lunedì 17 agosto 2026

Ridefinire la bellezza: il discorso di Greta

 



Il discorso che segue - "Redefining Beauty" - è quello che Greta, 16 anni, ha tenuto a conclusione del decimo anno scolastico alla Bavarian International School di Monaco di Baviera, in occasione del TEDxBavarian International School Youth, lo scorso 1° luglio.

L’ho tradotto in italiano a partire dalla trascrizione originale in inglese e lo pubblico con il consenso di Greta e dei suoi genitori.

Video originale: Redefining Beauty 

 

È statisticamente impossibile che io sia qui, eppure ci sono. Ed è così che ho capito che il problema non è la disabilità ma la nostra sterile definizione di bellezza.

Chiudete gli occhi per un minuto. Promesso.

E pensate a Stevie Wonder. Sì, Stevie Wonder, il cantante degli anni '70.

Pensate "disabile", "normale", oppure sentite Isn't She Lovely, un singolo di successo che ha venduto 10 milioni di copie solo negli Stati Uniti, e pensate: "che canzone fantastica"?

Ok, potete riaprire gli occhi.

Oppure pensate a Frida Kahlo, la pittrice messicana con poliomielite, spina bifida e dolore cronico severo.

Pensate "disabile", "normale", oppure vedete i suoi autoritratti, quegli autoritratti crudi, sanguinanti, viscerali che trafiggono come mille spine sul collo, e pensate: "sono bellissimi"?

"L'intelligenza è la capacità di adattarsi al cambiamento." Lo ha detto Stephen Hawking.

Ora, cosa pensate: "disabile", "normale"? Oppure pensate che la sua teoria sui buchi neri sia probabilmente la cosa più sconvolgente che abbiate letto? Un'intelligenza così vasta da aver ridefinito le nostre stesse nozioni e la nostra comprensione dell'universo.

Ora starete pensando: e cosa c’entro io in tutto questo?

Beh, io sono Greta. Ho 16 anni, sono una studentessa di seconda superiore qui alla BIS [Bavarian International School] e credo fermamente che ognuno di noi abbia il potere di plasmare la società.

Per dimostrarlo, ecco un fatto curioso su di me che non vi aspettereste. Ho la Sindrome da Deficit del Trasportatore del Glucosio di Tipo 1, una malattia genetica rara con un'incidenza di 1 su 91.000, che ostacola il metabolismo del glucosio nelle cellule.

Ora, non vi guiderò attraverso tutti i numerosi effetti di questa malattia, perché non sono qui per farvi una lezione di scienze. So che ne avete già avute fin troppe.

Ma sono qui oggi per dirvi perché è importante.

Questa sono io a 9 mesi, tengo in mano un pezzo di pane, probabilmente la prima e ultima volta nella mia vita.

Vedete, io amavo il cibo. Lo amo ancora.

Quindi, avere una malattia che non mi permetteva di mangiare un tipo di cibo così diffuso, soprattutto uno così importante per la mia pizza, gli spaghetti, la cultura italiana, mi sembrava, sarò sincera con voi, mi sembrava un insulto, o karma negativo, chiamatelo come volete. Ma ogni volta che vedevo qualcuno mangiare un cibo che io non potevo mangiare, provavo un pizzico di invidia.

Ho un ricordo in particolare. Avevo otto anni, credo. Io e la mia amica eravamo al parco quando abbiamo incontrato alcune altre nostre amiche più grandi di noi. E avevano una tavoletta di cioccolato. Sapete, una di quelle grandi, avvolte nella confezione viola.

Così, tutte si divertivano, ridevano, mangiando pezzetti di cioccolato.

Tutte tranne me.

Ora, non fraintendetemi, quelle due ragazze erano davvero gentili. Ma ogni volta che l'odore di quel cioccolato mi arrivava al naso, non sto scherzando, cominciavo ad avere l’acquolina in bocca ma ovviamente non potevo mangiarlo. E credo di ricordarmelo così bene perché fu la prima volta che capii che c'era qualcosa di diverso in me. E il modo in cui lo vedevo allora era: sì, le differenze sono carine, ma non potranno mai essere belle.

Ho pensato così per molto tempo. Anni, per essere precisi. Anni passati a dissociarmene, a tenerlo nascosto, a fingere che non esistesse nemmeno. Ma non è servito a nulla. E crescendo, ho capito che non c'era niente che potessi fare per cambiarlo.

Era intrinsecamente parte di me.

Quindi, non serve a niente lamentarsi, no?

Questo cambio di mentalità è stato illuminante per me, perché mi ha permesso di vedere gli aspetti positivi della mia condizione. Il fatto che mi sia stata diagnosticata oggettivamente presto, dato che nelle persone con la mia stessa malattia, fino a quel momento, la diagnosi avveniva verso la fine dell'adolescenza o a volte anche più tardi.

Il fatto di avere ricevuto una diagnosi precoce mi ha anche permesso di iniziare presto la dieta, il che mi ha consentito di vivere una vita fantastica.

Nonostante la burocrazia medica mi etichetti come disabile, nonostante l’impossibilità statistica, francamente, che io sia qui in piedi a parlarvi oggi, e quando penso a quanta strada ho fatto da quando ho ricevuto la diagnosi per la prima volta a un anno di età, penso: wow, la mia vita è davvero bella.

Ho sempre trovato bellezza in una vita vissuta bene, e vissuta per sé stessi, con questo spirito.

Quando ero più piccola, e ancora oggi lo faccio, guardavo film in cui la protagonista era una donna forte e indipendente che non si preoccupava minimamente delle opinioni di chi le stava intorno, come Skeeter in The Help o Mulan. E ricordo di aver pensato: "wow, voglio essere così."

Così, crescendo e diventando più consapevole della mia condizione, ho cercato film in cui la protagonista fosse una donna forte che avesse anche una malattia genetica o un altro tipo di disabilità. Non ne ho trovati, o almeno non con narrazioni ottimistiche.

Infatti, quando parliamo di disabilità, è quasi sempre sotto una luce negativa o di compassione, con parole come barriere, mancanze, inclusione, esclusione, e la nostra vecchia amica, il pregiudizio.

Lo noto spesso guardando e analizzando altre TED talk sulla disabilità.

Ma vi chiedo: non possiamo alzare l'asticella?

Non possiamo vedere tutta la bellezza che dobbiamo al mondo?

Tutto grazie alle persone con disabilità.

È qui che devo chiedervi qualcosa, signore e signori, vi chiedo di vedere il mondo come lo vedo io ogni giorno. Vi chiedo di rimanere un po' più umili, così che l'applauso non smetta mai di sorprendervi. Vi chiedo di restare con i piedi per terra, di lavorare con quello che avete anche se è l'opzione meno desiderabile.

Vivete la vostra vita in accordo con i vostri valori, quelli veri. Intendo, non quelli che gli altri pensano dobbiate avere, o quelli con cui vi confrontate rispetto agli altri. E, soprattutto, vi chiedo di restare abbastanza umili e umani da essere costantemente stupiti da ciò che il mondo vi offre.

Trovate la speranza invece dei limiti, perché quello, signore e signori, è ciò che fa girare il mondo.

La mia condizione mi rende un po' difficile muovermi nel mondo esterno. Ma non ci rimugino sopra e cerco sempre di sfruttare al massimo le opportunità che ho a disposizione, perché è proprio dove meno te lo aspetti che la vita diventa più interessante.

Il mondo di oggi è governato dall'intelligenza artificiale e dalla tecnologia, inondato da relazioni nascoste e definito dalla superficialità. Ed è proprio questo atteggiamento che, in sostanza, vi renderebbe l'equivalente moderno dei punk rocker di fine anni '70.

Sul serio, in un mondo definito da codice, denaro e superficialità, questa mentalità è una delle cose più potenti che possiate avere. Ed è già stato dimostrato che accettare la bellezza delle differenze è ciò che ci permette di crescere come società.

Diversi studi dimostrano che le aziende con donne in posizioni di leadership di vertice sono fino al 33% più produttive rispetto a quelle guidate da uomini. Ripeto: 33% più produttive rispetto a quelle guidate da uomini. E, per contesto, una donna a capo di un'azienda era impensabile fino alla metà del XX secolo. E mentre leggevo questo, una domanda ha iniziato a farsi strada nella mia mente.

Lo stesso principio potrebbe essere applicato alle persone con disabilità? Potrebbero rendere il mondo più empatico e quindi contribuire alla bellezza della società, proprio come hanno fatto le donne con la produttività aziendale?

A mio modesto parere, sì, possono. E non è solo un'opinione. Anche i fatti lo confermano. Come riportato da uno studio Accenture del 2018, che ha intervistato 364 aziende in tutti gli Stati Uniti, quelle che raggiungono o superano il Disability Equality Index (DEI) generano 1,6 volte più ricavi, 2,6 volte più utile netto e il doppio del profitto economico.

Perché? Beh, perché sanno cosa significa vivere in un mondo che non è progettato per loro. Quindi, questo le spinge a voler puntare più in alto e a plasmare il mondo come meglio credono.

Louis Braille diventò completamente cieco entro i 13 anni. Due anni dopo, a 15 anni, inventò l'alfabeto Braille che ha aiutato milioni di persone a leggere anche senza vedere le parole. Un alfabeto ancora oggi utilizzato in tutto il mondo.

Ora, Louis Braille non era del tutto incosciente. Non ha voluto fare il passo più lungo della gamba ma non è nemmeno andato all'estremo opposto, rinunciando del tutto a provarci. Ha corso dei rischi, grandi rischi, sì, ma sempre calcolati. Ed è questo che mi chiedo, questo che spero, ogni volta che vedo persone con disabilità prendere decisioni attive e consapevoli su leggi e politiche, per esempio, che le riguardano direttamente.

Penso che questo sia il tipo di futuro che voglio per i miei figli e, a loro volta, per i figli dei miei figli. Un futuro in cui più di un tipo di bellezza venga in mente alle persone, con calma, quando sentono questa parola. Un futuro in cui tutti abbiano voce in capitolo nelle decisioni che li riguardano direttamente. E, soprattutto, un futuro in cui la bellezza non sia definita dall'aspetto esteriore ma dalla tenacia del carattere e quindi da come si incide sul mondo. E questo tipo di comunicazione ha già fatto avanzare il mondo con passi da gigante, quasi come i primi passi sulla Luna.

Per esempio, 50 anni fa, la depressione era un argomento simile alla disabilità: completamente tabù, e chi ne soffriva era visto come "altro" o caratterizzato esclusivamente dalla propria malattia e non dal proprio potenziale. E mentre abbiamo fatto enormi progressi nel parlare più apertamente di malattia mentale, sapete cosa sarebbe fantastico? Parlare così anche di disabilità.

Il tipo di conversazioni che sento sempre a riguardo sono molto sussurrate e private, come se avere una disabilità equivalesse a una specie di grande scandalo. E questo non solo ci colpisce, perché ci fa credere che la nostra disabilità in qualche modo ci renda inferiori.

Ho sentito quel tipo di conversazioni molte volte ma questo ha impatto anche su di voi, signore e signori, perché instaura un pregiudizio inconscio nel vostro cervello.

Dice: dato che la disabilità è un argomento tabù, allora di certo le persone con disabilità non possono fare nulla di straordinario, perché altrimenti tutti ne parlerebbero, e invece non lo fanno. Quindi, qual è il problema?

Il problema è che alcune delle opere d'arte più belle al mondo, alcuni dei gesti più commoventi che testimoniano la gentilezza dell'umanità, sono opera di persone con disabilità.

I dipinti di Frida Kahlo, in particolare "La colonna spezzata" e "Le due Frida", sono belli perché trasmettono la vita interiore tormentata e vibrante dell'artista. Le sue opere sono sempre state classificate come surrealiste ma lei negava costantemente questa etichetta, dicendo che non stava dipingendo una fantasia surreale ma una rappresentazione accurata della realtà così come la viveva.

Voilà. La realtà di ognuno è diversa ma questo non la rende meno bella.

Pensatela così. Costringere gli 8 miliardi di persone sulla Terra a vivere oggi esattamente come vivete voi è impossibile perché semplicemente non possono. Anche se riusciste a farli seguire passo dopo passo la vostra routine, la loro percezione sarebbe diversa da persona a persona. Quindi, con la stessa logica, la bellezza è unicamente dentro ognuno di noi, se solo sapessimo come cercarla e come custodirla. Ed è questa bellezza che ho iniziato a trovare in me stessa.

Ho anche gradualmente trovato, negli altri, quelle parti che pensano sia meglio tenere nascoste.

Ha cambiato completamente la mia vita rendermi conto che non ero l'unica a non avere una vita perfetta come un'immagine patinata. Mi ha reso più consapevole della bellezza e mi ha spinto a impegnarmi di più per custodirla nella mia vita.

Ora, signore e signori, ho una domanda per voi.

C'è mai stato un momento nella vostra vita in cui avete detestato qualcosa di voi stessi? E un piccolo pizzico di ottimismo, un piccolo cambiamento di mentalità, ha cambiato tutta la vostra visione del mondo, come è successo a me? Bene.

Ora, quella stessa parte di voi che avete appena iniziato ad apprezzare, vi sfido a trovarla anche negli altri.

Siamo tutti cellule nell'organismo della società. E se vediamo noi stessi attraverso la gentilezza invece che l'odio, attraverso la comprensione invece che conclusioni affrettate, allora posso garantirvi che tra 10, 50, 100 anni da oggi, saremo sul palco del futuro a dire: è statisticamente impossibile che io sia qui, eppure ci sono. Ed è questo che ho capito.

Grazie.

 

Ho conosciuto Greta quando era ancora molto piccola e già allora iniziava a mostrare la determinazione che oggi attraversa ogni riga del suo discorso, assieme alla consapevolezza affinata dalle sfide che ha dovuto affrontare. Nel tempo, neppure i suoi genitori si sono sottratti a scelte radicali e coraggiose tra le incertezze del futuro.

 

La sindrome da deficit di Glut1 è una malattia genetica rara causata da mutazioni del gene SLC2A1 che codifica la proteina responsabile del trasporto del glucosio nel cervello attraverso la barriera emato-encefalica. Poiché il glucosio è la principale fonte di energia per il cervello, un suo trasporto insufficiente altera la traiettoria di sviluppo e causa difficoltà cognitive, disturbi motori come tremori o atassia, crisi epilettiche.

L’unica terapia specifica che aiuta a fornire energia al cervello e che può prevenire e controllare i sintomi della sindrome da deficit di Glut1 è rappresentata dalla dieta chetogenica. Si tratta di una dieta ricca di grassi, moderatamente proteica e povera di carboidrati, che induce il corpo a produrre e bruciare chetoni, utilizzandoli come fonte di energia alternativa al glucosio. È un percorso terapeutico che richiede un costante monitoraggio medico e comporta uno sforzo importante sia per bambine e bambini con la sindrome sia per le loro famiglie ma che, se iniziato precocemente, può fare una differenza enorme nella qualità di vita, come racconta Greta nel suo discorso.

L'adesione alla dieta chetogenica è essenziale per il benessere neurologico e neuropsicologico ma può incontrare ostacoli nell’ambiente scolastico e nei contesti sociali. Un ambiente educativo che promuove l’accettazione della diversità alimentare, che fornisce un sostegno nutrizionale adeguato e educa alla solidarietà tra compagne e compagni è fondamentale al mantenimento a lungo termine della dieta.

Per saperne di più, si può fare riferimento all'Associazione Italiana Glut1.


domenica 14 giugno 2026

Una firma neurale dell'intelligenza o contano le disuguaglianze socio-economiche?

 


L’idea che dalle neuroimmagini possa essere determinata l’intelligenza di una persona (in termini di QI, quoziente intellettivo) questa settimana ha subito un notevole scossone.

Un articolo appena pubblicato su Science (Marek, Donohue,…, Dosenbach, giugno 2026) suggerisce che quella che nelle neuroscienze cognitive è stata finora scambiata per una firma neurale dell'intelligenza era, molto più probabilmente, la firma neurale della disuguaglianza socioeconomica.

I ricercatori della Washington University di St. Louis hanno analizzato le scansioni cerebrali di quasi 12.000 bambini tra i 9 e i 10 anni dell'ABCD Study, uno dei dataset di neuroimmagini pediatriche più grandi al mondo, e hanno messo in relazione connettività funzionale e spessore corticale con 649 variabili (cognitive, psicopatologiche, socioeconomiche, comportamentali, ambientali) simultaneamente.

Si tratta di uno studio del tipo dei Brain-Wide Association Studies (BWAS) che misurano sistematicamente migliaia di parametri cerebrali e cercano associazioni statistiche con variabili di interesse (QI, psicopatologia, comportamento, tratti di personalità, ecc.). Le misure cerebrali più usate nei BWAS sono due: l'attività spontanea sincrona di aree considerate funzionalmente connesse misurata con la risonanza magnetica funzionale e lo spessore della corteccia corticale in diverse regioni misurata con la risonanza magnetica strutturale.





Nello studio di Marek e collaboratori, il contesto socioeconomico del quartiere in cui un bambino o una bambina vive (indice composito che cattura opportunità educative, reddito, servizi) spiega fino al 16% della varianza nella connettività funzionale cerebrale, un dato molto alto rispetto a quelli ottenuti in questo tipo di studi. Tra le prime 40 variabili per forza di associazione, 37 sono socioeconomiche e le restanti tre riguardano il sonno e il tempo di esposizione agli schermi mentre il QI è al 59° posto.

Inoltre, le associazioni tra cervello e contesto socioeconomico (SES) si concentrano nelle cortecce sensoriali primarie e motorie e non nelle reti frontali e parietali che per le neuroscienze cognitive costituiscono i substrati di funzioni superiori come il ragionamento, la memoria di lavoro e il controllo esecutivo. Fin qui, potrebbe sembrare ovvio: il SES è una variabile ambientale, ci si può aspettare che agisca su circuiti cerebrali legati all'esperienza percettiva e motoria. Il risultato imprevisto è che la mappa del QI sia quasi identica a quella del SES: anche l'intelligenza ha una firma sensorimotoria nel cervello e non una firma frontale e parietale.

Questo potrebbe essere il risultato di un cervello in evoluzione e quindi misurare una fase nella dinamica dello sviluppo cerebrale in un determinato contesto. Tuttavia, il richiamo alla cautela nell’interpretare i dati di correlazione tra misure cognitive/psicopatologiche e parametri cerebrali è molto forte: le variabili confondenti possono distorcere radicalmente le conclusioni.

Le mappe cerebrali del sonno e del tempo di esposizione agli schermi raccontano la stessa storia e aggiungono un dettaglio importante sul meccanismo. Il tempo sugli schermi, nella popolazione ABCD, correla inversamente con il SES: i bambini che vivono in contesti socioeconomici più svantaggiati stanno più a lungo sugli schermi, dormono peggio, sono esposti a maggiore stress fisiologico cronico. Il pattern cerebrale osservato potrebbe essere la traccia biologica di una costellazione di fattori e esperienze sfavorevoli, non l'effetto specifico e autonomo degli schermi.

Gli autori lo dicono esplicitamente non è il SES - il contesto socioeconomico - ad agire direttamente sul cervello, trattandosi di una variabile sociale: lo fa attraverso mediatori biologicamente plausibili. I tre candidati emersi in questo studio sono il sonno, il tempo di esposizione agli schermi e lo stress fisiologico cronico. Le cortecce sensoriali e motorie sono note per la loro sensibilità a questi fattori, essendo i circuiti più plastici e più reattivi all'ambiente, e sono esattamente quelli che il SES modifica di più.

Le implicazioni non sono solo metodologiche su questo tema specifico. Il dibattito pubblico sul tempo di esposizione agli schermi e le politiche proibizioniste che ne derivano - dai divieti dei telefoni a scuola ai divieti nazionali di accesso ai social media per i minori – considerano gli schermi come un agente patogeno autonomo e indipendente.

A partire da questo studio abbiamo ulteriori dati che ci informano che il tempo di esposizione agli schermi (screen time) è in parte un mediatore attraverso cui la disuguaglianza socioeconomica si incorpora nel cervello in fase di sviluppo. Pertanto, intervenire con una misura drastica di restrizione significa agire sull'epifenomeno. Le politiche proibzioniste rischiano di essere insufficienti e potenzialmente inique: delegano la responsabilità dell'intervento alle famiglie che non hanno le risorse strutturali per compensare ciò che lo schermo in parte sostituisce e cioè stimolazione, connessione sociale, attività del tempo libero.

Tornando a Marek e collaboratori, il loro studio non dimostra relazioni di causa effetto, e essi stessi riconoscono che resta aperta la questione se le differenze rilevate riflettano stati fisiologici transitori o effetti più duraturi sullo sviluppo. Rimane comunque monito metodologico difficile da ignorare per chiunque legga una scansione cerebrale come se fosse una radiografia del potenziale individuale: quando si studia il cervello dei bambini e delle bambine senza tenere conto del contesto in cui vivono, si rischia di scambiare le disuguaglianze per destino biologico.

Infine nell’articolo pubblicato, gli autori citano quello che scrisse Charles Darwin nel 1839:


"se la miseria dei poveri non è causata dalle leggi della natura ma dalle nostre istituzioni, grande è il nostro peccato".

 

Tengo a precisare che lo studio riguarda la variabilità dell'intelligenza nella popolazione generale non i suoi fondamenti biologici. L'intelligenza ha una componente genetica documentata e le differenze genetiche individuali influenzano realmente la maturazione del sistema nervoso centrale e le varianti fenotipiche. Quello che Marek e colleghi mettono in discussione non è questo ma il fatto che le associazioni osservate nei BWAS tra cervello e QI - a livello di popolazione, entro il range medio di variabilità - siano state interpretate come firme neurali dell'intelligenza individuale, quando sembrano riflettere in larga parte il contesto socioeconomico.


Marek S, Donohue MR, Karcher N, Hoyniak C, Chauvin RJ, Meyer AC, Miller J, Van AN, Wang A, Baden NJ, Suljic V, Scheidter KM, Monk J, Whiting FI, Ramirez-Perez NJ, Krimmel SR, Metoki A, Paul SE, Gorelik AJ, Hendrickson TJ, Malone SM, Schwarzlose RF, Cardenas-Iniguez C, Herting M, Petersen SE, Luby J, Randolph AC, Shanahan M, Turkheimer E, Kay BP, Gordon EM, Laumann TO, Barch DM, Fair DA, Tervo-Clemmens B, Dosenbach NUF. Patterns of brain-wide associations reflect socioeconomics. bioRxiv [Preprint]. 2025 Dec 13:2025.12.10.693206. doi: 10.64898/2025.12.10.693206



martedì 2 giugno 2026

Accesso ai social media: i modelli Australia e Estonia a confronto

 

Viviamo in un'epoca in cui una parte significativa della nostra vita sociale, politica e informativa si svolge online e continuerà a essere così. Non è una scelta reversibile, almeno non in una società democratica, perché l'unica alternativa documentata è l'interruzione autoritaria della rete.

Per chi è nato nel secolo scorso, l'adattamento a questo ambiente è stato spesso improvvisato, senza strumenti sufficienti a riconoscere i rischi, né a orientarsi nelle norme implicite che regolano la convivenza digitale. Ma il problema non è generazionale: è strutturale.

La domanda che dovremmo porci non è quando (e per quanto) uscire da internet o nello specifico dai social media, né chi far uscire per protezione. La domanda che non teme il futuro è: come preparare le persone di ogni età a vivere in una società che si informa, si confronta, si organizza e talvolta si polarizza e viene manipolata anche online.

Queste due domande rappresentano tuttavia due visioni della realtà attuale e due diversi approcci alla questione. Ho messo a confronto il caso australiano più noto e imitato e il caso estone meno citato ma più sistemico.

L'approccio australiano è riassumibile in: se qualcosa è pericoloso, limitiamone l'accesso.

L'approccio estone è riassumibile in: il mondo digitale non sparirà, quindi insegniamo ai giovani a navigarlo.

Del divieto australiano introdotto il 10 dicembre 2025 ho scritto su Valigia Blu il 18 gennaio e il 4 aprile evidenziandone l’inefficacia e le problematiche che erano state segnalate prima della sua approvazione. Ho anche riassunto in un precedente post su questo blog le otto proposte di legge italiane per vietare l'accesso ai social media in base all'età.

Per quanto riguarda l’Estonia, agli inizi di maggio il Foresight Centre, un istituto indipendente, ha pubblicato un rapporto sui rischi legati ai social media e ai minori. La ricercatrice Eneli Kindsiko, che ne è autrice e che cura anche il Rapporto sullo Sviluppo Umano dell'Estonia 2026 dedicato al futuro dell'istruzione, definisce i limiti di età un cerotto poco efficace: "Imporre restrizioni per età sembra una soluzione semplice, ma nella realtà i giovani trovano sempre il modo di aggirarle. I ricercatori raccomandano di concentrarsi sulla regolazione della logica di design delle piattaforme e sull'educazione e l'empowerment di bambini e giovani".

Se una misura è facilmente aggirabile, il suo valore reale potrebbe essere molto inferiore a quello percepito. La critica non riguarda l'intenzione di proteggere i giovani dai pericoli ma lo strumento: un controllo tecnico applicato a un problema sociale e di salute.

I dati del rapporto restituiscono un quadro tutt'altro che rassicurante: quasi il 60% dei giovani estoni tra 9 e 16 anni ha incontrato contenuti disturbanti online nell'ultimo anno; più di un terzo ha visto contenuti che promuovono l'estrema magrezza o sfide pericolose; il 17% ha subito cyberbullismo. Un dato particolarmente importante è che un giovane su cinque ha ricevuto messaggi a contenuto sessuale esplicito, percentuale che sale al 43% tra i 15-16enni. Eppure solo una frazione minima di questi episodi viene segnalata alla polizia: il 4% delle minacce, il 5% dei casi di condivisione di immagini intime, il 3% dei messaggi d'odio. Questo vuol dire che i meccanismi di tutela esistenti non funzionano ma i divieti di accesso non cambiano la situazione anzi potrebbero peggiorarla nel momento in cui ragazze e ragazzi saranno ancora più spinti a non rivelare le molestie ricevute online avendo aggirato il divieto.

L'Estonia confina con la Russia e considera la guerra informativa una questione di sicurezza nazionale. Per questo l’alfabetizzazione ai media o media literacy non viene vista solo come educazione scolastica ma come infrastruttura democratica. I dati estoni mostrano che il 28% dei ragazzi e il 20% delle ragazze condivide consapevolmente disinformazione: il problema non è solo l'esposizione ai contenuti, ma la capacità di riconoscerli e poi di gestirli.

Questa impostazione è presente nel Rapporto nazionale sulla Media Literacy 2022-2025, che l'Estonia ha presentato alla Commissione europea. Redatto dall'Università di Tartu per il Ministero dell'Istruzione, il rapporto descrive un approccio che, coinvolgendo istituzioni pubbliche, scuole, università, organizzazioni civiche, biblioteche e settore privato, ha costruito un'ampia rete educativa e formativa. I temi affrontati nelle scuole spaziano dalla privacy e dall'impronta digitale agli algoritmi e ai social media, dal cyberbullismo alla disinformazione, fino all'intelligenza artificiale.

Il rapporto segnala anche che, quando sono implementate autonomamente dalle piattaforme, le misure di alfabetizzazione ai media restano largamente insufficienti, con contenuti generici, scarsa accessibilità linguistica in estone e russo, e assenza di metriche trasparenti per valutarne l'efficacia. La cooperazione tra aziende tecnologiche e autorità nazionali esiste, ma rimane episodica e basata su progetti isolati. Anche da questo lato, dunque, la posizione estone è chiara: non ci si può affidare alle piattaforme, bisogna investire dall'interno.

L'obiettivo estone non è allontanare ragazzi e ragazze dai social con divieti di massa ma sviluppare le competenze per riconoscere le manipolazioni, distinguere le fonti affidabili, capire come funzionano gli algoritmi, proteggere privacy e dati. In questo modo non solo i giovani, ma l'intera popolazione diventa più resistente alle campagne di propaganda e alla manipolazione informativa.

Questa linea è stata espressa con chiarezza anche da Kristina Kallas, ministra dell'educazione, secondo la quale la discussione politica dovrebbe spostarsi dalle restrizioni sugli utenti alla regolazione delle piattaforme e all'educazione digitale. La ministra si è dichiarata contraria anche a forme molto invasive di monitoraggio delle comunicazioni private, sostenendo che la tutela dei minori non dovrebbe automaticamente giustificare una sorveglianza generalizzata.

Ho cercato di schematizzare nella tabella sottostante le differenze tra il “modello australiano” e il “modello estone” per dare una prospettiva diversa a un dibattito pubblico monotono e fermo mentre i social media cambiano radicalmente. Non esiste infatti un'unica opzione per affrontare problemi come l'inquinamento informativo, le molestie online, le truffe e altre dinamiche che si sono amplificate con la crescente monetizzazione delle piattaforme.

Il confronto tra questi due approcci mostra che c’è più di una scelta possibile in base alla diversa visione del rapporto tra giovani, tecnologia e cittadinanza. Proprio per questo è necessario discutere soluzioni che non siano esclusivamente tecniche né riducibili a risposte semplicistiche ma che tengano conto della complessità dei problemi, delle scelte democratiche che una società decide di compiere e del rapporto di potere tra governi e aziende tecnologiche.

Ecco allora il confronto tra i due “modelli” rispetto a una serie di parametri cruciali: definizione del problema, soluzione centrale, strumento principale, visione dei minori, posizione su divieti e verifica dell'età, critica al modello opposto, focus regolatorio, rapporto con le piattaforme, rischio principale (secondo i critici), obiettivo culturale, indicatore di successo, modello di finanziamento:

 


Si può leggere anche su Valigia Blu, Social media e minori: perché i divieti non funzionano e cosa possiamo imparare dal modello Estonia

sabato 23 maggio 2026

Chi ci guadagna dallo "screen time"?

 

Il concetto di tempo davanti allo schermo – in inglese “screen time” - non è neutro: aziende tecnologiche, governi e parte della ricerca accademica lo utilizzano come accattivante cornice interpretativa del rapporto tra utenti e piattaforme. Si tratta di dispositivi discorsivi che tendono a trasferire la responsabilità dalle infrastrutture tecnologiche ai comportamenti individuali.

Il dibattito pubblico sull'uso dei dispositivi digitali da parte di bambini/e e adolescenti ruota intorno a un'idea apparentemente semplice: il problema è legato a quanto tempo trascorrono davanti agli schermi. In generale, l’idea trasmessa è che più ore si trascorrono sullo smartphone, sui social o su piattaforme video, più lo schermo fa male. Non importa cosa si fa, né se si tratta di una fruizione attiva o passiva: il tempo è il problema, il tempo è la misura del danno. La soluzione è ridurlo. Ai genitori spetta il compito di vigilare. Le linee guida delle autorità sanitarie fissano soglie, consigliano limiti, mettono in guardia. Ma chi ha davvero interesse a mantenere in vita questo frame?

È la domanda al centro di un articolo pubblicato su New Media & Society, la principale rivista accademica internazionale dedicata allo studio dei media digitali. I ricercatori Andrew Z. H. Yee e Brendan Luyt, partendo da un'osservazione etnografica condotta a Singapore sulle famiglie di bambini in età prescolare, hanno osservato qualcosa di ricorrente: i genitori parlavano dell'uso dei dispositivi in modo carico di sensi di colpa e vergogna. Nei loro discorsi prevalevano il senso di fallimento morale e l’autoaccusa che risultavano ancora più accentuati nelle famiglie con risorse economiche insufficienti a poter pagare ai figli attività sportive, creative e ludiche. Da qui gli autori si sono posti una domanda: se a subire le conseguenze del panico morale attorno al tempo-davanti-allo-schermo sono proprio i genitori e i bambini, chi ne trae invece vantaggio?

La risposta di Yee e Luyt individua tre categorie principali di beneficiari: 

- le aziende tecnologiche, che attraverso questo concetto spostano la responsabilità lontano dal modello di business delle loro piattaforme e dall’assenza di moderazione dei contenuti; 

- i governi conservatori e liberali, che possono dimostrare di intervenire a livello simbolico senza affrontare la complessità di una regolazione più profonda; 

- alcuni ricercatori, che si assicurano finanziamenti e visibilità rinforzando il frame attraverso ricerche affrettate e superficiali e alimentando la polarizzazione del dibattito così da rimanere nei titoli delle notizie.

L'idea di tempo-davanti-allo-schermo - cioè l'idea che il problema sia il tempo, e non cosa succede in quel tempo, né chi ha costruito le piattaforme in cui quel tempo viene consumato - funziona come un paravento. Nasconde le domande scomode: perché queste piattaforme sono progettate per trattenere l'attenzione il più a lungo possibile? Chi ci guadagna? Cosa implicherebbe regolarle davvero? 

La colpa, in questo frame, ricade sulle famiglie. Le stesse linee guida sul tempo-davanti-allo-schermo possono generare nei genitori forti sentimenti di colpa e impotenza, incrementare l’ansia e generare conflitti tra genitori e tra genitori e i figli. La responsabilità di garantire esperienze di qualità davanti agli schermi viene scaricata sulle singole famiglie, sottraendola alle aziende tecnologiche che da quell'attenzione traggono profitto.

Secondo Yee e Luyt, la situazione sarebbe ben diversa con frame alternativi a “tempo-davanti-allo-schermo”:

- "progettazione manipolativa delle piattaforme" farebbe cadere la responsabilità sulle aziende tecnologiche e sulle loro scelte di progettazione;

- "capitalismo della sorveglianza", metterebbe in rilievo i modelli di business e il controllo normativo;

- "disuguaglianza digitale", porterebbe a esaminare fattori strutturali come reddito, istruzione e accesso ad altre opportunità.

Tuttavia, questi frame alternativi non hanno risalto proprio perché “il concetto di tempo trascorso davanti allo schermo individualizza la responsabilità in modi che si allineano con la governance neoliberale, dove ci si aspetta che i cittadini gestiscano i rischi attraverso scelte informate e autoregolamentazione piuttosto che attraverso le risorse fornite alla collettività o la regolamentazione aziendale”. 

Il panico morale diventa dunque utile a distogliere l’attenzione pubblica dalle più ampie questioni strutturali. 

La scelta della narrazione centrata sul tempo-davanti-allo-schermo - rispetto ad altre più pertinenti e aderenti alla realtà - finisce per proteggere, almeno indirettamente, i modelli di business delle piattaforme. 

 

"La domanda che dà il titolo a questo articolo è, in ultima analisi, un invito a esaminare rapporti di potere spesso invisibili all’interno di discorsi apparentemente neutri o scientifici. La nostra risposta è che coloro che ne traggono maggior beneficio non sono le famiglie, bensì le aziende tecnologiche, le organizzazioni governative e gli esperti. Lo “screen time”, come concetto e come discorso, illumina un modello più ampio nel modo in cui le società contemporanee affrontano problemi sociali complessi: preferendo spesso soluzioni individualizzate, misurabili e comportamentali a interventi strutturali che richiederebbero un confronto con il potere e una redistribuzione delle risorse.

Se prendiamo sul serio la domanda su chi beneficia del discorso sullo screen time, dobbiamo considerare alternative che si rivolgano meglio a bambini e famiglie. Questo richiede di allontanarsi dallo screen time come cornice principale, riconoscere i limiti e gli interessi impliciti nella nostra stessa expertise e lavorare in direzione di approcci che bilancino protezione e emancipazione, riconoscano sia i rischi sia le opportunità, e distribuiscano la responsabilità in modo più equo all’interno della società. La cornice dello screen time non è inevitabile. È una possibilità tra molte. Questo riconoscimento apre lo spazio per immaginare e perseguire alternative che potrebbero favorire meglio il benessere e il fiorire di bambini e famiglie nell’era digitale".