Dal
2023 sono state presentate ben 8 proposte di legge al nostro Parlamento
per introdurre il divieto di accesso ai social media in base all'età.
Ho fatto una lettura e un grafico.
Giugno, 2023, maggio 2024, maggio-settembre 2025, gennaio-marzo 2026: sono i quattro periodi in cui sono state presentate al Parlamento italiano un totale di 8 proposte di legge rivolte a introdurre il divieto di accesso dei minorenni ai social media. Non corrispondono a tappe di un percorso legislativo coerente - ogni nuova proposta non ha tenuto conto delle precedenti - né alla pubblicazione di nuove ricerche scientifiche rilevanti, né al recepimento di normative europee. Corrispondono a picchi di attenzione mediatica sul tema.
Il risultato è un panorama caotico con proposte e disegni di legge depositati tra Senato e Camera, firmati da quasi tutti i partiti - Azione-Italia Viva, Fratelli d'Italia, Lega, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra, Noi Moderati - con soglie d'età che variano tra i 13 e i 16 anni, architetture incompatibili tra loro, e nessun testo approvato.
Ho letto i testi disponibili; per le ultime due proposte (Carfagna e Nicita-Basso), non ancora depositate, ho fatto riferimento ai rispettivi comunicati stampa.
Tutte le proposte poggiano su una premessa - i social media fanno male ai minori - che viene enunciata come un fatto accertato ma che nella letteratura scientifica è molto più irrisolta di quanto il dibattito pubblico lasci intendere. Il nesso causale tra uso dei social e danni alla salute mentale non è stabilito. Se la premessa fosse valida, e non lo è, i meccanismi ipotizzati - dipendenza algoritmica, confronto sociale, distruzione del sonno - non dovrebbero fermarsi a nessuna soglia anagrafica precisa. Eppure le proposte citano la "dipendenza" senza definirla, propongono soglie diverse senza giustificarle, e trattano come equivalenti fenomeni profondamente diversi: il lavoro dei baby influencer, lo sharenting dei genitori, la pornografia, l'uso quotidiano dei social per stare in contatto con gli amici. La semplificazione non è casuale: i minori sono l'unico frame che produce consenso trasversale senza costi politici. Nessun partito può essere contro la protezione dei bambini.
Tutte le proposte prevedono la verifica dell'età per l’accesso ai social media. Su chi debba materialmente farla, però, i testi divergono - e questa divergenza non è tecnica, è politica. Nel mondo è in corso una battaglia miliardaria proprio su questa domanda. Meta fa lobbying intensivo presso gruppi parlamentari anche in Europa per una soluzione in cui la verifica avvenga a livello di app store — Apple e Google — prima ancora che un'app venga scaricata. Apple e Google sostengono il contrario: la responsabilità deve rimanere a ciascuna piattaforma social. Il DDL presentato dai senatori Nicita Basso (PD) propone di collocare la verifica dell'età a livello di sistema operativo — iOS e Android — e non sulle singole piattaforme sociali. Il DDL di Zanella (AVS) carica l'obbligo direttamente sulle piattaforme social. Le proposte Mennuni (FdI)-Madia (PD), presentate in una missione bipartisan lo stesso giorno del 2024 a Camera e Senato, e quella di Carfagna (Noi Moderati) cercano una via statale in cui AGCOM identifica le modalità di verifica dell’età. Non ci sono riferimenti alle aziende che dovrebbero fornire gli strumenti di verifica dell’età né questo argomento è oggetto di discussione.
Il problema sostanziale che accomuna tutte le proposte è che qualunque sistema di verifica dell'età funzionante richiede di sapere chi sei e cosa fai online. In tal modo si crea un'infrastruttura che può essere usata per tracciare comportamenti online a partire dagli adolescenti e poi per esteso a tutte le persone. Il mercato dei fornitori di sistemi di verifica dell’età è interamente privato, poco trasparente, e in parte intrecciato con le stesse piattaforme che dovrebbe controllare. Le proposte che prevedono soggetti terzi accreditati da AGCOM fanno comunque riferimento - per quanto questo resti implicito - a aziende private con i propri modelli di business. Questa scelta di sorveglianza digitale presente in tutte le proposte non viene presentata esplicitamente né sono analizzate in modo trasparente le sue implicazioni. In ogni proposta questa scelta di sorveglianza digitale viene descritta frettolosamente come una misura necessaria a proteggere bambine e bambini.
Un altro aspetto che caratterizza le proposte è la frequente sovrapposizione tra piani tecnologici distinti: smartphone, accesso a Internet e uso dei social media sono spesso trattati come se fossero equivalenti. Questa ambiguità ha conseguenze concrete, portando con sé il rischio che misure pensate per un settore vengano estese implicitamente agli altri.
Le otto proposte si somigliano anche rispetto alla scarsa chiarezza sul piano sanzionatorio. Sebbene molti testi prevedano, in linea di principio, sanzioni per il mancato rispetto degli obblighi - in particolare quelli legati alla verifica dell’età - raramente ne definiscono in modo preciso l’entità, i criteri di applicazione o i soggetti responsabili. Non è sempre chiaro se le eventuali sanzioni debbano colpire le piattaforme digitali, i fornitori di servizi, gli app store o, in alcune ipotesi più recenti, persino i genitori. Questa indeterminatezza può essere letta proprio come un segnale - benché non riconosciuto - della complessità del tema: individuare responsabilità e sanzioni in un ecosistema digitale globale, composto da attori diversi e spesso transnazionali, è uno degli aspetti più delicati della regolamentazione.
Infine, le proposte legislative italiane sul divieto dei social media ai minori condividono un’impostazione fortemente centrata sulla protezione di bambini e bambine. Nei testi parlamentari, il minore è rappresentato quasi esclusivamente come soggetto vulnerabile, esposto a rischi da cui va difeso attraverso divieti, controlli e sistemi di verifica dell’età. Questo approccio paternalistico fa passare in secondo piano altri diritti fondamentali riconosciuti a livello internazionale. In particolare, risultano poco valorizzati - se non del tutto assenti - i riferimenti alla libertà di espressione, al diritto alla partecipazione e alla socializzazione. Il risultato è uno squilibrio normativo: mentre la protezione viene rafforzata, la dimensione dei diritti relazionali e partecipativi resta marginale. Lo squilibrio emerge anche dal fatto che solo un paio di proposte menziona interventi complementari al divieto - campagne informative, prevenzione, sensibilizzazione - senza però specificare le risorse necessarie per attuarli.
Otto proposte, nessun accordo, nessuna trasparenza. E l'unica cosa che accomuna tutti i proponenti è la certezza che la prossima campagna elettorale si avvicina.
Ho scritto dell'inapplicabilita e inefficacia dei divieti su Valigia Blu:
- 4 aprile 2026, Vietare i social ai minori non è la soluzione: il caso dell'Australia
- 18 gennaio 2026, Australia: il divieto dei social per i minori di 16 anni si rivela inefficace


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