sabato 25 aprile 2015

25 aprile. Perché? Perché non potevano fare altrimenti?

La storia della psicologia italiana negli anni del fascismo è una piccola storia dell'Italia dell'epoca, che ebbe grandi e durature conseguenze sullo sviluppo della psicologia come scienza.

L'idealismo di Giovanni Gentile e Benedetto Croce, ostile alla cultura scientifica, segnò la dismissione dei primi laboratori di psicologia sperimentale, tra i quali l'Istituto fiorentino.
Complici furono le epurazioni, le delazioni, gli 'inviti' a lasciare l'insegnamento universitario, i silenzi e quel profondo processo di rimozione e revisione, i cui effetti si vedono ancora oggi, nell'assenza di una ricostruzione storica basata sui documenti. Si è realizzata, invece, la 'santificazione' di alcuni personaggi di regime, che si ritrova nelle antologie di storia della psicologia.

Oggi, 25 aprile, è la giornata giusta per rileggere Senza cattedra di Patrizia Guarnieri.

Ecco alcuni estratti. Ci sono dei passaggi sciaguratamente attuali per la nostra Italia di oggi.

Al fascismo, così proteso alla costruzione del consenso degli italiani e delle italiane, non potevano non interessare i campi di intervento psicologico: le coscienze e l’inconscio (anche senza Freud), i comportamenti dei singoli e delle masse, degli adulti uomini e donne, dei bambini e delle bambine. Nel 1939 per iniziativa di Agostino Gemelli un’apposita “Commissione permanente per le Applicazioni della psicologia”, da lui diretta stabiliva che le aree di particolare interesse fossero scuola e lavoro, forze armate e comunicazioni.
Se la fascistizzazione dei contenuti di insegnamento e di ricerca è lampante nel caso dell’eugenetica razzista, e di certi insegnamenti inaugurati dal regime come la biologia delle razze umane, più sottile e pervasivo è il cambiamento che si andò producendo nei contenuti formativi già esistenti.

Di seguito, un riferimento allo stallo, creato attraverso le leggi razziali, nella continuazione dell'insegnamento della psicologia e della ricerca sperimentale all'Istituto fiorentino, dopo l'uscita di scena del coraggioso Francesco De Sarlo

[Enzo] Bonaventura aveva continuato per anni, invano, a sperare che lo sistemassero. Si era rivolto anche a Torino, e poi a Agostino Gemelli, potente e antisemita. Dal quale ebbe l’agghiacciante risposta, nel 1935: “All’estero non è possibile andare, perché la messa a riposo di numerosi professori tedeschi, rei di essere israeliti, ha fatto occupare in America e in Europa molti posti […]. E forse la Provvidenza vuole che Ella lasci l’insegnamento universitario”
Il diplomatico israeliano Jacob Tsur, l’anno accademico 1924-‘25 era uno studente originario della Palestina a Firenze:
Entrando in aula un giorno, mi accorsi che l’atmosfera era elettrica. I posti a sedere nell’anfiteatro erano pieni, e lungo le pareti c’erano parecchi giovani che non avevo mai visto prima. Il professore aveva appena iniziato la lezione quando fu interrotto da miagolii che venivano da ogni angolo, seguiti da ululati e rumori da cortile. Non capivo il significato di tutte quelle invettive che gli venivano urlate, ma improvvisamente riconobbi, turbato, una parola che gli stavano gridando da tutte le parti: ebreo! Ebreo!
Bonaventura rimase seduto, aspettando che smettessero; ma quando capì che i teppisti non avevano intenzione di finirla, raccolse i suoi appunti e lasciò l’aula. Gli studenti non fascisti si alzarono in piedi e lo applaudirono. E questa, credo, fu l’ultima dimostrazione che gli oppositori del regime osarono fare dentro l’Università di Firenze.

La situazione accademica nazionale era altrettanto drammatica.
All’università si provocò una doppia perdita: dall’inizio fino al 1939, le sospensioni anche temporanee dall’insegnamento; le diffide, gli allontanamenti subiti o dignitosamente decisi, poi le cosiddette dispense dal servizio che erano espulsioni dal proprio lavoro, dalle aule e dalle relazioni umane, formative e professionali; e la migrazione forzata, l’esilio.
Dopo il 1945 la quasi sempre mancata reintegrazione significò non soltanto il non recupero delle risorse allontanate, ma una perdita aggiuntiva che si sarebbe potuta evitare.

Ancora qualche rifermento alle macerie della psicologia scientifca emerse dal 1945.

Alla fine della guerra la psicologia arrivava non solo fascistizzata, ma impoverita, svuotata, persino dimentica di altre sue possibilità che erano state fagocitate, o strumentalizzate o disperse.
Non stupisce dunque la mancanza di studi in questo senso per quanto riguarda la psicologia italiana, i cui esponenti più compromessi con il regime non mancarono di disinvoltura né durante né dopo, anche nel rifarsi un’immagine rispettabile. Quanto più gravi erano le responsabilità, tanto più sono state minimizzate o negate, occultando le evidenze, facendo sparire dei documenti: padre Agostino Gemelli nel 1945 respinse con “tutte le forze della [sua] anima” e come un’infamia l’accusa di aver denunciato alla polizia, nel ’33, due suoi studenti antifascisti. Anzi, sostenne di averne aiutati tanti. Eppure Giuseppe Boretti e Eugenio Giovanardi ventenni scontarono anni di confino poi fuggirono a combattere in Spagna; il rettore della Cattolica ritornò al suo posto. Si è consentito così che le stesse persone, dopo poco, tornassero ad esercitare ruoli di potere che non meritavano, senza che si parlasse più dei loro comportamenti di cui poi si è finito per non sapere.

Perché non potevamo fare altrimenti? 
Nell’Italia ormai liberata il “non potevamo fare altrimenti” era la tesi che Gaetano Salvemini dagli Stati Uniti rimproverò a Croce di sostenere. Con quella affermazione, Croce intendeva chiudere la bocca a quelli come lui, che semplicemente gli chiedeva: “Perché?”. Perché non potevano fare altrimenti? Storiograficamente si ripropone la stessa domanda, su come si possa sostenere tale assolutoria impossibilità.

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