insegna all'Università e collabora a tempo perso con la polizia di Berlino a risolvere casi giudiziari.



Si presenta così il Professore Eric Gard, alias Doctor G, all'inizio del taccuino che contiene le sue intuizioni e considerazioni.


Questo taccuino è arrivato a noi fortunosamente...

Chi è Doctor G? Un eroe dei nostri tempi nei quali siamo bersagliati da ammassi indiscriminati di dati e di informazioni sulla salute? Un investigatore le cui tracce sono i numeri, i cui indizi sono le probabilità, le cui prove sono le statistiche semplici e trasparenti?

Doctor G è un eroe, un investigatore e anche un attento osservatore e un avveduto idealista, uno scienziato rigoroso e un eccezionale divulgatore, alle prese con le angustie della vita professionale e personale.

Doctor G ha una missione: migliorare la comunicazione dei dati statistici che condizionano le scelte dei singoli, i verdetti giudiziari, le politiche sanitarie.
Per il Professor Gianfranco Domenighetti si tratta di una vera e propria "alfabetizzazione biostatistica", come scrive nella presentazione al taccuino.

I numeri non devono fare ammalare le persone ma aiutarle a scegliere.


La disponibilità del paziente a sottoporsi ad un test di screening inutile cambia dal 60% al 13% in funzione del tipo di informazioni ricevute.

La cattiva interpretazione dei dati statistici può erroneamente scagionare un imputato, come nel caso del processo a OJ Simpson che è l'argomento di una delle lezioni universitarie del Doctor G, oppure condannarlo, come nel caso di cronaca che si trova a risolvere.
Sì, perché con un corretto calcolo di probabilità e con la bomboletta spray di un writer Doctor G smonta l'accusa di omicidio ai danni di uno spazzacamino.

L'errata interpretazione dei dati statistici può condizionare la comunicazione del rischio in medicina. Tra gli esempi la confusione tra sopravvivenza e mortalità che fece Rudolph Giuliani nel 2007 alla NBC, parlando del cancro alla prostata che gli era stato diagnosticato e poi curato cinque anni prima.




Un altro esempio è l'allarme che fu scatenato nel 1995 quando 190.000 medici e farmacisti inglesi ricevettero dal Comitato Nazionale di sicurezza sui farmaci la segnalazione che i contraccettivi orali di terza generazione aumentassero del 100% il rischio di trombosi agli arti inferiori o ai polmoni, con un'incauta confusione tra rischio assoluto e rischio relativo.



Come si può migliorare la comunicazione del rischio in medicina?, chiedono a Doctor G e lui risponde che si dovrebbero usare statistiche semplici e trasparenti, piuttosto che quelle difficili da comprendere, si dovrebbero usare le frequenze naturali invece delle frequenze relative, la mortalità invece della sopravvivenza, il rischio assoluto invece del rischio relativo.



Non solo i medici ma chiunque informi sui test deve saperne interpretare correttamente i risultati, anche i giornalisti.

I diversi casi medici e giudiziari sono esposti in modo chiaro, permettono anche di esercitarsi nei diversi calcoli statistici e allenano alla lettura critica dei dati.
I testi sono sempre di scorrevole lettura.
I disegni aggiungono un contesto spaziale sempre accurato e dettagliato nei riferimenti. I volti non sono sempre resi con tratti distinti e d'immediato riconoscimento.

Alla fine del fumetto resta il desiderio e la curiosità di aprire il prossimo taccuino di Doctor G, di continuare a seguire il volo della farfalla...



Dietro ai testi e ai disegni si rintracciano una profonda ricerca e una rigorosa revisione. Le storie che si aprono tra le strisce sono molteplici e ben narrate e intrecciate. Non solo, il taccuino di Doctor G è impreziosito da una corposa bibliografia di 26 pagine (testi e fumetti) che si articola in spiegazioni e approfondimenti per le diverse vignette, con tanto di rimandi e collegamenti a materiali multimediali (articoli scientifici, siti web, video, notizie, ecc.) accessibili attraverso i codici QR. Insomma, con la bibliografia parte un'altra serie di avventure per le quali bisogna tenere a portata di mano un telefono o un tablet dotati dell'applicazione per leggere i codici QR.

Dalla bibliografia apprendiamo che l'omicidio di Jennifer Harston è ispirato al caso di Marta Russo oppure che a John Ioannidis, docente di medicina all'Università di Stanford e impegnato da anni all'analisi critica degli studi scientifici, è ispirato il medico che spiega il test di screening neonatale e questi sono solo due esempi.

Scopriremo dal taccuino chi si celi nei panni del nostro Doctor G?


La lettura è consigliata a tutti ed è particolarmente raccomandata ai medici, a chi lavora nel sistema giudiziario e a chi si occupa di comunicazione di informazioni statistiche per la scienza, la salute, le politiche sanitarie e la giustizia.
È un ottimo strumento per chi insegna statistica agli studenti universitari di varie discipline e per gli studenti stessi.

Complimenti agli autori per l'idea, la realizzazione, la cura e il coraggio di essersi lanciati in un progetto editoriale dedicato.

Buone avventure Doctor G!

Doctor G: una graphic novel, L-INK 2016 da un'idea di Luana Caselli e Luca Iaboli, soggetto e sceneggiatura di Luana Caselli, Luca Iaboli e Marco Madoglio, disegni di Grazia Lobaccaro